Berlinale 2024, i premi: Orso d’oro a Dahomey di Mati Diop

La regista franco-senegalese Mati Diop trionfa alla Berlinale 2024 con il suo Dahomey, documentario sulla restituzione di opere artistiche del noto regno africano dalla Francia al Benin, premiato con l’Orso d’oro. Ecco tutti i premi del festival, che ha visto vincere anche Matthias Glarner ed Emily Watson come migliori attori, mentre Nelson Carlos De Los Santos Arias per il film Pepe ha vinto l’Orso d’argento alla miglior regia. Di seguito tutti i titoli che hanno convinto la giuria presieduta da Lupita Nyong’o e composta da Brady Corbet, Ann Hui, Christian Petzold, Albert Serra, Jasmine Trinca e Oksana Zabuzhko (qui il programma).

Tutti i premi della Berlinale 2024

Concorso

Orso d’oro: Dahomey di Mati Diop

Orso d’argento, gran premio della giuria: A Traveler’s Needs di Hong Sang-soo

Orso d’argento, premio della giuria: The Empire di Bruno Dumont

Orso d’argento per il miglior regista: Nelson Carlos De Los Santos Arias – Pepe

Orso d’argento per la miglior interpretazione da protagonista: Sebastian Stan – A Different Man

Orso d’argento per la miglior interpretazione da non protagonista: Emily Watson – Small Things Like These

Orso d’argento per la migliore sceneggiatura: Matthias Glarner – Dying

Orso d’argento per il miglior contributo artistico: Martin Geschlecht – The Devil’s Bath

Premi onorari

Orso d’oro alla carriera: Martin Scorsese

Berlinale Kamera: Edgar Reitz

Berlinale Shorts

Orso per il Miglior cortometraggio: Un movimento extrano di Francisco Lezama

Oso d’argento premio della giuria: Re tian wu hop di Wenqian Zhang

Menzione speciale: That’s All from Me di Eva Könnemann

Berlin Short Film Candidate for the European Film Awards:  That’s All from Me di Eva Könnemann

Encounters

Miglior film: Direct Action di Guillaume Cailleau e Ben Russell

Miglior regista: Juliana Rojas

Premio speciale della giuria: The Great Yawn of History di Aliyar Rasti e Some Rain Must Fall di Qiu Yang (ex aequo)

Short Film Competition

Panorama Audience Award

Panorama Audience Award – Miglior film

Primo posto: Memorias de un cuerpo que arde di Antonella Sudasassi Furniss

Secondo posto: Crossing di Levan Akin

Terzo posto: All Shall Be Well di Ray Yeung

Panorama Audience Award – Miglior documentario

Primo posto: No Other Land di Basel Adra, Hamdan Ballal, Yuval Abraham, Rachel Szor

Secondo posto: Sayyareye dozdide shodeye man di Farahnaz Sharifi

Terzo posto: Teaches of Peaches di Philipp Fussenegger, Judy Landkammer

Generation Award

Children’s Jury Generation Kplus

Orso di cristallo per il Miglior film: It’s Okay! di Kim Hye-young

Menzione speciale: Young Hearts di Anthony Schatteman

Orso di cristallo per il miglior cortometraggio: Papillon di Florence Miailhe

Menzione speciale: Sukoun di Dina Naser

Youth Jury Generation 14plus

Orso di cristallo per il Miglior film: Last Swim di Sasha Nathwani

Menzione speciale: Kai She De Qiang: di Qu Youjia

Orso di cristallo per il miglior cortometraggio: Cura sana di Lucía G. Romero

Menzione speciale: Lapso di Caroline Cavalcanti

Generation International Jury 2024

Grand Prix della Giuria Internazionale per il Miglior Film in Generation Kplus: Reinas di Klaudia Reynicke

Menzione speciale Generation Plus: Raíz di Franco García Becerra

Premio Speciale della Giuria Internazionale per il Miglior Film in Generation Kplus: A Summer’s End Poem di Lam Can-zhao

Menzione speciale Generation Kplus: Uli di Mariana Gil Ríos

Grand Prix della Giuria Internazionale per il Miglior Film in Generation 14plus: Comme le feu di Philippe Lesage

Menzione speciale Generation 14plus: Maydegol di Sarvnaz Alambeigi

Premio Speciale della Giuria Internazionale per il Miglior Film in Generation 14plus: Un pájaro voló di Leinad Pájaro De la Hoz

Menzione speciale Generation 14plus: Songs of Love and Hate di Saurav Ghimire

Dune – Parte Due, la recensione del film di Denis Villeneuve

A cura di Francesco Pozzo

C’è qualcosa di così profondamente non cinematografico, nel Dune di Denis Villeneuve. Qualcosa che è cristallinamente sintomatico di un problema serio e non certo nuovo: la serializzazione del cinema. Cioè a dire come il linguaggio del cinema, prevalentemente mainstream, venga contaminato da quello delle serie televisive nella forma, nei ritmi, nel contenuto (quando c’è), rifuggendo come una pestilenza una qualunque parvenza di compiutezza: tutto deve continuare ad infinitum, e tutto si regge su ciò che è stato e/o verrà dopo (a tal proposito, e per restare in tema Villeneuve, si veda anche il deludentissimo sequel di Sicario del nostro Stefano Sollima, che grazie a Dio è tornato in patria con Adagio).

Dune (2021) – semplicemente un brutto, asfittico e spossante film -, tratto dalla prima sezione del (troppo?) celebrato romanzo-monstre di Frank Herbert, di questa tendenza era paradigmatico: visivamente amorfo, plumbeo, sterilmente geometrizzato, senza pathos né meraviglia (non ci è mai mancata così tanto, l’ammaliante, conturbante magia del deserto di Lawrence d’Arabia), scritto male, fastidiosamente pomposo e privo della benché minima ironia (per tacere dell’immaginazione…), ammantato d’una seriosità fredda, ostentata e indigesta e popolato da villain e personaggiucoli triti e monodimensionali – e Timothée e luccicante cast poco potevano e possono – che si muovono spaesati snocciolando con fare solenne spiegoni molesti e turgidissime illustrazioni di legami o eventi già accaduti o che si verificheranno chissà quando (ma è mai possibile che allora come oggi, 2024, non s’è ancora capito che al cinema le cose bisogna mostrarle?), nonché, dulcis in fundo e immancabilmente, dal gargantuesco super cattivone arcigno/gelatinoso/ringhiante che pareva uscito dall’ancor più esiziale Risveglio della forza di abramsiana memoria, col grande Stellan Skarsgård che scimmiottava il colonnello Kurtz passandosi la mano sulla pelata e suggendosi le dita (per di più identico, se proprio vogliamo, a Brando nell’Isola del Dr. Moreau: per i neofiti, non il più lusinghiero fra i parallelismi).

Cinema senza vita, nato morto, incolore, omologato. Seriale, per l’appunto. Lo scrupoloso opposto, insomma, di quel Blade Runner 2049 che è tutt’oggi una delle cose più interessanti e indovinate messe a punto dal canadese (e che aveva dietro, non a caso, il genio di Roger Deakins, che male non può fare).

Qui, lo chiariamo subito, le cose vanno meglio, ma con moderazione: perché la tediosa e sconfortante percezione di assistere, ancora una volta, ad una telenovela da 200 milioni di dollari (girata in digitale ma presentata – anche – in 70mm: un giorno qualcuno dovrà spiegarci il senso), è opprimente. Nella parte introduttiva, in particolar modo, d’ambientazione pressoché identica a quella del precedente capitolo, regna la noia suprema e indiscussa, con Villeneuve che gioca sul sicuro con l’usuale fotografia sfolgorante e curatissima dell’eccelso Greig Fraser che, rifacendosi a Deakins (rieccoci), alterna squarci di colore rosso e oro a interni lugubri e opprimenti fra lo spettro del blu e dell’antracite di sicura efficacia; la seconda, però, con l’arrivo d’una nutrita serie di personaggi generalmente più intriganti e definiti come quelli di Austin Butler o Christopher Walken (un minuto e si mangia tutti), è tangibilmente più interessante, pur vigendo costantemente il non poco sgradevole sentore che anche le scene più “a effetto”, come il combattimento gladiatorio in un’arena bianco-perlacea, invecchieranno dopodomani.

Il fatto è che Villeneuve è senza dubbio un abile, preparato e scrupoloso esecutore: ma non possiede fantasia (ora, va bene che il Dune 1984 – colpa dell’ingorda miopia di De Laurentiis – è la débâcle epocale ben nota a tutti: ma pensate un momento all’estro figurativo geniale di David Lynch, plasticamente vibrante persino in quel magma kitsch e disarticolato, e fate voi il confronto). Inoltre – e questo problema, nel primo segmento, era davvero manifesto; qui meno -, non è in grado di girare le sequenze d’azione, se non attraverso i canonici e ripetitivi schemi. Da esecutore, appunto.

I temi, poi, sempre quelli sono, altisonanti e generici: si alternano per l’ennesima volta gli usurati canovacci della tragedia greca, scespiriana ed elisabettiana, fra Edipo, violenze e intrighi di corte, all’epica omerica e cavalleresca fino al sempreverde racconto biblico che già fu di Matrix intrecciato agli attuali e scottanti temi di ecologismo, suprematismo, femminismo, etnocentrismo: il tutto perennemente accompagnato da esilissimi e mal riposti platonismi da discount. Tutto già visto, naturalmente: e meglio. Molto. Soprattutto, con sguardi e messe in scene che Villeneuve, che fatica a gestire una materia così magmatica, eterogenea e complicata, si sogna.

Peccato. Perché, come detto, da quella seconda parte la narrazione un pochino migliora, e sembra quasi che il film – se c’è – possa spiccare il volo. E se parlare di tensione o reale coinvolgimento sarebbe certamente eccessivo, bisogna ammettere che, nel (lungo, troppo) finale, qualche assist visivo notevole capace di trascendere la complessiva mediocrità splendidamente confezionata del resto (penso alle geometrie del combattimento conclusivo, sotto il sole calante), Villeneuve lo riesce ad infilare. Eppure, la sensazione di sterile e fagocitante incompiutezza continua a prevalere su tutto. To be continued. Naturalmente.

Voto: 2/4

Florence Korea Film Fest 2024, programma e ospiti

Da oltre vent’anni il Florence Korea Film Fest si fa promotore in Italia della cultura coreana: l’edizione 2024, come sempre organizzata dall’Associazione Culturale fiorentina Taegukgi – Toscana Korea Association, va in scena a Firenze dal 21 al 30 marzo. Tra gli ospiti, nomi illustri come l’ormai celeberrimo attore Song Kang-ho (Parasite, Memorie di un assassino), il regista Kim Jee-woon (A Bittersweet Life, I Saw the Devil), questi ultimi protagonisti insieme di una masterclass, il musicista e compositore Jung Jae-il (Parasite, Squid Game) che si esibirà in concerto al Teatro Verdi, e l’attore Lee Byung-hun (A Bittersweet Life, Joint Security Area, Squid Game).

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BAFTA 2024, tutti i vincitori: ancora un trionfo per Oppenheimer

Domenica 18 febbraio, presso la Royal Festival Hall del Southbank Centre, sono stati consegnati i premi BAFTA, considerati il corrispettivo britannico degli Oscar, che però con questi ultimi ha in comune la massiccia presenza dei grandi titoli hollywoodiani tra le nomination. La cerimonia è stata condotta dall’attore David Tennant con la partecipazione del principe William. Trionfo assoluto per Oppenheimer di Christopher Nolan, che porta a casa ben sette premi, contro i quattro di Povere creature!. Di seguito, l’elenco dei vincitori.

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La zona d’interesse, la recensione del film di Jonathan Glazer

A cura di Francesco Pozzo


“Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso.”

(Hannah Arendt)


Ci sono film dai quali si esce consapevoli di non essere più gli stessi. La zona d’interesse, monolitico oggetto liberamente tratto dal romanzo di Martin Amis, è senz’ombra di dubbio uno di questi.

Liberamente perché Jonathan Glazer (uno di quelli che, come Andrew Dominik, gira un film ogni dieci anni per rimettere puntualmente in discussione la grammatica del cinema) ha completamente scarnificato la struttura narrativa del libro (una famiglia come tante; al di là della rete, l’indicibile) per sublimare visivamente, come già in passato ma in modo ancor più asettico, radicale e meticoloso, un’astrazione (parecchie, le somiglianze col precedente Under the Skin, proprio per la metodologia con cui lavora sul perturbante attraverso la combinazione di immagine e sonoro: ormai un suo evidente tratto distintivo). E l’astrazione, questa volta, è il delicatissimo tema dell’Olocausto, che Glazer ha – per l’appunto – astratto così a fondo da rendere la sua quarta opera per il cinema più potente e scioccante di qualunque cosa finora vista, scritta, detta o concepita sulla questione.

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Past Lives di Celine Song, la recensione

di Mirta Tealdi

Past Lives, film d’esordio della regista sudcoreana Celine Song, è un film semiautobiografico. Apprezzato dalla critica, ha ricevuto cinque candidature ai Golden Globe e due ai Premi Oscar. I protagonisti sono Na Young e Hae Sung, due giovani compagni di scuola di dodici anni (numero simbolicamente importante perché ogni dodici anni ci sarà un riavvicinamento). I due ragazzini sono inseparabili, teneramente legati ( i caratteri vengono subito tratteggiati: Na Young è competitiva e indipendente, mentre Hae Sung è dolce e paziente) e passano la maggior parte del tempo insieme mentre tornano a casa da scuola o giocano nei parchi della città di Seoul di cui la Song fa belle vedute con inquadrature angolate e ripide.

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