ANNA KARENINA di Joe Wright (2012)

locandina-anna-kareninaAnna Karenina era senza dubbio uno dei film più attesi del trentesimo Torino Film Festival, dove è stato presentato, grazie alla presenza, tra gli attori, di nomi di richiamo (Keira Knightley, Jude Law, Aaron Johnson) e per un regista, Joe Wright, i cui precedenti lungometraggi avevano ottenuto un riscontro positivo di pubblico e critica (Orgoglio e pregiudizio: candidato a quattro Oscar e a due Golden Globe; Espiazione: sette nomination e una statuetta vinta per la miglior colonna sonora originale). Non si può dire che le promesse siano state mantenute.

 

 

 

La storia è nota: Anna, sposata al funzionario governativo Aleksei Aleksandrovič Karenin e madre di un figlio, si innamora perdutamente del conte Aleksej Kirillovič Vronskij, affascinante ufficiale di cavalleria: la relazione che ne consegue, assolutamente inaccettabile in un contesto rigido e convenzionale come quello dell’aristocrazia russa di fine Ottocento, è destinata a sfociare in tragedia.

 

Nel suo romanzo Lev Tolstoj tratteggia un’eroina in netto anticipo sui tempi, tutta cuore e sentimento in una società dominata da precise regole di comportamento: la descrizione della sua sofferenza nel vivere una storia d’amore che è inevitabilmente causa di disonore e disprezzo è per lei un prezzo accettabile, quasi doveroso, da pagare. Coerente fino all’ultimo, accetta il suo destino senza esitazioni.

 

Il film di Wright trasforma la protagonista in una donnetta isterica ed insopportabile che non suscita alcuna comprensione o empatia; e questo è grave, se si considera che ad essere rappresentato sullo schermo è uno dei personaggi più complessi ed interessanti della letteratura di ogni tempo. Il mediocre risultato è causato soprattutto dall’interpretazione della Knightley, attrice inspiegabilmente quotata, convinta di rendere la disperazione di Anna strabuzzando gli occhi e gettandosi a terra come nelle migliori soap-opera. Impietoso il confronto con Greta Garbo, magnifica interprete di ben due pellicole tratte da Tolstoj, la seconda delle quali, diretta da Clarence Brown, fu indicata nel 1935 tra i migliori dieci film dell’anno dal National Board of Review of Motion Pictures.

 

A livello tecnico la direzione di Wright è ineccepibile: nessuna sbavatura nei mirabili piani sequenza che dimostrano una notevole sapienza nel maneggiare la macchina da presa. Altra questione è la scelta di rappresentare la vicenda in ambito teatrale per simbolizzare il soffocamento della società aristocratica, con tutte le ovvietà che ne conseguono: emblematica la scena di danza, in cui i ballerini ridotti a statue che circondano Anna e Vronskij dovrebbero incarnare l’immobilità di una classe intrappolata nei propri codici e privilegi.

Si potrebbe pensare che un adattamento di questo tipo sia originale, coraggioso e al passo con i tempi. Errore: si tratta solo di presunzione e forzatura.

 

Voto: 1,5/4

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