THE GREEN INFERNO di Eli Roth (2013)

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The Green Inferno è una gigantesca sorpresa. Non perché dal sadismo cruento di Eli Roth, alias l’Orso ebreo, non siamo abituati ad aspettarci un’efferatezza altrove difficilmente rintracciabile, ma perché col suo film (presentato al Festival di Roma 2013, in sala solo due anni dopo) il regista di Hostel ha realizzato un omaggio al cannibal movie all’italiana (quello dei Lenzi, dei Margheriti, soprattutto dei Deodato) capace di andare oltre la retorica ombelicale del fanboy arrapato di interiora ed estetica da mondo movie. Il suo è un vero e proprio aggiornamento in piena regola, che di quei film si porta appresso non solo l’apparenza disfatta, dozzinale e anarchica ma anche i detriti ideologici controversi e non meglio chiariti e l’audacia teorica.

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Mommy: intervista a Xavier Dolan

 

Ha solo venticinque anni, Xavier Dolan, e glielo si legge in quella faccia pulita e fascinosa, perfetto specchio di un enfant prodige che fa un cinema vitale e spericolato come pochissimi altri registi oggi sanno fare. La sua freschezza nell’affrontare i temi che gli stanno a cuore (l’identità sessuale, la figura della madre, l’adolescenza) appare senza pari, un indomabile fuoco sacro che accende ogni inquadratura dei suoi film e in virtù del quale egli non sembra preoccuparsi di apparire kitsch, eccessivo o tantomeno compiaciuto, spingendo l’asticella delle sue messe in scena sempre un po’ più in alto. Ma Dolan è, cosa che non stupisce, assai generoso anche nel parlare di se stesso e del suo cinema, come ha dimostrato nell’incontro romano con la stampa per la presentazione del suo ultimo lavoro, Mommy, Gran Premio della Giuria a Cannes e in uscita in Italia il 4 Dicembre.

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GRACE DI MONACO di Olivier Dahan (2014)

locandina-GraceDiciamolo subito, a scanso di equivoci, facendo finta che non lo sapessimo già: Grace di Monaco, proiezione d’apertura all’edizione numero 67 del Festival di Cannes, è un film in larga parte prevedibile, assolutamente manierato nelle sue pose glamour, né più né meno di ciò che ci si potrebbe aspettare da un’operazione del genere. Confezione impeccabile, paillettata ma senza stonare con l’eccesso di lustrini. Sorretta, si fa per dire, da una raffinatezza di sola facciata, che può contare solo sui molteplici tentativi di abbagliare lo spettatori con svolazzi vari, non tutti a dire il vero perfettamente a segno. Un prodotto del quale non si fatica più di tanto ad immaginare le coordinate base, sommando i fattori e facendo due più due. Il problema, in casi come questi, sta nel manico di chi si dedica a un racconto con tali caratteristiche, basato su personaggi d’alto lignaggio e sulle loro questioni più private che pubbliche. Molto spesso si predilige un approccio didattico e superficiale, relativo più alla vulgata comunemente diffusa intorno all’icona di turno che ad un reale approfondimento psicologico e, di riflesso, storico, perfino (magari!) storico-politico. Perché le due tipologie di focus, checchè se ne dica o se ne voglia credere, vanno molto spesso a braccetto, con messe a fuoco di carattere naturalmente differente ma il più delle volte complementare.

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I CORPI ESTRANEI di Mirko Locatelli (2013)

i-corpi-estranei-locandinaAntonio arriva a Milano dall’Umbria, spinto dalla speranza di curare il figlioletto Pietro, affetto da un tumore al cervello. L’adolescente Jaber nel capoluogo milanese invece ci vive, in fuga da un’Africa invischiata in delle rivolte che non lasciano sicurezza, che brulicano di una libertà sognata ma allo stesso tempo spalancano miriadi di dubbi su ciò che ne sarà di un intero continente e fetta di mondo. Anche lui bazzica nello stesso ospedale in cui si trova Antonio, per stare accanto a un amico malato. Una vicinanza simile alla spartizione del territorio tra due animali, la loro, tra diffidenza e sospetti, tra la tensione verso l’utopia di un futuro migliore e la cruda realtà sociale di un’intolleranza che continua a invadere ogni angolo, ogni centimetro di spazio condiviso.

Quello di Mirko Locatelli è un cinema che muove dall’assenza di una prospettiva solare, dalla menomazione come handicap profondo, da uno sguardo estraneo all’ottimismo a buon mercato. Inevitabilmente disabile, incapace di non farsi pervadere dalla foschia color nero pece che s’insinua nel vissuto quotidiano e lo contamina subdolamente. Eppure, non c’è compiacimento, non c’è piagnisteo gratuito, non c’è un gioco di ombre consapevole sugli affanni del contemporaneo, teso a generalizzare il particolare per cavarne appiccicaticce riflessioni sull’universale. L’obiettivo nitido cui il film guarda e che riesce anche a portare a casa con discreta solidità è un dramma sincero e non manipolatorio nonostante le vette di cupezza, che sa procedere con la discrezione pudica e sfumata di un’affezione partecipe, pronta a deporre il bisturi dello spaccato disperante e disperato di cui nessuno sembra sentire (più) alcun bisogno.

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LA MOSSA DEL PINGUINO di Claudio Amendola (2013)

Locandina La mossa del pinguinoEdoardo Leo (Bruno), Ricky Memphis (Salvatore), Ennio Fantastichini (Ottavio) e Antonello Fassari (Neno), una compagine male in arnese per uno scopo altrettanto bislacco e all’apparenza fuori di testa: competere come squadra italiana di curling alle Olimpiadi invernali di Torino del 2006, pur non avendo mai praticato uno sport che non è certo tra i più entusiasmanti che siano mai stati concepiti. I primi due sono amici da sempre e hanno condiviso tutto, dall’infanzia alla precarietà dei lavoretti che adesso, in tempi d’indigenza, sono ben lontani dal soddisfare le loro aspettative. Bruno deve anche fare i conti con lo scetticismo della moglie Eva, interpretata da Francesca Inaudi, che continua a ritenerlo un immaturo capace solo di correre appresso ad idee strambe, senza badare alla concretezza del quotidiano, all’importanza dei progetti di coppia e a gli obblighi che essi comportano. Ma Bruno è un sognatore impenitente a dir poco inguaribile e decide così di mettere su una squadra di curling quasi per caso, dato che lo sport gli sembra accessibile e alla portata di tutti. Nella sua testa, ecco profilarsi all’orizzonte un guadagno facile e immediato (la vittoria delle Olimpiadi), in grado di condurlo per mano fuori dalla palude. Anche solo gestire gli equilibri del gruppo però, complice la rivalità tra Neno e il burbero e misantropo Ottavio, si rivelerà tutt’altro che un gioco da ragazzi.

 

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DALLAS BUYERS CLUB di Jean-Marc Vallée (2013)

Dallas1985. L’HIV si sta diffondendo per il territorio americano a una velocità impressionante senza che la comunità scientifica si dimostri in grado di trovare le giuste contromisure. Ron Woodroof, torero texano cocainome, alcolizzato e omofobo, scopre di esserne affetto ed inizia la sua personale battaglia contro il letale virus dell’AIDS, procurandosi fuori dagli Stati Uniti dei farmaci non approvati dalle autorità competenti del suo paese e rivendendoli a coloro che condividono la sua stessa sorte.

Dallas Buyers Club di Jean-Marc Vallée, tratto da una storia realmente accaduta, è una tipologia di film biografico cui un po’ tutti, anche se non ce ne accorgiamo troppo, siamo decisamente abituati. Di quei prodotti che adempiono con millimetrica aderenza a tutti i requisiti necessari per farsi piombare addosso una pioggia di Oscar: il protagonista realmente esistito, i tic fedelmente riproposti (in questo caso quasi tutti deplorevoli), una regia d’ordinanza ma smaliziata e capace e un attore in grado di elevare a potenza l’equazione infallibile del cosiddetto metodo: ecco che allora, intorno a un Matthew McConaughey gigantesco e quasi irriconoscibile, si articola un film di solido mestiere, che riesce a intrattenere e indignare ma senza mai superare le rigide barriere del biopic classico.

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THE GREEN INFERNO di Eli Roth (2013)

The Green Inferno è una gigantesca sorpresa. Non perché dal sadismo cruento di Eli Roth, alias l’Orso ebreo, non siamo abituati ad aspettarci un’efferatezza altrove difficilmente rintracciabile, ma perché col suo nuovo film il regista di Hostel ha realizzato un omaggio al cannibal movie all’italiana (quello dei Lenzi, dei Margheriti, soprattutto dei Deodato) capace di andare oltre la retorica ombelicale del fanboy arrapato di interiora ed estetica da mondo movie. Il suo è un vero e proprio aggiornamento in piena regola, che di quei film si porta appresso non solo l’apparenza disfatta, dozzinale e anarchica ma anche i detriti ideologici controversi e non meglio chiariti e l’audacia teorica.

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ANOTHER ME di Isabel Coixet (2013)

Faye è perseguitata da un atroce presentimento: il sentore spiacevole che una presenza non meglio identificata si stia inserendo di soppiatto nella sua esistenza spacciandosi per lei, come una sorta di alter-ego malefico che sfugge al suo controllo. Quello che a prima vista sembra solo un delirio adolescenziale da teenager si rivelerà invece un sospetto fondato, direttamente connesso a un passato dai segreti familiari oscuri, che le è stato negato e che è pronto a riemergere senza lasciare scampo.

Difficile non alzare bandiera bianca, dinanzi ad un film per molti versi sconcertante come Another Me, che arriva giusto in coda nel concorso dell’ottava edizione del festival internazionale del film di Roma e francamente non si capisce neanche cosa ci faccia, in una selezione ufficiale. Operazione risibile da qualsiasi lato la si voglia osservare, che gioca col tema del doppio e con l’angoscia di una messa in scena perturbante generando però più un effetto di comicità involontaria che altro. Tutto speso tra ridondanti e inguardabili giochi di specchi e patinati pasticciacci di regia, il film della Coixet, da sempre sopravvalutata ma mai abbassatasi a simili nadir, inanella un almanacco di piccole trovate alimentari che dovrebbero risultare a loro modo fascinose ma non fanno altro che far scempio di ogni buon gusto con reiterato sprezzo del ridicolo.

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I CORPI ESTRANEI di Mirko Locatelli (2013)

Antonio arriva a Milano dall’Umbria, spinto dalla speranza di curare il figlioletto Pietro, affetto da un tumore al cervello. L’adolescente Jaber nel capoluogo milanese invece ci vive, in fuga da un’Africa invischiata in delle rivolte che non lasciano sicurezza, che brulicano di una libertà sognata ma allo stesso tempo spalancano miriadi di dubbi su ciò che ne sarà di un intero continente e fetta di mondo. Anche lui bazzica nello stesso ospedale in cui si trova Antonio, per stare accanto a un amico malato. Una vicinanza simile alla spartizione del territorio tra due animali, la loro, tra diffidenza e sospetti, tra la tensione verso l’utopia di un futuro migliore e la cruda realtà sociale di un’intolleranza che continua a invadere ogni angolo, ogni centimetro di spazio condiviso.

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HER di Spike Jonze (2013)

Spike Jonze la brillantezza, Spike Jonze l’intelligenza. Nel nuovo film del regista de Il ladro di orchidee, dopo la parentesi solo in apparenza estranea e spiazzante rispetto al suo stile di Nel paese delle creature selvagge, queste due qualità si respirano in quantità industriale.

Il merito è soprattutto di una scrittura di grazia e freschezza sopraffine che dimostra l’eccellente qualità della penna di Jonze, il cui sguardo è qui sgravato da ogni influenza a lui esterna, dall’arzigogolato e tormentato aplomb cervellotico di Charlie Kaufman. Trionfa allora la delicatezza, il brio sarcastico di un’effervescenza romantica che sa divertire con un mix efficace di semplicità e raffinatezza, sposando l’arietta da commedia sofisticata alla ”grevità” irriverente – giusto per fare un esempio – di un robottino sboccato e parolacciaio con cui il protagonista interagisce in sede virtuale.

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DALLAS BUYERS CLUB di Jean-Marc Vallée (2013)

1985. L’HIV si sta diffondendo per il territorio americano a una velocità impressionante senza che la comunità scientifica si dimostri in grado di trovare le giuste contromisure. Ron Woodroof, torero texano cocainomane, alcolizzato e omofobo, scopre di esserne affetto ed inizia la sua personale battaglia contro il letale virus dell’AIDS, procurandosi fuori dagli Stati Uniti dei farmaci non approvati dalle autorità competenti del suo paese e rivendendoli a coloro che condividono la sua stessa sorte.

Dallas Buyers Club di Jean-Marc Vallée, tratto da una storia realmente accaduta, è una tipologia di film biografico cui un po’ tutti, anche se non ce ne accorgiamo troppo, siamo decisamente abituati. Di quei prodotti che adempiono con millimetrica aderenza a tutti i requisiti necessari per farsi piombare addosso una pioggia di Oscar: il protagonista realmente esistito, i tic fedelmente riproposti (in questo caso quasi tutti deplorevoli), una regia d’ordinanza ma smaliziata e capace e un attore in grado di elevare a potenza l’equazione infallibile del cosiddetto metodo: ecco che allora, intorno a un Matthew McConaughey gigantesco e quasi irriconoscibile, si articola un film di solido mestiere, che riesce a intrattenere e indignare ma senza mai superare le rigide barriere del biopic classico.

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