Athena di Romain Gavras, la recensione

Athena - Film (2022) - MYmovies.it

La rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia, la rivoluzione è un atto di violenza” Mao Zedong

Athena è il nome di una fantomatica banlieue, dove scoppia una rivolta perché è stato brutalmente ucciso dalla polizia un ragazzino di 12 anni, di nome Idir. I due fratelli di Idir sono entrambi determinati a scoprire la verità, ma si trovano dalla parte opposta della barricata: Abdel, che si è assimilato allo Stato francese prendendo la strada della rettitudine e diventando poliziotto, mentre Karim è il leader della rivolta, un personaggio tra Che Guevara e Sandokan, anche lui con una sua moralità e rettitudine.

Se l’Odio (1995!) è stato un film profetico per quelle che sono state le rivolte nelle banlieue nel 2005, adesso la guerra fratricida francese è reale e riguarda tutta l’Europa. Il film è una grande allegoria con un luogo ideale dal nome Athena che vuole tributare il padre del regista, Costa-Gravas, ma la situazione è realistica. Cittadini di serie B, eppure francesi: i suoi protagonisti sono marionette di un sistema più grande di loro, in una visione politica alla Pasolini (tra poliziotti vittime anche essi e ragazzi di borgata senza futuro), ma un estetica da videoclip gangsta.

I figli dei panettieri, fanno i panettieri, i figli dei notai, fanno i notai e i figli dei registi fanno i registi, ma con sapienza, perché attenzione Ramais Gravas, la sua gavetta se la fatta tra videoclip, film minori e si vede perché il film è girato benissimo. La miglior regia vista alla Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno.

Scene pazzesche e adrenalina al massimo.

Il piano sequenza iniziale di 20 minuti è un capolavoro, le scene degli scontri tra polizia e i giovani della banlieue regalano dei fotogrammi di pura bellezza (come quella dei poliziotti chiusi sotto gli scudi mentre volano le molotov), richiami ai quadri “La libertà che guida il popolo” di Delacroix e al “Quarto Stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo. Magistrale e contemporanea la scena in cui Karim lancia un frigo per bloccare la polizia, ma lo guarda dallo schermo del telefonino, perché viene ripreso dal telegiornale.

La violenza c’è ma è edulcorata, come a preservare lo spettatore, infatti si decide di non farci vedere l’omicidio di Idir e le violenze più efferate, la brutalità è solo narrata, ma non per questo fa meno male. I personaggi a tratti appaiono poco sfaccettati, ma il film si muove soprattutto per archetipi, le scene spettacolari vanno a discapito della creazione dei personaggi.

Un film solido, moderno, girato con maestria e interpreti convincenti. Il rischio è di finire nel mero esercizio di stile e che la realtà venga semplificata.
Mi chiedo, è possibile fare un film così bello visivamente parlando di cose così brutte? il rischio è di rimanere ancorato all’estetica del videoclip o del videogioco? Non è che per seguire la bellezza estetica, per far vedere quanto si è bravi, si perde il contenuto?

Il finale lascia l’amaro in bocca, ma il film con la sua estetica prevalente riesce davvero a farci sentire la rabbia di questi giovani disperati? Forse bisognava sporcarsi più le mani, era meglio dare più sostanza e meno forma? La rivoluzione è un pranzo di gala?

Una cosa è certa di sicuro, me lo vado a vedere il prossimo film di Romain Gravas!

Voto: 3/4

Giulia Pugliese