A Real Pain, la recensione del film di Jesse Eisenberg
di Valeria Morini
Secondo impegno da regista dell’attore Jesse Eisenberg, A Real Pain è la dimostrazione del fatto che basta un piccolo film, se scritto bene, a toccare il cuore dello spettatore. Presentato al Sundance Film Festival (e prodotto tra gli altri da Emma Stone), è valso l’Oscar 2025 come miglior attore non protagonista a un intenso e straordinario Kieran Culkin ormai definitivamente consacrato anche su grande schermo dopo la grande prova nella serie Succession.
La storia è essenziale nella sua semplicità e al tempo stesso profonda: David (Eisenberg) e Benji (Culkin) sono due cugini che partecipano a un tour dedicato alla Shoah in Polonia, insieme a un piccolo gruppo di persone, quasi tutte di religione ebraica (in caso non la riconosceste, una di loro è interpretata dalla Jennifer Grey di Dirty Dancing). Il viaggio è una riscoperta delle proprie origini e in memoria dell’amata nonna polacca sopravvissuta all’Olocausto e da poco scomparsa, ma anche un’occasione per i due cugini di ritrovarsi dopo un drammatico episodio che ha visto protagonista Benji.
Sorretto da una scrittura di disarmante tenerezza ad opera dello stesso Eisenberg (che ci mette molto di se stesso e della sua vita) e da due prove attoriali davvero superbe, carezzato dalle musiche di Chopin, A Real Pain è un road/ buddy movie indipendente che riesce a centrare temi tutt’altro che banali. Il primo è la ricerca dell’identità ebraica, del cosa significa oggi essere ebrei e discendenti di immigrati e sopravvissuti al nazismo.
Dietro questo fil rouge, le vere colonne portanti del film sono però l’elaborazione del lutto, le relazioni famigliari, l’importanza della memoria ma anche la perdita dell’empatia nella società individualista contemporanea, che anestetizza e cerca di cancellare il dolore come se non fosse una componente fondamentale dell’esperienza umana.
A Real Pain è insomma un film apparentemente esile, certamente contenuto nel budget, ma con la capacità di affrontare senza retorica argomenti potenti, attraverso lo straordinario rapporto tra Benji e David. Se il resto dei personaggi non viene particolarmente approfondito, tutto il racconto si gioca sulla contrapposizione tra David, timidissimo e non privo di fragilità ma con una vita regolare da bravo marito, lavoratore e padre di famiglia, e Benji, eterno Peter Pan sboccato e fannullone, anarchico e accanito fumatore di erba, ma al tempo stesso dotato di una sensibilità così grande da portarlo all’autodistruzione, la cui baraonda interiore è direttamente proporzionale al grande cuore. Con la sua emotività così intensa ci offre una grande lezione di vita e quello tra i due cugini è uno dei rapporti più belli e struggenti visti al cinema di recente.
Non è da poco saper raccontare tutto questo in un’opera seconda che ci regala almeno tre scene bellissime e molto toccanti, nel campo di concentramento di Majdanek e in due sequenze dialogate che restano nel cuore.
Voto: ★★★/☆☆☆☆
