REALITY di Matteo Garrone (2012)

Reality, tra incubo e fiaba con Matteo Garrone - Panorama 

A distanza di quattro anni dal successo  di critica e di pubblico ottenuto con Gomorra, il regista romano Matteo Garrone, classe 1968, torna a vincere il prestigioso Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes, questa volta con un soggetto originale di graffiante attualità.

Reality, titolo quanto mai esemplificativo, chiaro, limpido ma al contempo portatore di un duplice significato (il reality-show massmediale, illusorio, boccaccesco e la dura realtà che sopporta quotidianamente la gente comune), è una lucida analisi, non priva di una pungente ironia, della deriva esistenziale a cui deve far fronte un pescivendolo napoletano, felicemente sposato e padre di tre figli, nel momento in cui realizza di non aver superato le selezioni per partecipare alla prossima edizione del Grande Fratello.

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ELLES di Malgoska Szumowska (2012)

In Francia secondo una statistica, ogni anno 40.000 studenti si prostituiscono per pagarsi gli studi. Una tendenza che coinvolge molti paesi europei, dalla vicina Italia fino alle più prestigiose università inglesi. Nasce proprio da questo spunto di cronaca Elles, film della regista polacca Malgoska Szumowska con Juliette Binoche, Anais Demoustier e Joanna Kulig. La pellicola è stata presentata nella sezione Panorama dell’ultimo Festival Internazionale del cinema di Berlino. Leggi tutto

L’ERA GLACIALE 4 di Steve Martino e Mike Thurmeier (2012)

iceage4 5 1 ff1 poster1Sembra ieri che il piccolo e maldestro Scrat rincorreva la sua prima ghianda, il vero amore della sua vita, dando inizio al primo capitolo dell’Era Glaciale. Era il 2002, e 10 anni dopo siamo arrivati al 4° capitolo delle avventure di Sid, Manny e Diego, alle prese, dopo il disgelo e i dinosauri, con la deriva dei continenti. Ancora una volta, infatti, è Scrat a piantare la sua preziosa ghianda nel punto sbagliato, questa volta arrivando al centro della terra e provocando la scissione delle placche, dando vita alla geografia mondiale che ora conosciamo. E, mentre la famiglia di Sid, dopo aver abbandonato lui, gli lascia anche la nonna in custodia, Manny è alle prese con il suo nuovo ruolo genitoriale, con tanto di irritantissimi mammuth che si esprimono con slang da teenager. Si poteva temere una trama incentrata sul rapporto genitore/adolescente, e invece la frattura del terreno porta i tre protagonisti a vivere una nuova avventura, perché nei mari gelati, i pirati già esistevano.

 

 

 

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THE FIVE-YEAR ENGAGEMENT di Nicholas Stoller (2012)

Da qualche anno, la commedia made in Hollywood appare dominata da un solo, “famigerato”, nome: Judd Apatow. La sua egida produttiva è responsabile di un lungo numero di titoli che vanno da Suxbad – Tre menti sopra il pelo a Molto incinta, da Strafumati a Le amiche della sposa, fino al recente Nudi e felici. Tutti film più o meno di culto, che hanno imposto al genere il dominio di un vero e proprio Apatow’s touch: un mix di comicità e dramma, con dialoghi spesso sboccati ma intelligenti. L’ultima pellicola in ordine di tempo è The Five-Year Engagement (per la regia di Nicholas Stoller), titolo che per qualche strano motivo i distributori italiani non si sono preoccupati di tradurre.

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MAGICAL MYSTERY TOUR dei Beatles e Bernard Knowles (1967)

5454-Magical-Mystery-Tour-film-dei-BeatlesRoll up, roll up for the mystery tour. Roll up, roll up for the mystery tour.
Roll up (and that’s an invitation), roll up for the mystery tour.
Roll up (to make a reservation), roll up for the mystery tour.
The magical mystery tour is waiting to take you away,
Waiting to take you away.

 

 

“Un misterioso, magico viaggio sta venendo a prenderti. E questo è un invito.”

E’ il 1967 quando i Beatles, reduci dalle fatiche del Sgt. Pepper, si lanciano nella realizzazione del Magical Mystery Tour, progetto nato dall’omonimo singolo, che diede origine prima ad un film e poi ad un album. Ideato e strutturato principalmente da Paul McCartney che, dopo la morte per overdose del manager Brian Epstein, si era imposto come guida del gruppo (scatenando non pochi malumori tra gli altri componenti), il Magical Mystery Tour nasce come metafora della vita e della scoperta di se stessi, oltre a rimandare all’idea di trip come viaggio allucinogeno, in linea con il periodo psichedelico beatlesiano: il 1966 e 1967 furono anni densi di sperimentazioni, musicali e non, che diedero vita a capolavori non certo esenti da riferimenti alle droghe usate dai Fab Four (un esempio su tutti, il più celebre: Lucy in the Sky with Diamonds).

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MAGIC MIKE di Steven Soderbergh (2012)

“People who live in society have learnt how to see themselves, in mirrors, as they appear to their friends. I have no friends: is that why my flesh is so naked?” Così Sartre sembra parafrasare l’intera storia di Magic Mike, un film spettacolare e crudo grazie al quale Soderbergh sembra ritrovare una vena creativa del tutto affievolitasi negli ultimi anni. Leggi tutto

I BAMBINI DI COLD ROCK di Pascal Laugier (2012)

Il destino per i registi del noveaux horror francese sembra segnato: promettenti risultati in patria all’insegna della violenza postorganica e della lucidità formale, promozione a Hollywood e inevitabile scivolone, forse per l’emozione di avere grossi budget e grossi nomi tra le mani. È successo ad Alexandre Aja che dopo aver firmato l’interessante Alta Tensione (2003) si accontenta di un remake americano del craveniano Le colline hanno gli occhi (2006), a Xavier Gens che passa dallo slasher con nazisti debitore di Tobe Hoope di Frontiers – ai confini dell’inferno al pressoché ignorato post-apocalittico The Divide (2012) e succede anche a Pascal Laugier, autore del sanguinolento e controverso Martyrs (2008).

Lontano anni luce dalle provocazioni, pur criticabili per molti aspetti, del film francese, Laugier si trova a dirigere una pasticciata e a tratti incomprensibile vicenda che vorrebbe, ma non riesce, mescolare horror, thriller e gotico, facendo leva su uno dei grandi spauracchi di sempre: il babau.

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CANDIDATO A SORPRESA di Jay Roach (2012)

L’Italia si sa, sta attraversando un periodo storico in cui comicità e politica per la prima volta tendono a sovrapporsi. In un paese che ha poca voglia di ridere, ci sono politici che raccontano barzellette e comici che fondano movimenti. Dagli Stati Uniti, paese dove questa tendenza non ha ancora bene attecchito, arriva il tentativo cinematografico di fotografare in chiave umoristica la contemporanea campagna elettorale. Candidato a sorpresa (The Campaign), diretto da Jay Roach e interpretato da Will Ferrell e Zach Galifianakis, è una commedia travestita da satira pungente.

Cam Brady (Ferrell) e Marty Huggins (Galifianakis) si sfidano senza esclusioni di colpi in Carolina del Nord. Cam è il vincitore uscente, mentre Marty è lo sfidante sfigato promosso e finanziato da due magnati che vogliono importare manodopera cinese per risparmiare le spese di spedizione. Nonostante i due candidati abbiano uno staff che curi la loro comunicazione, le gaffe caratterizzeranno una campagna all’insegna della lotta verbale e fisica.

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IL ROSSO E IL BLU di Giuseppe Piccioni (2012)

L’interesse del cinema nei confronti dell’istituzione scolastica è ormai un dato di fatto. Basti pensare a La classe di Laurent Cantet, Palma d’Oro a Cannes 2008  o al recente Detachment sul sistema d’istruzione americano, con protagonista Adrien Brody. E anche in Italia si è sentito il bisogno di tornare ad indagare quel micro mondo fatto di aule, banchi e cattedre (uno dei film capostipite del genere scolastico made in Italy  è sicuramente La scuola di Daniele Luchetti, datato 1995) A pensarci stavolta è Giuseppe Piccioni, con la trasposizione del sorprendente romanzo di Marco Lodoli Il rosso e il blu, edito da Einaudi. Sullo sfondo di una scuola romana di periferia si intrecciano le storie e le evoluzioni caratteriali di tre persone.

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WOODY di Robert B. Weide (2012)

Tutto quello che avreste voluto sapere su Woody Allen… ma non avete mai osato chiedere. Dopo la scorpacciata veneziana (da La nave dolce di Daniele Vicari a Bad 25 di Spike Lee) si torna a parlare di cinema documentario con Woody, omaggio al regista di Io e Annie (1977) e Zelig (1983) – questi appaiono oggi i due titoli più importanti della sua carriera – diretto da Robert B. Weide, autore più noto per il piccolo che per il grande schermo. In effetti, Woody è un progetto nato  da un’idea della rete televisiva americana PBS, che l’ha anche prodotto, prima che venisse distribuito nei cinema di diversi paesi del mondo. Più  biopic che documentario, il film segue tutta la vita di Allen, dall’infanzia ai primi ingaggi adolescenziali, come barzellettiere per comici e quotidiani, fino ai successi televisivi e, soprattutto, cinematografici. Infatti, forse non tutti sanno che, Allen è stato anche un autore del piccolo schermo, un cabarattista, un ospite di talk show, prima di esordire alla regia con Che fai, rubi? del 1966.

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È STATO IL FIGLIO di Daniele Ciprì (2012)

419398Primo film italiano ad essere presentato in concorso alla Sessantanovesima edizione della Mostra del cinema di Venezia, E’ stato il figlio è stata una delle rivelazioni di questo Festival. Tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Alajmo, il film diretto da Daniele Ciprì (che firma la regia, per la prima volta, senza Franco Maresco), racconta la deriva di una famiglia palermitana, i Ciraulo, che, dopo la morte della figlioletta uccisa in una sparatoria tra mafiosi, riceve un risarcimento di 220 milioni; l’evento, ancor più del lutto, avrà conseguenze devastanti.  

 

 

 

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PIETA’ di Kim Ki-duk (2012)

  pietaNon pensi mai, scultore né artefice raro, potere aggiungere di disegno né di grazia, né con fatica poter mai di finezza, pulitezza e di straforare il marmo tanto con arte, quanto Michelagnolo vi fece, perché si scorge in quella tutto il valore et il potere dell’arte

Giorgio Vasari, parlando de La Pietà di Michelangelo

 

Kim Ki-duk è tornato. È tornato davvero. Al suo livello. In pochi l’avrebbero pronosticato dopo l’evento che lo allontanò dal mondo del cinema nel 2008. La storia è cosa nota: durante le riprese di Dream, la quindicesima poesia di Kim, un incidente sul set mise a rischio la vita di un’attrice del cast. Da quel momento, il regista sparì in una sorta di ritiro spirituale, una parentesi catartica raccontata nel documentario autobiografico Arirang, che poco più di un anno fa segnò il ritorno dell’autore coreano sulle scene mondiali. A Cannes, dove vinse il premio della sua categoria. Ma da quel luogo, innevato e surreale, dove l’abbiamo visto, nel documentario sopracitato, piangere, mangiare, soffrire, Kim sembra essere sceso realmente soltanto oggi.        

 

 

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PROMETHEUS di Ridley Scott (2012)

prometheus posterE’ stato il film delle attese. Sono passati trentatré anni prima che Ridley Scott decidesse di riprendere le redini della sua creatura, e ci sono voluti quasi quattro mesi perché in Italia la pellicola uscisse come nel resto del mondo. Ora, dopo cotanta pazienza, ci si chiede: ne è valsa la pena? Prometheus, diretto da Scott e interpretato da Noomi Rapace, Michael Fassbender, Charlize Theron e Logan Mashall-Green, nasce come un prequel di Alien, per poi crescere come progetto assestante.

Dopo aver scoperto un interessante disegno rupestre in Scozia, Elizabeth (Rapace) e Charlie (Marshall-Green) riescono a ottenere i fondi per una missione intergalattica alla ricerca della costellazione rappresentata dagli antenati. L’equipaggio del vascello spaziale Prometheus, composto tra gli altri dall’androide David (Fassbender) e dall’algido capitano Meredith (Theron), resterà sbigottito dalle numerose presenze che abitano l’inesplorato pianeta.

 

 

 

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CHE COSA ASPETTARSI QUANDO SI ASPETTA di Kirk Jones (2012)

Che-cosa-aspettarsi-quando-si-aspetta coverDiventare madre, aspettare quei fatidici 9 mesi per poi poter coccolare il proprio bambino, e amarlo per tutta la vita. Questo il sogno delle coppie felici, un desiderio che, nella maggior parte dei casi, è presente nel cuore di quasi tutte le donne. Eppure la maternità ha diversi lati, e non sempre è l’idilliaca immagine che ci viene donata dal grande schermo. Kirk Jones, attraverso Che cosa aspettarsi quando si aspetta, vuole raccontare questi lati “nascosti” e lo fa attraverso differenti vicende e diversi personaggi: Jules (Cameron Diaz) è una ballerina di successo fidanzata con Evan (Matthew Morrison), Holly (Jennifer Lopez) è una fotografa in perenne situazione di precariato, Wendy (Elizabeth Banks) e Gary (Ben Falcone) sono una coppia di sposini, mentre il padre di Gary, Ramsey (Dennis Quaid), eternamente in competizione con il figlio, è sposato con la giovanissima Skyler (Brooklyn Decker). A queste coppie si aggiungono Marco (Chace Crawford) e Rosie (Anna Kendrick), giovani che si rincontreranno dopo tanti anni.

 

 

 

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L’INTERVALLO di Leonardo Di Costanzo (2012)

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Presentato a Venezia nella sezione Orizzonti, L’Intervallo di Leonardo Di Costanzo è la dimostrazione evidente del buono stato di salute che sta attraversando il cinema italiano (basti pensare all’elevato tasso artistico di opere recenti come Il primo uomo,  Romanzo di una strage, Diaz). Il regista ischitano, dopo un passato di documentari, esordisce con un lungometraggio di finzione mettendo in luce importanti doti registiche e narrative. La trama, solo all’apparenza semplice, prende spunto dalla quotidianità: periferia di Napoli, in un enorme edificio abbandonato, una ragazza e un ragazzo si ritrovano per motivi diversi ad essere prigionieri. Veronica (Francesca Riso), ha commesso uno sgarro al capoclan del suo quartiere. Non viene mostrato che cosa la ragazza abbia combinato. Sappiamo solo che l’hanno rinchiusa in questo luogo fatiscente senza nessun motivo specifico. Salvatore (Alessio Gallo), è un impacciato venditore ambulante di granite, costretto a fare da cane da guardia  alla coetanea.

 

 

 

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RIBELLE – THE BRAVE di Mark Andrews e Brenda Chapman (2012)

brave-poster-2Come  ogni anno dal 2006 in avanti, torna puntuale la Pixar con il suo tradzionale lungometraggio, ma stavolta lo zampino di mamma Disney si fa sentire più prepotentemente del solito.

Dopo l’infiacchimento di Cars 2, titolo dello scorso anno dallo scarso appeal, si aspettavano al varco i geniacci dell’animazione digitale californiana, sperando che tornassero a brillare come ai tempi (in verità piuttosto recenti) del piccolo capolavoro Up (2009), recuperando la loro caratteristica poesia dolceamara venata di umorismo e brillanti citazioni che incanta grandi e piccini. Per questa volta invece Pixar ha preferito rifugiarsi nel porto sicuro della tradizione proponendo una storia che più classica non si può (anzi, forse un po’ vecchiotta), diretta esplicitamente a un pubblico di juniores, per quanto nel complesso funzionante e, ça va sans dire, di pregevole fattura.

 

 

 

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THE SNIPER di Dante Lam (2009)

thesniperThe Sniper di Dante Lam è quello che si può definire, al di la di ogni ragionevole dubbio, un film minore. Uscito in ordine di tempo tra The Beast Stalker e Fire of Conscience, presenta sfortunatamente gli stessi punti deboli del primo (forse anche accentuati) e gli embrionali pregi del secondo che la rendono un’ ideale pellicola di passaggio.
Scritto a quattro mani da Lam e dal fido sceneggiatore Wai Lun Ng, The Sniper si inserisce perfettamente nella sua cinematografia e nel nuovo cinema action/poliziesco di Hong Kong dove non sempre sono i buoni quelli che indossano la divisa: i protagonisti sono tre agenti dell’ unità tiratori scelti della polizia di Hong Kong, due veterani ormai ex amici divisi da una rivalità autodistruttiva, ed un novellino tanto capace quanto arrogante.

 

 

 

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PASSION di Brian De Palma (2012)

 

Presentato nell’ultimo giorno del concorso, Passion rappresenta per Brian De Palma un ritorno alle origini, dopo la bella prova di regia espressa con Redacted, opera dal taglio documentaristico vincitrice del Leone d’Argento per la miglior regia a Venezia nel 2007.

La volontà di riproporre le atmosfere torbide che hanno caratterizzato i suoi primi (e forse migliori) lavori non sembra però concretizzarsi felicemente sullo schermo. L’accostamento ai suoi celebri thriller, (Complesso di colpa, Vestito per uccidere e Omicidio a luci rosse su tutti), è più che altro frutto di uno slancio nostalgico. Tematiche da sempre care a De Palma come “tema del doppio”, “senso di colpa” e “false apparenze” sono inserite in modo posticcio, senza riuscire a fondersi per creare la giusta atmosfera del film.

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Venezia 69: trionfa Kim Ki-duk con Pieta

La Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia ha incoronato, come prevedevano in molti (e come sperato dalla redazione di I-FILMSonline!) Pieta di Kim Ki-duk Leone d’Oro della 69^ edizione. Commovente la consegna al regista coreano, che ha incantato letteralmente il pubblico intonando la canzone Arirang.

Non tornano a casa a mani vuote gli italiani: soddisfazione per È stato il figlio di Daniele Ciprì, che si è guadagnato il premio per il miglior contributo tecnico e quello al miglior attore esordiente, il giovane Fabrizio Falco.

Qui di seguito l’elenco di tutti i premi.

 

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UN GIORNO SPECIALE di Francesca Comencini (2012)

 Nessun fischio e nessun applauso. Il silenzio più eloquente del Festival ha accompagnato la proiezione di Un giorno speciale di Francesca Comencini, tratto dal romanzo Il cielo con un dito di Claudio Bigagli e interpretato da Filippo Scicchitano e Giulia Valentini. L’indifferenza è il sentimento peggiore che un’opera può suscitare e proprio per questo il terzo film italiano in concorso è uno dei peggiori fin qui visti al Lido.

Giulia (Valentini) è una diciannovenne amante dei serpenti che vuole fare carriera in televisione. In Italia si sa, per sfondare a qualcuno la devi pur dare e per questo la mamma la trucca, le compra il vestito nuovo e la spedisce dall’onorevole per una bella raccomandazione. Marco (Scicchitano), l’autista incaricato di accompagnarla all’importante meeting, resterà folgorato da cotanta bellezza e, costretti a passare insieme tutta la giornata, i due piccioncini s’innamoreranno inevitabilmente.

 

 

 

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Il nostro Leone d’Oro: PIETA’ di Kim Ki-duk

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Anche l’edizione numero 69 della Mostra del Cinema volge al termine. Sono stati giorni intensi, popolati di visioni più o meno edificanti per la redazione de I-FILMSonline in trasferta al Lido: dall’apertura trash con Bait (Shark 3D) fino alla chiusura in sordina tra la Comencini di Un giorno speciale e il De Palma di Passion.

Alla fine della kermesse, dopo tanti giorni trascorsi nel buio delle sale e tante notti passate a discutere di cinema, ci siamo trovati unanimemente d’accordo nel decretare il film che per noi merita di vincere il sessantanovesimo Leone d’Oro.
In attesa di scoprire tra poche ore il verdetto della giuria ufficiale, la redazione de I-FILMSonline assegna il suo personale Leone d’Oro a Pieta di Kim ki-duk.

Di seguito, le motivazioni della nostra scelta, con l’augurio di ritrovarci e ritrovarvi per i settant’anni del Festival di Venezia.

 

 

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L’HOMME QUI RIT di Jean-Pierre Améris (2012)

Venezia 69 si chiude con un sorriso amaro, anzi con un ghigno tragico: quello di Gwynplaine, disperato protagonista dell’opera di Victor Hugo L’homme qui rit, che torna sullo schermo dopo la celeberrima versione muta del 1928 firmata da Paul Leni. A dirigere è il francese Jean-Pierre Améris, conosciuto tristemente in Italia per la recente commedia sdolcinata Emotivi anonimi, non proprio una credenziale edificante: eppure, sorprendentemente, l’adattamento si rivela nel complesso convincente.

Forse anche grazie alla grandezza poetica del materiale di partenza, di cui spesso vengono riproposte citazioni letterali, la messinscena della commovente vicenda risulta quasi sempre efficace ed emozionante, con alcune trovate visivamente molto interessanti. La storia è quella di Gwynplaine, rapito da piccolo e sfigurato da due grosse cicatrici ai lati della bocca in modo da apparire sempre sorridente, il viso mutato in un’orrenda e grottesca maschera clownesca. Adottato dal rozzo ma gentile saltimbanco Ursus insieme alla piccola non vedente Dea, diventerà una star del Freak Show fintanto che non emergerà la verità sulla sua vera identità.

 

 

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SPRING BREAKERS di Harmony Korine (2012)

 Le fan urlanti di Selena Gomez e Vanessa Hudgens hanno stravolto il Lido indaffarato nel seguire i film, le conferenze stampa e i red carpet. Le giovani, arrivate da tutta Italia, non sapevano però che un folle regista americano di nome Harmony Korine aveva appena distrutto irrimediabilmente l’immagine delle loro beniamine. In Spring Breakers, presentato in concorso alla 69a Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, tutto ciò che conoscevamo su queste brave ragazze americane crolla come un castello di carte sotto gli scossoni divertiti del regista. Il film è interpretato da James Franco e dalle quattro star Selena Gomez, Ashley Benson, Vanessa Hudgens e Rachel Korine (moglie di Harmony).

L’unico rimedio contro la noia dell’università è una bella vacanza in primavera. Dopo aver rapinato un bar (per rimediare i soldi necessari all’allegra gita), le protagoniste raggiungono la Florida e le sue feste scatenate a base di alcol, sesso e droga. Finite in prigione per il troppo sballo, verranno liberate da un sedicente rapper di nome Alien (Franco) che le farà sprofondare nel suo pericoloso mondo fatto di spaccio e violenza.

 

 

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LA CINQUIEME SAISON di Peter Brosens, Jessica Woodworth (2012)

È inverno in un piccolo paese delle Ardenne, dove si vive di agricoltura e allevamento, dove l’amore adolescenziale nasce teneramente tra gli alberi e la fine della stagione fredda si celebra ancora bruciando il fantoccio di paglia, per lasciarsi alle spalle i rigori e espiare i peccati. Ma accade qualcosa d’inaspettato: il falò non si accende. E, da quel momento, la natura interrompe il suo corso: i campi non producono più frutto, le mucche rifiutano di dare il latte, le api non concedono la dolcezza del loro miele. Le stagioni si susseguono, ma nel villaggio è sempre inverno, grigio, freddo e implacabile. E all’amore e alla solidarietà si sostituiscono la fame e la follia.

 

 

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THREE SISTERS di Wang Bing (2012)

Presenza quasi fissa nella competizione principale nell’era Müller, il cinema cinese nell’edizione targata Barbera ha trovato posto unicamente nel Fuori Concorso, una scelta che risulta più che giustificata alla luce dell’alto livello delle tante pellicole asiatiche proposte in laguna, prime su tutte Pietà di Kim Ki-duk e Thy Womb di Brillante Mendoza, in lizza per il Leone d’Oro.

Tra gli autori cinesi comunque presenti al Lido spicca il nome di Wang Bing, che, con la sua ultima fatica Three Sisters, ha chiuso la sezione Orizzonti. Già conosciuto dal popolo del Festival per aver firmato il film a sorpresa del 2010, lo sconvolgente The Ditch, ambientato nei campi di prigionia cinesi degli anni ’50, che mostrava i soprusi e le umiliazioni subite da chi veniva considerato un oppositore del regime, il regista era tra i grandi attesi del Fuori Concorso.

 

 

 

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KISS OF THE DAMNED di Xan Cassavetes (2012)

Settimana della critica, evento speciale. Alessandra “Xan” Cassavetes, figlia dell’immenso regista John. Kiss of the Damned, horror che cavalca l’onda del vampirismo cinematografico (Twilight docet): c’è di che incuriosirsi e pensare che il film meriti una recensione. La visione smentisce clamorosamente tutto ciò.

Kiss of the Damned è incentrato sulle vicende di due sorelle vampire, opposte una all’altra: la prima (la star francese Josephine de la Baume), infelice della propria condizione, si innamora di un umano (Milo Ventimiglia) e lo trasforma; la seconda (Roxane Mesquida) sguazza allegramente e placidamente (si fa per dire) tra copule e omicidi efferati. Inutile dirlo, i problemi di comunicazione non si faranno attendere.

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THY WOMB di Brillante Mendoza (2012)

La maternità e la condizione delle donne sembrano essere i temi chiave di questa 69^ edizione della Mostra di Venezia: un fil rouge che avvolge diverse pellicole presenti al Lido, dal film di Kim Ki-duk a quello di Bellocchio (in particolare nel personaggio di Isabelle Huppert), dall’algerino Yema all’israeliano Héritage. E la maternità (mancata) è anche l’asse portante del magnifico lavoro di Brillante Mendoza, il più noto e rappresentativo regista filippino. Sinapupunan (Thy Womb), l’ultimo lavoro di quello che è ormai uno dei più osannati autori degli ultimi anni (e che si porta già in tasca un premio vinto a Cannes per Kinatay nel 2011), inizia con una sequenza quanto mai impressionante: un parto, filmato praticamente dal vero.

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THE COMPANY YOU KEEP di Robert Redford (2012)

Quando Frantic incontra Come eravamo. Così si può riassumere in breve la trama dell’ultima fatica di Robert Redford, The company you keep, fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. L’ultrasettantenne Redford veste, poco verosimilmente, i panni di un avvocato, vedovo e padre di una bambina di appena undici anni, che attira l’attenzione di un giovane reporter in seguito all’arresto di una terrorista ricercata da trent’anni dall’FBI. Il reporter scopre che sotto la facciata impeccabile dell’avvocato si nasconde un vecchio amico della terrorista, accusato insieme a lei e ad altre due persone di una rapina con omicidio, costringendolo alla fuga alla ricerca di una prova di innocenza.

A un intrigo in realtà molto più lineare e scontato di quanto vorrebbe essere, si aggiunge l’elemento sociopolitico che il regista, da buon liberal, non si fa mai mancare: il gruppo terroristico sotto accusa è quello realmente esistito dei Weather Underground che durante la guerra del Vietnam organizzò attentati contro il governo americano per protestare contro la mattanza in terra orientale.

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O GEBO E A SOMBRA di Manoel De Oliveira (2012)

Alla veneranda età di 103 anni non si può certo dire che un cineasta come Manoel de Oliveira, con alle spalle una carriera iniziata nel 1931 e più di 60 film, abbia qualcosa da dimostrare a qualcuno. Sempre coerente con la sua idea di cinema, de Oliveira ha rappresentato per decenni l’emblema di un cinema europeo resistenziale, che si oppone con tenace costanza ad ogni compromesso linguistico, ad ogni tentativo di ingerenza altra rispetto allo sguardo e alla sensibilità del suo autore. Un cinema di parole, di voci spesso fuori campo, di quadri che raggelano l’inquadratura in attimi di prolungata sospensione. Cinema che qualcuno ha definito “da camera”, perché predilige gli spazi chiusi, l’intimità della esecuzione raccolta, il piacere del racconto e della narrazione che si dona a pochi, la sobrietà assoluta della messa in scena.

 

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DEN SKALDEDE FRISOR (LOVE IS ALL YOU NEED) di Susanne Bier (2012)

Una gradevole commedia romantica per palati poco esigenti, ambientata nel cuore della costiera amalfitana. L’ultimo film di Susanne Bier, presentato fuori concorso alla 69° Mostra del cinema di Venezia, potrebbe essere semplicemente sintetizzata con queste parole. Sì, perché davvero si fa fatica a trovare spunti narrativi interessanti su cui porre attenzione. Il fascinoso Pierce Brosnan, uomo in carriera dedito alla gestione di una grande azienda e inacidito da una vita solitaria, trova l’amore durante la festa per le nozze del figlio, organizzate a Sorrento. Riscoprendo sentimenti sopiti da anni, non avrà vita facile nel condurre verso un lieto fine la love story in cui è coinvolto, poiché la donna di cui si innamora, interpretata dall’ottima Trine Dyrholm già vista in Festen del 1998, è la madre della futura nuora, a sua volta tradita dal proprio marito.

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