10 CLOVERFIELD LANE di Dan Trachtenberg (2016)

 

Avvolto da un alone di mistero che ha innalzato vertiginosamente le aspettative dei tanti spettatori che lo aspettavano da mesi e mesi, 10 Cloverfield Lane arriva sugli schermi italiani quasi in sordina, senza grandi investimenti pubblicitari e, per di più, con una distribuzione ben poco capillare. Produce ancora una volta l’attuale Re Mida di Hollywood J.J. Abrams, il quale nel 2008 diede vita, affidando la regia a Matt Reeves, a quel Cloverfield che segnò la storia della sci-fi contemporanea.

 

Non un seguito, ma una sorta di spin-off che attinge in modo furbetto e non poco paraculo all’immaginario dell’illustre predecessore. Il fastidioso progetto di Abrams è quello di creare un franchise che sprema la straordinaria idea di partenza per generare una saga sulla paranoia e le ossessioni degli Stati Uniti contemporanei sezionando, nei vari capitoli, un aspetto specifico della disgregazione dell’american dream.

La giovane e bella Michelle (Mary Elizabeth Winstead), dopo aver abbandonato il proprio fidanzato, ha un terribile incidente d’auto mentre viaggia da sola nella notte attraversando la Louisiana. Viva per miracolo, si risveglia in un angusto rifugio, che ben presto scoprirà essere un bunker sotterraneo. Ad accudirla, gli unici due sopravvissuti di un terribile attacco chimico che (forse) sta sterminando gli abitanti della Terra in superficie: il giovane Emmet (John Gallagher Jr.) e il misterioso ex marine dal passato oscuto Howard (John Goodman).

Scisso, girato senza alcuna personalità e privo della minima trovata originale dal punto di vista della regia, 10 Cloverfield Lane è una sorta di B-movie a basso budget (15 milioni di dollari stimati) che vive ancorato alle dinamiche del thriller/horror (nella scrittura dei personaggi, nello sviluppo della vicenda, nei patetici twist triti e ritriti) ma trova nel sottotesto teorico un non trascurabile punto a favore: forte di una buona capacità di astrazione che sfrutta la staticità della messinscena ben lontana dai ritmi sincopati da blockbuster mainstream, il film riesce in parte a essere una efficace requisitoria contro l’America di oggi alle soglie delle elezioni politiche più delicate degli ultimi decenni. Centrale la figura di Howard, ossessionato dal comando, dal potere e condannato a dover apparire in maniera diversa da come in realtà è per ritrovare gli affetti (evidente il collegamento con le propagande elettorali e la persuasione pubblicitaria).

Il thriller claustrofobico domina nella lunga e soporifera prima parte, con la reclusa e l’orco cattivo a dominare la scena: uno scenario obsoleto da circa una trentina di anni. Apprezzabile lo studio dell’arredamento del bunker, tipicamente “americano” con tanto di juke-box anni ’50 in bella mostra, così come la caratterizzazione del cattivo (?), segnato da esplosioni di violenza (non a caso ex militare) e desideroso di ricreare una unità familiare persa non senza traumi. Inaccettabile, invece, la pacchianissima parte conclusiva ambientata all’esterno, che rendendo tutto troppo manifesto cade in bassezze ridicole e azzera quanto di discreto visto fino a quel momento. Ma la cosa più irritante è il premeditato intento di fare del film un semplice tassello (privo di autonomia, verrebbe da dire) di un progetto ben più ampio. Finale orrendo.  

Voto: 1,5/4