ASPIRANTE VEDOVO di Massimo Venier (2013)

AspiranteA che pro fare, nel 2013, il remake de Il vedovo, pellicola del 1959 firmata da Dino Risi? E a che serve un rifacimento che si deresponsabilizza e tutela preventivamente, aggiungendosi un “aspirante” al titolo e professandosi solo vagamente e liberamente ispirato al film con protagonisti gli inimitabili Alberto Sordi e Franca Valeri?

Aspirante vedovo è, o quanto meno prova ad essere, la versione riveduta e aggiornata di uno dei capisaldi della commedia all’italiana, di cui riprende sostanzialmente la trama, pur non limitandosi ad essere pedissequa e scontata imitazione dell’originale. Alcuni snodi narrativi del modello di riferimento vengono adattati al contesto contemporaneo (dall’imminente boom si passa a raccontare la crisi, non si viaggia in treno ma in aereo e le cabine non servono più a telefonare…), altri vengono sacrificati (i petulanti creditori di Alberto compaiono sporadicamente e le differenze linguistiche e culturali tra il romano scansafatiche e la sua nordica e pragmatica consorte vengono completamente annullate), altri ancora derubricati a semplice citazione o omaggio (la comparsa del ragionier Lambertoni o la tromba dell’ascensore che nel film originale aveva un significato e qui ne assume un altro).

 

Il problema principale di Aspirante vedovo sta però nella sua mancanza di direzione, nel suo atteggiamento ambivalente di eccessiva reverenza e di sopita inventiva, nell’incapacità di assumersi fino in fondo il rischio di approcciare in maniera differente il materiale narrativo, pur non tradendo lo spirito del film originale. Ne viene fuori così un pavido ibrido, depotenziato quasi del tutto della caustica cattiveria e dell’aura di cinica ironia con cui Risi metteva alla berlina una coppia disfunzionale, a dir poco, e una società borghese, industrializzante, tanto ricca nel portafoglio quanto povera di spessore morale, anaffettiva e arrivista, tragica e grottesca nel suo appariscente benessere.

Il film di Massimo Venier è, al contrario, una farsa di una pochezza esiziale, mai davvero divertente, quasi esclusivamente derivativa, priva di una contestualizione nella contemporaneità (i richiami al presente sono forzati e poco convincenti) e popolata da personaggi di una sgradevolezza sempre e solo respingente, mai scaturente un riso amaro o un qualsivoglia rapporto empatico.

Aspirante vedovo pare crogiolarsi nella propria mediocrità senza sbocchi, refrattario a porsi con convinzione come qualcosa di più complesso e sfaccettato rispetto alla solita commediola senza arte né parte: ogni volta che si intravede la possibilità di uno scatto d’orgoglio e di uno sguardo meno accondiscendente e superficiale, le attese vengono puntualmente disilluse e si ritorna mestamente su standard comici meno disastrosi di quanto fosse lecito temere, ma non per questo soddisfacenti.

Ingeneroso poi, un confronto tra le coppie Sordi-Valeri e De Luigi-Littizzetto: la prima valore aggiunto di un film memorabile, la seconda certificazione palese di un’operazione maldestra e inutile.

Gustoso, quanto meno, il cameo del grande critico e storico del cinema Tatti Sanguineti (il dottore della clinica).

 

Voto: 1,5/4

 

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