15/18 (A Place to Heal) di Cédric Kahn, la recensione
di Valeria Morini
In caso ci fossimo dimenticati quanto il cinema francese sia in uno stato di ottima forma, ce lo viene a ricordare Cédric Kahn, che in 15/18 porta il teen drama alle vette d’autore ambientando un racconto corale adolescenziale in una ospedale psichiatrico. Il titolo indica infatti i reparti di neuropsichiatria destinati esclusivamente ai ragazzi dai 15 ai 18 anni, dove le difficoltà legate alla crescita e ai disagi tipici di quell’età sono ulteriormente complicate dalla presenza di diagnosi come schizofrenia, disturbi alimentari o depressione.
La pellicola segue le vicende di un gruppo di internati ma anche dei medici e degli infermieri chiamati a gestire crisi e terapie. Un lavoro emotivamente estremo e totalizzante per questi ultimi, un percorso difficilissimo per i ragazzi alle prese con situazioni famigliari tormentate, abusi, patologie complesse. Il reparto è così per loro una sorta di prigione dove sono chiamati a fare i conti con se stessi ma può diventare anche un rifugio, un microcosmo chiuso e protetto che spesso è l’unico posto dove possono sentirsi davvero compresi.
15/18 è un film che colpisce come un pugno allo stomaco per come ritrae l’adolescenza e la salute mentale, duro ma al tempo stesso tenerissimo. Uno spaccato di questo universo ai margini che passa dall’umanesimo profondo ai toni realistici e quasi documentaristici un po’ come fece La classe per il mondo della scuola. I temi sono delicatissimi e quanto mai attuali: l’attenzione ai disturbi psicologici e psichiatrici nel mondo giovanile è assolutamente fondamentale, il che rende il film un prodotto ideale per essere mostrato – con il dovuto supporto – alle ultime classi delle scuole superiori.
Al di là della sua funzione sociale, però, 15/18 è anzitutto un bel film, che nel suo rigore regala momenti di ottimo cinema. Vengono in mente illustri predecessori come l’ovvio Qualcuno volò sul nido del cuculo (o anche Il grande cocomero di Francesca Archibugi), ma l’opus di Kahn mantiene un’identità forte e tutta sua. Pian piano diventa centrale il triangolo formato da Lucia/Eloise/Enzo, ma non c’è un personaggio che sia fuori fuoco e per cui non si riesca a empatizzare. La dimensione corale resta interessante, se escludiamo un’ultima parte un po’ scollata dal resto e non totalmente risolta.
Malou Khebizi (Lucia) ha vinto il premio Marcello Mastroianni come interprete emergente alla Mostra di Venezia (dove il film è stato presentato in concorso), ma l’intero cast, per lo più formato da giovanissimi e dove lo stesso regista si ritaglia il ruolo del medico Etienne, è in stato di grazia.
Voto: ★★★/☆☆☆☆
