LA CASA di Fede Alvarez (2013)

“Ho visto ombre scure muoversi tra gli alberi e non ho alcun dubbio: qualunque cosa io abbia riportato in vita, mi perseguiterà per sempre.” (Evil Dead, 1982)

 

“Il male vive di nuovo.”

Davvero?

Insorgete. Ora. Che tutti i cultori horror scatenino la loro furia assassina, come fecero i demoni sumeri invocati da cinque incauti ragazzi nella pellicola La Casa. L’ira funesta è l’unica reazione plausibile di fronte al remake diretto dall’esordiente (e si vede) Fede Alvarez (anche sceneggiatore con Rodo Sayagues e Diablo Cody) e prodotto (!!!) da Sam Raimi, Bruce Campbell e Robert Tapert (rispettivamente regista e sceneggiatore, protagonista e produttore della trilogia originale: Evil Dead, Evil Dead 2, Army of Darkness).

 

Una casa. Un bosco. Quattro ragazzi decisi ad aiutare l’amica Mia (Jane Levy) ad uscire dal tunnel della droga dopo la traumatica morte della madre. Fino a quando la lettura di alcune formule trovate in uno strano libro (il Necronomicon ex mortis di lovecraftiana memoria) scatena l’inferno, evocando presenze maligne che contagiano uno ad uno gli sventurati giovani.

 

Uno dei capolavori del New Horror anni ’80 è stato completamente snaturato da Alvarez, che tradisce lo spirito grezzo e irrefrenabile di un gioiello portatore di una rivoluzione: la naturalezza, l’incoscienza, il puro divertimento visivo che sfociava nel consapevole eccesso (creando una contaminazione con il cartoon poi accentuata nei seguiti da un Raimi ben conscio della permeabilità dell’horror con altri generi) scompaiono del tutto, lasciando spazio ad una pretesa di serietà fastidiosa ed immotivata che si esplicita tramite la metafora della dipendenza come possessione (un certo Frank Henenlotter aveva fatto ben di meglio nel lontano 1988 con Brain Damage). Sangue, vomito e umori di vario tipo dominano: il regista si compiace a torturare gli attori (dimostrando di subire l’ormai inarrestabile influenza orientale nell’iconografia di stampo demoniaco) rimanendo però ben lontano dagli intenti parossistici dell’originale, in cui i protagonisti erano pupazzi da distruggere, “corpi inondati di rossi e verdi pastello, come delle putride caramelle dipinte da un Renoir pazzo” (Elliott Stein).

 

Scompaiono anche gli splendidi, schizofrenici movimenti di una macchina da presa (per le riprese Raimi ne aveva utilizzata una da lui costruita, la “Shackycam”, montata su una tavola di due metri per due che effettuava lunghi carrelli con oscillazioni da brivido) che “si tuffa, scivola e infine zoomma così rapidamente che viene voglia di coprirsi la faccia con le mani” (Stephen King); rimane solo una desolante omologazione con prodotti vuoti e sterili tanto in voga negli ultimi tempi, causa principale del declino dell’horror contemporaneo.

Sarebbe lecito, e in questo caso doveroso, aspettarsi qualcosa in più.

Voto: 1/4