ANT-MAN di Peyton Reed (2015)

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La strada verso Civil War è ormai delineata, lasciatosi alle spalle The Avengers: Age of Ultron. Mancano ancora alcuni tasselli all’appello e uno di questi è Ant-Man, supereroe di nicchia, poco considerato e potenzialmente dallo scarso appeal. La Marvel, però, riesce comunque a renderlo appetibile, nonostate le vette dei comic movie siano comunque lontane.

Scott Lang (Paul Rudd) è appena uscito di prigione, quando gli si presenta la possibilità di un nuovo furto. Lui non vorrebbe, per amore di sua figlia, in custodia alla moglie dopo il divorzio, ma a contattarlo è il dottor Henry Pym (Michael Douglas), che vuole proporgli un’esperienza rivoluzionaria, grazie ad una tuta capace di rimpicciolirlo e raddoppiare le sue forze, trasformandolo in Ant-Man.

Se è vero che dopo The Avengers i risultati dei cinecomic Marvel sono stati pressoché scadenti – con Iron Man 3 a raschiare il fondo – con il sequel tanto atteso quanto deludente, è vero che da prodotti considerati secondari sono nate possibilità inattese. Ant-Man non è Guardians of The Galaxy, e questo è da mettere in chiaro, anche perché Paul Rudd non ha lo stesso carisma di Chris Pratt, tanto per cominciare. Ant-Man è tuttavia un’operazione che vince per l’assenza di epicità, per la voglia di non prendersi eccessivamente sul serio, tanto che lo script è affidato ad Edgar Wright, e chissà cosa avrebbe potuto combinare se fosse stato alla regia, andata invece a Peyton Reed.

La pellicola, tra alti e bassi, scorre fluida nella sua semplicità, riuscendo a toccare vette molto alte a livello visivo, salvo poi crollare in alcune sequenze ammiccanti o dozzinali di cui ormai la Marvel del grande schermo, purtroppo, ha il vizio di farsi portavoce eccessiva. Convince molto il passaggio dal mondo reale al minimondo, sviluppando esteticamente l’idea di Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi – che all’epoca fu il motivo dell’accantonamento del progetto Ant-Man da parte di Stan Lee – con espedienti nuovi e di qualità naturalmente superiore, ed è un vero peccato siano sequenze sporadiche, perché sono le migliori. Se Rudd non risulta molto funzionale, lo stesso non si può dire di Corey “Darren Cross” Stoll – un Calabrone inquietante e spietato – e di Michael “Hank Pym” Douglas, veri valori aggiunti del film. Tra una risata e l’altra si arriva alle sequenze d’azione decisive, belle e ben costruite, per poi perdersi in un finale abbastanza banale, ma che non stona in quello che, a tutti gli effetti, è un film gradevole, chiaramente creato in vista dei prossimi, ma comunque migliore di quasi tutti gli acclamati sequel dei big Avengers.

Voto: 2/4

Lorenzo Bianchi