C’eravamo tanto amati (il cinefilo, il diavolo e l’acquasanta)

casanovajaqix9Nei succulenti anfratti della Cineteca Nazionale si celano tesori d’inestimabile valore, degni della grotta di Alì Babà. Fra di essi, ad esempio, si cela, una “pizzetta”, un rullo che poteva rischiare di cadere nell’oblio eterno, con tutte le sequenze de Lo sceicco bianco che Fellini eliminò dopo che, in sala di montaggio, il Sommo Riminese aveva mostrato al proprio Maestro, Roberto Rossellini. Il papà del Neorealismo, infatti, già aveva subodorato verso quali esotici lidi voleva planare l’indisciplinato allievo… Ecco quindi Rossellini imporre a Fellini (scontro di Titani) di sforbiciare tutte le “extravaganze”, le schegge di grandangolare umanità: uno spaurito Leopoldo Trieste che, cercando la moglie scomparsa, spalanca tutte le porte della pensioncina ed entra in una stanza ove tre vecchine vestite solo di asciugamani-sudario stan facendo i fumenti tra vapori degni delle Terme di “Otto e mezzo”; un pazzo ghignate rinchiuso in una gabbia trascinata da una pachidermica suora.

Leggi tutto

Il gatto Resnais, il Trans-Anubi-Express e la Grand-Mère

l annee derniere a marienbad“In questo albergo immenso, lussuoso, barocco, lugubre. Dove corridoi senza fine succedono ad altri corridoi, silenziosi, deserti, gelidamente decorati da intarsi in legno… In sale silenziose in cui i passi di colui che le attraversa sono assorbiti da tappeti così pesanti, così spessi, che nessun rumore di passi arriva alle sue orecchie. Come se persino le orecchie di chi cammina, ancora una volta, lungo questi corridoi, attraverso questi saloni, queste gallerie, in questo palazzo d’altri tempi, in questo albergo immenso, lussuoso, lugubre. Dove corridoi senza fine succedono ad altri corridoi…” (Alain Robbe-Grillet)

Le architetture del Valhalla dei Registi si basano su regole che noi comuni mortali non passiamo capire: infinite sono le entrate. Ad attenderti possono esserci gli immaginifici elefanti alle porte di Babilonia, come uno stilizzato Ponte dei Sospiri di cartapesta, forgiato solamente per accompagnare ai Piombi un Donald Sutherland incanutito e febbricitante. Resta il fatto che, qualche giorno fa, in un fumigante vapore da sudario, ad una di queste entrate comparve un treno che gli antichi chiamano Trans-Anubi-Express: pare che, oggi, i fuochisti siano Jean-Luis Trintingnat ed Alain Robbe Grillet (che, va detto, ha il vizio di fustigare le belle passeggere). Ma ecco che, in uno stridio di freni- e di attuti gridolini orgasmici, il Trans-Anubi-Express, si blocca: giusto per far scendere, con l’elastica, eterea, grazia degna di Nijinski (prima della pazzia), un bel gattone nero.

Leggi tutto

La portai al fiume, credendo fosse ragazza, e invece era Serafino Gubbio, operatore

BlancanievesNegli anni avventurosi, eccitanti, della Residencia (studentato madrileno) un imberbe, ma già ruvido, Buñuel, pur adorandolo come amico, non sopportava le poesie di Federico Garcia Lorca, che considerava, didascaliche, “spagnole” ai limiti del folclore. Il comune amico Dalì costringeva il futuro papà di Viridiana ad assistere ai “reading” che il giovane Lorca improvvisava, con la sua calda, bellissima, voce baritonale. Ma appena le sue labbra si serravano in attesa dell’applauso, Buñuel, implacabile, esclamava: “Federico, es una mierda”…

Ora, con l’immaginifico Blancanieves– per una fumisteria degna di Méliès (quindi del Cinema) partendo dalla Goticissima Foresta Nera dei fratelli Grimm – Pablo Berger compie un miracolo: coreografare un immaginifico “paso doble” fra la Spagna “mistica, vertiginosa, commestibile” di Federico Garcia Lorca (per dirla con il coevo Dalì) con la frenetica Spagna surrealista di Don Luis, svezzata a colpi di “humor negro” ed occhi di gallina (ma pur sempre “selvaggi”).

Leggi tutto

BLOCK-NOTES DI UNO SPALATORE DI NUBI

Strane figure nascono talvolta al momento del sonno e scompaiono.

Se apro gli occhi compaiono fosforescenti fioriture e

Appassiscono e rinascono come carnosi fuochi d’artificio.

(Robert Desnos)

Federico FelliniC’è chi sogna il proprio esame di maturità, solitamente come incubo lovecraftiano, chi di precipitare nel vuoto; io ho l’abitudine di sognare Federico Fellini, e questo sin dall’anno della sua morte. Col mio Maestro (così lo chiamo nella mia vita onirica) abbiamo raccolto pioppini dopo una tempesta, siamo stati a vedere Inception, s’è mangiato al Gambero Rosso senza il Gatto e la Volpe… Una volta eravamo davanti alla facciata della sontuosa cattedrale gotica costruita per l’incipit del G. Mastorna; sedevamo dinanzi a quel bidimensionale titano di cartapesta; all’improvviso Fellini faceva un gesto con la mano, come per acchiappare qualcosa nel vuoto.

Mi porgeva il pugno ben chiuso dicendomi: “Cosa ho preso?”; “Niente…”, replicavo. “Lo dici te”, rispondeva il Maestro con un accenno di sorriso… Ora però già so che la prossima volta in cui Fellini mi comparirà in sogno, vedrò il Maestro riminese piangere sincere lacrime. L’amico Ettore Scola gli ha fatto un regalo bello, commovente, orgogliosamente imperfetto, come i primi bozzetti mostrati all’eroico Vito De Bellis, il direttore del “Marc’Aurelio”, ma indubbiamente vergato con la piuma d’oca di un Poeta. E la Critica, in particolar modo la “Web-Critica” ha sentito il dovere di dissezionarlo sul tavolo operatorio del Recensore.

Leggi tutto

La Dolce Morte

La Dolce MorteIl più grande film che non sia mai riuscito a veder la luce, il felliniano G. Mastorna, ha avuto una genesi costellata di sogni rivelatori, di oscuri segnali di morte. E questo fin da quando il Riminese, grande esperto di viaggi nell’Aldilà, ancora doveva dar forma a questa macabra fantasia dal sentore testamentario. Nella primavera del 1965 Dino Buzzati riceve una telefonata di Fellini, di passaggio a Milano, desideroso di incontrarlo. I due non si conoscevano ma il Grande Mistificatore non celava una passione per lo scrittore risalente al 1938 quando scoprì Lo strano viaggio di Domenico Molo, un romanzo breve in cui un ragazzino muore e finisce nel Regno dell’Attesa, col suo triste rosario di processi e condanne. Ed è fuori di dubbio che l’ispirazione per ciò che è (o avrebbe potuto essere? O sarà?) il Mastorna nasce da qui. I due decidono di incontrarsi in un ristorante famoso per il pesce. La serata sarà dominata dalla presenza di Domenico Molo e dalla quasi tangibile voglia di un Fellini gesticolante ed entusiasta di trarne un film… Ma ecco il primo segnale iettatorio: nella nottata sia la giovanissima Almerina, moglie di Buzzati, che il regista vengon ricoverati per una intossicazione alimentare… Nonostante questo inizio di percorso accidentato (e Fellini, come è noto, era superstiziosissimo) nasce una stagione di simbiosi, come ci ricorda Tullio Kezich: “L’affettuosa simbiosi artistica fra Buzzati e Fellini si prolunga per un anno e più, con telefonate pressochè quotidiane: l’abitudine del regista di chiamare la mattina molto presto sconvolge la vita della coppia milanese, abituata a far tardi la sera. Dai discorsi sul film ne nascono altri, spesso legati al mondo della magia e della metapsichica”. Buzzati è infatti impegnato in una indagine per Il Corriere intitolata In cerca dell’Italia misteriosa, per la quale trova la totale complicità di Fellini che ama circondarsi, al pari di un principe rinascimentale, di maghi, veggenti, medium. E qui entra in campo il secondo segnale, questa volta veramente iettatorio, anche se svelato dal timido sorriso fanciullesco di Pasqualina Pezzolla, una vecchina di Porto Civitanova Marche, che aveva fama di grande veggente: Buzzati, in quel salottino irto di immagini sacre, accettò di fare da cavia, ma quel donnino si ritrasse e, con grande imbarazzo, prese in disparte Federico pregandolo: “stia vicino al suo amico che certo non stava bene”. Buzzati, infatti, era già in cura per la terribile malattia che lo avrebbe sconfitto nel gennaio del 1972.

Leggi tutto

Morti a Venezia

elanaveva19 1E’ giunta mezzanotte, si spengono i rumori, si spegne anche l’insegna di quell’ultimo caffè… con il rito della consegna dei Leoni, delle Coppe, delle Oselle si chiude l’esperienza lidense con tanto di bolla papale. Si spegne anche il tristo sbrilluccichio di un Red Carpet, sempre più simile al Palo dei Supplizianti di Barkeriana memoria. E le feste, i party in terrazza, stretti stretti tra uno spigolo di balaustra ed un tramezzino che offenderebbe qualsiasi chef, strangolato da mani rapaci e adunche. Un po’ modello “Principe Prospero” senza- purtroppo- Morte Rossa annessa.

E’ un vero peccato che le cronache, avvezze a parlar di morti, non abbian  potuto dir nulla del “Gran Macabre”, la Sontuosa festa dei Morti che si è svolta tra i ruderi abbandonati dell’Hotel Des Baines che, per una notte, a mezzanotte, si è illuminato di una medusea luccicanza, dando l’impressione che quei marmi danzassero tra “Dark Waters” spiritate. Qualche burlone (moltissimi i nobili, e i nobili, si sa…) fa trascinare catene su quei parquet immacolati, ma a vincere sono le risate cristalline, che rendono unica l’atmosfera della Gatta Dalle Mille Soffitte (non si sa bene perché i morti chiamino così il Des Bains, ma forse è meglio così).

Leggi tutto

Appuntamenti mancati con la Madonna

Cannes-2013-La-grande-bellezza-3-clip-dal-festival-e-nuove-foto-10-620x350Nel Valhalla dei Registi (sì, c’è, ma non vi svelerò mai le vette di quale pianeta domina) è un giorno importante assai, perché nella sala più bella (del resto, nel Valhalla, ogni saletta è serra esotica e galleria degli specchi al tempo stesso) hanno proiettato La Grande Bellezza ai registi italiani. Ma proprio tutti, eh. O almeno quelli che han trovato, esalato il sospiro estremo, la bellissima Brunilde sul proprio destriero. Ora la proiezione si è conclusa: migliaia di candele si riaccendono come per magia (ma perché parlar di magia in un luogo che già di per sé è umbratile Mito sognante?) e ci è possibile veder le reazioni dei Nostri Eroi: c’è chi se ne è andato a metà (Rossellini), c’è chi russa scompostamente sul proprio Trono (Carmelo Bene); ma i più sono lì, silenti e meditabondi, fino a quando una vocina spezza quelle nebbie metafisiche: “Oi, a me è piaciuto”, dice Fellini, a cui sembra (ma forse è solo colpa delle sigarette divorate un po’ da tutti) che una lacrima gli solchi la guancia. Gli fa eco, in uno sbuffo di fumo, dal suo Trono, il conte Luchino Visconti di Modrone: “Ma era ovvio!- poi, smuovendo le nebbie con un plateale gesto della mano- c’est tout très “fellinien”! E la nana, e la magia della giraffa, e la Roma da Basso Impero…”; “Che due maroni, Luchino”, sbuffa l’amico: “Te devi ancora vendicarti di quando definii, quello lì, come si chiama, quello di Io sono l’amore, Il Visconti Dimezzato…”.

Leggi tutto

Ma quante belle figlie, Madama Dorè!

 

Viviamo con esseri che noi stessi abbiamo creato, baciamo fantasmi, difendiamo spettri: discutiamo d’arte con lupi mannari, trattiamo d’affari con spiriti, andiamo in giro con ombre di persone mai esistite

 

(Contessa Maria degli Obrapali)

 

 

 

Non esistono film belli o film brutti: esistono film utili e film inutili

 

(Ersilia Vallifuoco)

 

 

Un leggenda, confermata dallo stesso Pupi Avati pre-Beatificazione- vuole che Salò fosse un adattamento filologico del romanzo sadiano, pensato da Sergio Citti (reduce dal successo di “Storie scellerate”), coadiuvato- appunto- dal papà di Zeder. Quando Pasolini prese in mano il progetto, gettandosi nelle paludi della Meta-storia, fra le varie novità, impose che i quattro Signori citassero a tutto spiano versi estrapolati da “I fiori del Male”…Il sontuoso Romanticismo necrofilo di Baudelaire abbinato, in un gelido abbraccio, a Pierre Klossowsky (“Sade prossimo mio”), a Maurice Blanchot (“Lautréamont e Sade”), ma anche alle barzellette atroci del Presidente e ai cori alpini: questo il progetto di un disincantato Pasolini, per chiudere la porta in faccia al mondo così come lo conosciamo. Operazione esoterica ed aristocratica oltre ogni dire, ma che non deve stupire nel Calvario del Poeta, immaginifico Aedo della Arcaica Bellezza, se già ai tempi di Porcile, egli aveva definito il proprio “opus” come “un sonetto del Petrarca tradotto da Lautréamont”… E tutto questo nel 1975 (o era il 1974?).

 

Leggi tutto

VEDO PAPERINO CROCIFISSO AI CONFINI DELL’UNIVERSO

Quella carogna dalle ali spiegate era la carogna d’un Dio; senza aureola, senza nimbo, semplicemente cinto da quella grottesca corona arruffata, impreziosita solo da stille di sangue, Gesù appariva nella sua celeste Superessenza, tra la Vergine schiantata, ebbra di pianto, e il San Giovanni i cui occhi calcinati non riuscivano più a effondere lacrime” (Joris-Karl Huysmans da “Nell’Abisso”)

Roman Polanski- Devi assolutamente tornare a Disneyland!”; Federico Fellini- Cosa c’è di nuovo?; Roman Polanski- Dei pirati, mi pare…Ci sono andato tre o quattro volte, ma ero troppo sballato per ricordarmi qualcosa…” (da “Ciao, Federico!” di Gideon Bachman)

 

Stigma Diaboli

 

E Dio, annoiandosi, da un costola di tungsteno, creò i fratelli Lumière che, dietro sue indicazioni, inventarono il Cinema. Ma Dio non si aspettava di annoiarsi ulteriormente nel vedere treni in stazioni ed operai all’uscita dalla fabbrica.Quindi, non senza rimorsi, Dio telefonò a Lucifero, ci cui, manco al suo psicanalista, confidava l’invidia l’esibita Bellezza. E Dio disse: “Mi sto annoiando”. Lucifero sputò un ossicino, rise, e disse: “Anche io. Ma ho delle idee”. Dio replicò: “Di te non mi fido, ma ascolto, senza proferir parola”. E Lucifero disse: “Non ti tedierò più di tanto: ma prima devo chiederti di inventarmi almeno un paio di teste di rotolanti, una nave spaziale e la cartapesta”, e Dio disse: “Consideralo fatto. Ma di te continuo a non fidarmi”. E Lucifero rispose: “Io ti dico solo due parole: Georges Méliès. Ma poi a regnare sarà il Caos.” E Dio chiuse la telefonata dicendo: “Io non ne so niente. E spero che il tuo telefono non sia intercettato”.

 

Leggi tutto

Social media & sharing icons powered by UltimatelySocial