Amarga Navidad di Pedro Almodovar, la recensione

di Valeria Morini

Amarga Navidad è un Natale amaro, come il titolo della canzone di Chavela Vargas, leggendaria cantante messicana la cui voce appare nelle scene più riuscite del 25esimo film di Pedro Almodóvar. C’è ben poco di atmosfera natalizia ma molta amarezza e malinconia in un’opera, presentata in concorso al Festival di Cannes 2026, che è una sorta di autoconfessione del regista spagnolo tanto da fargli ammettere che è “film dove sono stato più impietoso verso me stesso”.

Elsa (Bárbara Lennie) è una regista pubblicitaria che anni prima ha girato solo due film e che, affetta da attacchi di panico, non tarda a capire come la ragione sia la mancata elaborazione del lutto per la morte della madre, che cerca di superare aiutando alcune amiche in difficoltà. La storia di Elsa non è realtà ma è la sceneggiatura di un film che Raúl (Leonardo Sbaraglia) sta scrivendo per superare un’impasse creativa, prendendo spunto da vicende a lui vicine con il risultato di scontrarsi con l’amica ed ex agente Monica (Aitana Sánchez-Gijón).

Dopo i temi forti trattati nella sua fortunata parentesi anglofona, e coronata dal Leone d’oro, La stanza accanto (il fine vita, l’amicizia oltre la morte), Pedro torna in Spagna e indaga il processo creativo nelle sue difficoltà e nei suoi lati più controversi. Tutto è doppio in questo film che segna il suo ritorno in Spagna: due storie che si specchiano l’una nell’altra, due relazioni amorose, due amiche e due lutti all’interno della vicenda fiction di Elsa. Soprattutto, due registi – lui un Maestro adorato dai cinefili, lei che ha fatto solo una manciata di cult movies – che si fanno così entrambi alter-ego di Almodóvar.

Non all’altezza dell’intensità del film precedente e lontano dai suoi capolavori, il cineasta spagnolo realizza un lavoro decisamente minore nella sua lunga carriera, una pellicola dove accade pochissimo e, come già detto, le uniche scene davvero forti sono quelle carezzate dalla voce di Chavela (artista particolarmente cara al regista) di cui sentiamo, oltre al brano del titolo, La Llorona in una sequenza struggente. Anche le interpretazioni, ahinoi, risultano piuttosto mediocri, se escludiamo quella Bárbara Lennie, davvero bravissima, un’ottima Sánchez-Gijón e il piccolo cameo dell’immancabile musa Rossy De Palma. Ma al netto dei difetti di una pellicola monca e sostanzialmente incompiuta – dove comunque tornano elementi almodovariani affascinanti come gli interni eleganti, i colori fiammeggianti, inquadrature bellissime come quelle girate nel segmento a Lanzarote – Amarga Navidad porta con sé un messaggio interessante.

Quello che Almodóvar sembra dirci è che forse, dopo aver inanellato una serie di titoli fortunati nell’ultimo decennio, anche lui, come Raúl, è in crisi di idee. E, soprattutto, che l’atto creativo porta sempre con sé il “rubare” qualcosa a qualcuno, lo scavare nelle storie delle persone vicine all’autore con il risultato di ferirli e copiarne in qualche modo le vite. Scrivere è insomma un atto artistico ma anche di egocentrismo ed egoismo, che porta con sé un inevitabile senso di colpa. Ma non per questo Pedro ha intenzione di smettere di fare cinema: anzi, il regista si è detto pronto a continuare a fare film e a tornare allo humour dopo questo film, intriso di morte, dolore e amarezza.

Voto: ★★½/☆☆☆☆