After This Death di Lucio Castro, la recensione
di Giulia Pugliese
Un’opera con ambientazioni misteriose, una fotografia intrigante e una coppia di protagonisti, Isabel (Mia Maestro) ed Eliott (Lee Pace), che ha molto feeling e chimica. After This Death ha un inizio molto forte, che incolla lo spettatore al lungometraggio. La storia misteriosa e complicata di Isa e Eliott: la prima è un’artista vocale argentina, che però non canta, incinta; il secondo è un cantante guru, che li porta ad avere una relazione romantica, passionale e piena, che poi viene bruscamente interrotta da Isabel per una serie di eventi e per tornare dal marito Ted (Rupert Friend).
Un film ambientato nella periferia verde e benestante di New York, dove viene citato Alfred Hitchcock. Tuttavia, il riferimento rimane solo una citazione, anche se ci fa presagire che tutto non sarà come sembra. After This Death riesce veramente a portare lo spettatore in un luogo ricco di fascino e di charme, per poi condurlo in una storia thriller e gialla, confusa e che non viene chiusa del tutto.
La nostra protagonista, Isabel, così bella, così sofisticata, con un passato familiare problematico, è una donna complicata, tanto che il marito Ted le dice: “Una volta era affascinante non capirti, adesso è estenuante”. L’incontro con Elliott le farà capire che il suo matrimonio è ormai privo di passione e amore, ma, nonostante sembri così forte e indipendente, non riesce a prendere decisioni chiare: per convenienza, per opportunismo o per indecisione. Il film tace anche su questo.
L’opera, che vorrebbe essere uno sguardo femminile, rimane incatenata a una visione maschile, perché Isabel viene punita per il suo gesto e anche tutta la premessa sembra filtrata da uno sguardo maschile.
Nel film, la ricerca estetica e visiva è forte e ben riuscita: la fotografia è ricca e nitida, in contrapposizione a una storia torbida; le ambientazioni sono belle, a denotare l’agiatezza dei protagonisti, contrapposta però a un’estrema noia che porta Isa a cercare sesso e comprensione in Elliott. La storia sentimentale è un po’ fiacca, ma molto sexy (lui la rimorchia dicendole “I’m a big pussy eater”), e viene spazzata via dall’elemento giallo, che dovrebbe essere più forte ma invece non porta a una conclusione degna.
Vengono messi tanti elementi sul piatto: serve davvero farci conoscere la vita familiare della protagonista? Qual è la verità su Elliot? Cosa è successo veramente? Domande a cui lo spettatore non avrà mai risposta. La nostra protagonista rimane misteriosa, il che inizialmente può sembrare affascinante, ma poi diventa estenuante, come dice il marito. Anche il personaggio maschile è poco delineato: fa il guru, ma sembra infastidito dai suoi fan così pressanti? Fa il nichilista e l’hippy, ma poi ci rimane davvero male per la fine della relazione con Isabel? Anche di lui, alla fine, capiamo poco. La storia, i protagonisti e la fine rimangono avvolti in un’allure affascinante, ma che alla fine risulta inconsistente e piena di scelte bizzarre. Il film rimane superficiale e lascia lo spettatore senza risposte. Il sentimento principale che si prova quando si esce dalla sala è la frustrazione.
La trama thriller e l’intreccio drammatico erano avvincenti e meritavano di avere un finale chiaro. Rimangono l’estetica, la chimica della coppia e la musica della band di Elliott. Il finale è un premio che Elliott fa alla protagonista o un buffo gioco del destino?
Presentato alla Berlinale 2025, nella sezione Berlinale Special.
Voto: ★★/☆☆☆☆
