After the Hunt – Oltre la maschera

Di Francesco Pozzo

They, go away. 

After the Hunt è un film denso, complesso, scomodo, spietato, importante (soprattutto): e le reazioni scomposte, perplesse, finanche indignate, perché no, che ha suscitato in seguito alla prima mondiale all’ottantaduesima Mostra del cinema di Venezia (con un bel ‘Guadagnino Boomer’ che ho intravisto passeggiando per il Lido sulla bacheca delle reazioni del talvolta becero pubblico, e che penso gli strapperà un sorriso), provano a mio avviso che la tesi su cui s’incardina il film è incontrovertibilmente corretta: cioè a dire che oggi (e questo, del resto, lo si era capito) non c’è più spazio per il dialogo, per l’analisi critica, per la (magari silenziosa, quando tutto è rumore) ponderazione: perché tutto deve sbracare puntualmente nello slogan, nella rabbia screanzata e disarticolata, nell’indignazione rumorosa e ignorante. In una parola: nel livore (concetto chiave di questi tempi). Non c’è (più) spazio, ahimè, per la necessaria riflessione. Almeno per il momento. Questo qui, invece, è un testo che ci invita a riflettere. E lo fa elegantemente, acutamente, astutamente. Meravigliosamente.

Il film si apre subito con un colpo di genio: i titoli di testa col font di Woody Allen (che aprivano anche The Staggering Girl: tutto fuorché un vezzo: come può definirsi meno che geniale la scelta – ideologica – di aprire un film su una donna sulla via della cancellazione con il font del regista criminosamente canceled par excellence? Mi inchino). Poi Guadagnino – come anche il collega Lanthimos nel suo portentoso, atavicamente disturbante Bugonia – mette tutto sul tavolo – studenti, insegnanti, filosofi, psicanalisti, counselor, etica, maschilismo, classismo, sessismo, razzismo, femminismo, narcisismo, ruoli e rivalità sociali, gender, fluidità, inclusività, pensiero woke, he, she, they, maccartismo di ritorno, #MeToo: è un film profondamente radicato, e che germoglia, nell’oggi: in questo specifico momento storico, d’altronde… -, ma fa intelligentemente un passo indietro (come faceva da ragazzino durante i consessi pieni di intellettuali o presunti tali a cui partecipava da spettatore pensante), guardando i suoi controversi, antipatici, respingenti personaggi (ne vogliamo di più, di personaggi opportunisti, ipocriti, repulsivi, nell’asfittico e altamente compromissorio panorama del cinema contemporaneo, mainstream o meno che sia) come pesci in un acquario. Non giudica: minimamente: ma da grande regista, psicologo ed entomologo qual è, osserva (punzecchiando: questo sì: sempre). E ci invita a porci domande, a interrogarci su ciò che ci troviamo davanti. Non a vedere, ma a guardare: a non essere spettatori passivi, amebici, del cinema e della vita. Ci provò anche Todd Field, col suo Tár, fallendo (almeno parzialmente).

Guadagnino, mi spiace per i quattro volte su cinque prevenuti detrattori (sempre meno), è tutto fuorché un boomer: è anzi una persona e un uomo di cinema dalla mente e dall’attitudine straordinariamente giovane, fresca, brillante, vivificante, aguzza, propulsiva, propositiva. Forse (anche) perché frequenta e lavora con persone giovani, cosa che sicuramente aiuta a stare al passo: ma lui è in generale troppo intelligente per rimanere indietro e non essere costantemente proiettato verso il futuro: il suo sguardo sulle cose, sul mondo, sulle persone è fertile, elettrizzante, puntuto, acuminato. Inoltre, continua (e credo che questo, per lui, sia non poco importante) a fare un cinema, non mi stancherò mai di ripeterlo, che è come un grande mosaico dove tutto si parla e tout se tient, e all’interno del quale i film fatti sono importanti quanto quelli non fatti: I Buddenbrook che compaiono sul comodino; il Sergeant Rock che appare fugacemente nella vetrina di un negozio; i poster cinematografici, spesso veri e propri indizi narrativi intrisi di cultura (americana e non) e impregnati di passione cinefila disseminati in lungo e in largo (Eastwood – un altro magnifico umanista e cultore di un cinema etico ed epico al tempo stesso -, Almodóvar…). Lui è un uomo che ragiona in termini prettamente cinematografici (e chi scrive diffida profondamente dei registi che non appartengono a questa precisa categoria), ed era da tempo che tentava di fare un grande film su una donna: una grandiosa, memorabile figura femminile (d’altronde, uno dei suoi film preferiti è uno dei più puri, monumentali capolavori rosselliniani: Europa ’51): ce ne aveva dato un assaggio con Io sono l’amore, certo, con il perturbante chignon di Tilda-spirale hitchcockiana (perché tutto, come detto, è cinema), ma stavolta (ora ci arriviamo) è andato ancora più a fondo.

E poi, appunto, un entomologo. Viene infatti subito in mente l’intro di All That Heaven Allows del maestro Douglas Sirk, un altro melodramma raffreddato (perché After the Hunt è un po’ thriller, un po’ mélo glaciale – ci sono pure, verso la fine, due persone spezzate e abbracciate in una stanza e il mondo fuori: perché Bertolucci aleggia sempre -, un po’ tutto), in cui la macchina da presa, accompagnata dalle note di Liszt, si cala lentamente, dall’alto dei cieli, addentrandosi in un microcosmo americano che fa spavento. Lì era Jane Wyman, la donna meravigliosa attorno alla quale ruotava tutto; qui, in After the Hunt – film, è bene ripeterlo, scientemente popolato da personaggi sgradevoli ma sempre estremamente interessanti: tutti, in un mondo che è ormai un campo minato in cui ogni parola è offesa e che pare preso di forza da Demolition Man: film profetico -, l’Alma (l’anima del film: infatti) di Julia Roberts. E After the Hunt, si diceva, è uno splendido ritratto di donna (Guadagnino ha citato non a caso due sublimi gioielli al femminile di Allen: Another Woman e Hannah and Her Sisters: ma torna alla mente anche l’esplorazione del ventre rosso femminile del Sussurri e grida di bergmaniana memoria): e nella sfuggente Julia/Alma Guadagnino si identifica anagraficamente e non solo: è indubbio che le sia vicino: lui è cresciuto con gli insulti al vetriolo ma sempre eccezionalmente intelligenti e carichi di pensiero di una donna stupendamente virulenta e genialoide come Laura Betti: non raccontiamoci che possa essere perfettamente a suo agio con le permalosità un po’ sterili e chiuse in sé stesse della suscettibilissima e spesso fastidiosa, sì, Gen Z (il che non vuol dire che non la rispetti e non ne sia umanamente e intellettualmente stimolato, cercando di capire): e ogni figura del racconto, di riflesso, è magneticamente attratta da lei. Tutto però collassa (il suo è un cinema favolosamente fondato sui collassi: degli immaginari, degli sguardi, delle personalità: di tutto) quando l’allieva prediletta e forse in fondo un po’ mediocre Maggie (Ayo Edebiri: che brava) accusa il collega Hank (un inedito, altezzoso e viscidino Andrew Garfield, che ha quarantadue anni ma dal vivo sembra un ragazzino) di essersi approfittato, dopo qualche bicchiere di troppo, di lei. E scontro generazionale fu: ma qual è, esattamente, la verità?

La cosa (più) interessante è che le due donne – Maggie, la snowflake; Alma, la donna old school che ha prevalso unguibus et rostris in un ambiente prevalentemente e tossicamente maschile e che un personaggio della Grande Bellezza definirebbe trucidamente: ‘donna con le palle’, non sono poi così diverse: poiché entrambe, ognuna a modo suo, vittime di un sistema patriarcale – quindi malato e corrotto alla radice – in cui tentano non solo di sopravvivere e di emergere: ma di prevalere. Costi quel che costi. È un film di gente che deve prevalere, questo: di traumi fasulli (o forse no) ma anche estremamente seri. Di sguardi (che primi piani folgoranti: da Demme ha imparato tutto) e di gesti, il più delle volte di chiusura (guardate solo il posizionamento dei corpi, le mani, le braccia…), assolutamente fondamentali, ma anche di sferzanti e ininterrotti scambi dialettici: e il collasso dei punti di vista (ancora), ribollente e poi brutale, dal basso, senza esclusione di colpi, è (parecchio) affascinante. E in tutto questo c’è anche spazio per un marito-compagno-amico-complice castrato fra il passivo e il passivo-aggressivo (il fedele Michael Stuhlbarg, attore di rarissima sottigliezza: impossibile dimenticarsi la sopraffina trasformazione in redneck assetato di sangue uscito da Texas Chainsaw Massacre nel bellissimo Bones and All) che possiede invero una lingua triforcuta che infilza mica da ridere: e che gira che ti rigira assume anche qui un ruolo similare a quello di papà Perlman in Call Me by Your Name, specie nella cornice di una cruciale, inattesa (?) e dolorosa rivelazione finale (ed eccolo qui, il fiore del suo segreto) che raggela.

È molto intrigante che Luca Guadagnino abbia scelto di dedicarsi a un film così apparentemente diverso dai precedenti (sensuali, sensuosi, vibranti e febbricitanti di desiderio: tutto quello che volete): ma è evidente che anche alle prese con una materia così algida, (volutamente) opprimente, opaca, angosciante, claustrofobica e dalle tonalità raffreddate, si confermi ancora una volta un regista splendidamente sensoriale: lui sa evocare (che è poi la condicio sine qua non del grande cinema): in Queer bastava inquadrare l’inebriante schiena perlacea di Drew Starkey osservata un po’ languidamente e un po’ bramosamente da Daniel Craig; qui è sufficiente pensare alla scena (bellissima) in cui le gocce di sudore del compagno, o compagna, o tutt’e due, di Maggie gocciolano sul suo viso; oppure al magistrale finale fire and ice in cui questo straordinario regista contrappone magnificamente, icasticamente, una Roberts regale, nella neve, in un tanto spericolato quanto potente salto in avanti, con i tragici e continui aggiornamenti dei fuochi losangelini in televisione (è dopo la caccia, d’altronde), e l’Africa di Ayo, figura intrusa nel suo intimorente regno di cristallo (repetita iuvant: il film è suo, di Alma Olsson): due esseri umani complessi e inconciliabili fino alla fine, certo, ma non per questo incapaci di una pur vaga forma di rispetto e comprensione: anzi.

E infine, quella chiusa eccezionale, con la macchina da presa che s’adagia (ancora un movimento in avanti) sulla banconota – e quindi il denaro – di Andrew Jackson – primo, sanguinario presidente membro del Partito Democratico -, togliendoci ogni dubbio, qualora ve ne fossero, sul fatto che l’America, Land of the Free, è un Paese fondato tanto sulla violenza, sull’odio, sul (pesante) compromesso quanto su parole e azioni di personaggi ambigui, riprovevoli e controversi come quelli che questo superbo film mette così coraggiosamente e sagacemente in scena: dovremmo dunque cancellarli? E poi quel ‘Cut’ meraviglioso: perché tutto è messinscena, finzione, scivolosissimo gioco pirandelliano. Sempre. “Non c’è vita vera se non nella falsa” (l’ha detto Adorno, un altro in procinto di cancellazione). Non verrà capito? Pazienza. Resterà, perché è un film stupendo. E Luca Guadagnino si conferma il più prezioso fra i nostri cineasti.