Ink, la recensione del film di Danny Boyle

Di Francesco Pozzo

Chi ben comincia è a metà dell’opera, motivo per cui, se così è, Venezia 83 sarà una catastrofe.

Ink, film d’apertura di un concorso che per tante ragioni si prospetta già sulla carta (molto) fiacco, non ultimo per il rifiuto ormai secco e sonoro degli studios di portare i film al Lido temendo fragorose débâcle (Joker: Folie à Deux: anyone?), è, come previsto, la solita bazzecola effettistica cui Danny Boyle ci ha da lustri abituati (non è mai stato un asso: e il suo unico titolo rilevante – ed emozionante -, il solo in cui il piegamento della tecnologia è funzionale al cinema e quindi all’investigazione dell’umano, resta tutt’oggi Steve Jobs).

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Cime tempestose, la recensione del film di Emerald Fennell

Di Francesco Pozzo

Dal complessissimo e sottilmente morboso capolavoro di Emily Brontë, uno dei pilastri del romanzo ottocentesco se non Il romanzo ottocentesco per eccellenza, ci sono giunti negli anni non pochi adattamenti cinematografici, fra cui solo un paio (estremamente) buoni: quello (ovviamente) folle e necrofilo di Luis Buñuel (Abismos de pasión), e quello più classico ma altrettanto memorabile di William Wyler (La voce nella tempesta, da noi), maestro assoluto e insuperato di forme, spazi, proporzioni, volumi (i suoi film andrebbero dissezionati): due geni che diedero prova di aver sapientemente assimilato e magnificamente trasfigurato tutta la fosca e disturbante potenza di un racconto che continua a mettere il dito (e lo sguardo) dentro le piaghe aperte: a dar forma – anche oggi, in un’epoca in cui la dimensione del privato e la soglia del proibito sono irrimediabilmente collassate – alle nostre inquietudini più profonde e impronunciabili.

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After the Hunt – Oltre la maschera

Di Francesco Pozzo

They, go away. 

After the Hunt è un film denso, complesso, scomodo, spietato, importante (soprattutto): e le reazioni scomposte, perplesse, finanche indignate, perché no, che ha suscitato in seguito alla prima mondiale all’ottantaduesima Mostra del cinema di Venezia (con un bel ‘Guadagnino Boomer’ che ho intravisto passeggiando per il Lido sulla bacheca delle reazioni del talvolta becero pubblico, e che penso gli strapperà un sorriso), provano a mio avviso che la tesi su cui s’incardina il film è incontrovertibilmente corretta: cioè a dire che oggi (e questo, del resto, lo si era capito) non c’è più spazio per il dialogo, per l’analisi critica, per la (magari silenziosa, quando tutto è rumore) ponderazione: perché tutto deve sbracare puntualmente nello slogan, nella rabbia screanzata e disarticolata, nell’indignazione rumorosa e ignorante. In una parola: nel livore (concetto chiave di questi tempi). Non c’è (più) spazio, ahimè, per la necessaria riflessione. Almeno per il momento. Questo qui, invece, è un testo che ci invita a riflettere. E lo fa elegantemente, acutamente, astutamente. Meravigliosamente.

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Superman, la recensione del film di James Gunn

Di Francesco Pozzo

Rivedevo giusto tempo fa Slither, e pensavo che James Gunn è un personaggio intrinsecamente incapace di produrre qualcosa di profondo e sostanzioso. Un cazzaro, amichevolmente. Ma di quelli seri. Chi scrive, poi, non concepisce l’horror come giochino sterile. Per dire: quale sarebbe il senso di (ri)mettere in scena le lordure di Society di Brian Yuzna senza la necessità ontologica che c’era dietro? Lui si sollazza, e ci sarà – naturalmente – chi farà altrettanto (lo conferma il fandom molesto che lo segue ovunque pensando forse che sia un vero cineasta). Io no. Spiacente.

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Ballerina, la recensione del film con Ana de Armas

Di Francesco Pozzo

Rules and consequences.

I dubbi erano francamente legittimi. Era l’ottobre 2019 quando, dopo tre vincenti film consecutivi, Chad Stahelski, stuntman e genio dell’action che ha reinventato il genere con la sublime e ormai universalmente nota saga epica di John Wick (progetto sul quale, ricordiamolo, nessuno intendeva investire un soldo, all’inizio), lasciava la regia del primo e arrischiato spin-off del nascente Wickverse nelle mani di Len Wiseman: non esattamente un asso, per usare un eufemismo (suoi il remake di Total Recall e la terrificante saga di Underworld).

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Queer – Come in uno specchio

Di Francesco Pozzo


How can a man who sees and feels be other than sad?


Non è semplice parlare di questo film e non è semplice parlare dell’opera-mondo da cui è tratto.

Queer di William S. Burroughs è una delle cose più complesse e ambiziose che abbia mai letto: la storia di un uomo che vuole penetrarne un altro non fisicamente, ma psichicamente: e che per farlo le prova tutte, anche la telepatia. Per mettere in immagini questo stato, per compiere questa impresa folle e – diciamolo pure, per una volta – pressoché impossibile, ci voleva un regista come Luca Guadagnino, che non tradendo mai Burroughs fa sua completamente – e per nulla sorprendentemente, mi verrebbe da dire: perché ormai lo conosciamo – la fantasmagorica e scivolosa materia. Seguiva Burroughs fin da ragazzino, inventando sceneggiature a diciannove anni, dice. E noi ci crediamo fermamente. D’altronde, il suo primo corto (Qui) s’incentrava su un atto sessuale esplicito: la prova che tutto avrebbe condotto a questo.

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Mickey 17, la recensione del film di Bong Joon-ho

Di Francesco Pozzo

Mi sdoppio in 4.

Hollywood, a Bong Joon-ho, fa male. E molto.

Non è certo una novità, considerati i precedenti Snowpiercer (2013) e – peggio – Okja (2017), ma la cosa lascia ugualmente l’amaro in bocca.

Duole dirlo, ma sembra che il nostro, lavorando su committenza o, semplicemente, nelle strette maglie dell’ammaliante ma sempre scivolosissimo sistema al di fuori della sua Corea del Sud, si svenda, si svilisca, si appiattisca.

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La zona d’interesse, la recensione del film di Jonathan Glazer

Di Francesco Pozzo


“Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso.”

(Hannah Arendt)


Ci sono film dai quali si esce consapevoli di non essere più gli stessi. La zona d’interesse, monolitico oggetto liberamente tratto dal romanzo di Martin Amis, è senz’ombra di dubbio uno di questi.

Liberamente perché Jonathan Glazer (uno di quelli che, come Andrew Dominik, gira un film ogni dieci anni per rimettere puntualmente in discussione la grammatica del cinema) ha completamente scarnificato la struttura narrativa del libro (una famiglia come tante; al di là della rete, l’indicibile) per sublimare visivamente, come già in passato ma in modo ancor più asettico, radicale e meticoloso, un’astrazione (parecchie, le somiglianze col precedente Under the Skin, proprio per la metodologia con cui lavora sul perturbante attraverso la combinazione di immagine e sonoro: ormai un suo evidente tratto distintivo). E l’astrazione, questa volta, è il delicatissimo tema dell’Olocausto, che Glazer ha – per l’appunto – astratto così a fondo da rendere la sua quarta opera per il cinema più potente e scioccante di qualunque cosa finora vista, scritta, detta o concepita sulla questione.

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Challengers, la recensione del film di Luca Guadagnino

Di Francesco Pozzo

I grandi registi si autoritraggono. Difatti, se dovessimo stilare un puntuale ed efficace catalogo del Guadagninopensiero, della sua estetica, del suo sguardo sul mondo, della struttura del suo DNA artistico, nessuno fra gli otto lungometraggi girati sarebbe probabilmente più icastico di questo. Luca Guadagnino infonde visibilmente sé stesso in ogni fibra del suo lavoro: la sua filmografia è radicale e goduriosa, tattile, colta, viscerale, febbrile: è come se tutti i suoi amori e il suo sé più intimo venissero costantemente impressionati su pellicola, e mediante questi riuscissimo a delineare un’accurata schermografia dell’uomo. Un vero, grande autore.

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Dune – Parte Due, la recensione del film di Denis Villeneuve

Di Francesco Pozzo

C’è qualcosa di così profondamente non cinematografico, nel Dune di Denis Villeneuve. Qualcosa che è cristallinamente sintomatico di un problema serio e non certo nuovo: la serializzazione del cinema. Cioè a dire come il linguaggio del cinema, prevalentemente mainstream, venga contaminato da quello delle serie televisive nella forma, nei ritmi, nel contenuto (quando c’è), rifuggendo come una pestilenza una qualunque parvenza di compiutezza: tutto deve continuare ad infinitum, e tutto si regge su ciò che è stato e/o verrà dopo (a tal proposito, e per restare in tema Villeneuve, si veda anche il deludentissimo sequel di Sicario del nostro Stefano Sollima, che grazie a Dio è tornato in patria con Adagio).

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Povere creature!, la recensione del film di Yorgos Lanthimos

Di Francesco Pozzo


Mostruoso è chi è nato

dalle viscere di una donna morta.

(Pier Paolo Pasolini)


Vidi il mio primo film di Yorgos Lanthimos nell’ormai lontano 2009. Il titolo era Kynodontas (uscito in Italia, molti anni dopo, come coronamento-contentino del successo mondiale del nostro, con il suo titolo anglofono: Dogtooth), e fui sedotto immediatamente. Mi parve a tutti gli effetti un fulgido esempio di cinema della crudeltà: motivo di solluchero per un ragazzetto solitario cresciuto adorando il cinema di Fassbinder, Ōshima e di tutti coloro che investigavano la crudeltà dei rapporti e dei recessi dell’umana natura senza retrocedere davanti a nulla. Indi, corsi a recuperarmi tutti i titoli precedenti. Famelicamente. Ma rimasi (e lo confermo tutt’oggi) parzialmente deluso; mi parvero film che, a differenza di quel primo, folgorante gioiello scoperto un pomeriggio d’una torrida estate italiana, giravano un po’ a vuoto per il mero gusto di scioccare, senza avere poi troppo da dire. Allora, retrospettivamente, quel Dogtooth mi parve il segno di un’evidente e assai promettente maturazione.

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Napoleon, la recensione del film di Ridley Scott

Di Francesco Pozzo

Anche sforzandosi, è impresa ardua trovare qualcosa di buono da dire su questo film.

Per nulla entusiasmante, sconclusionato e rozzo come pochi, Napoleon è la prova provata che l’ormai ottantacinquenne Ridley Scott (che ha inanellato un paio di titoli divenuti presto e giustamente cult, ma che grande cineasta, in tutta franchezza, non è mai stato) è divenuto manifestamente la copia della copia di sé stesso.

Anzitutto, questo è un film vetusto, che fa sfoggio del digitale e di (spesso pessimi) effetti ultra-moderni ma che è nato vecchio se non già morto; è difatti più che legittimo domandarsi, guardandolo, in che modo questa nuova, esangue e letargica versione delle imprese del condottiero illustre dialogherebbe col presente, e chi mai potrebbe interessarsi, oggi, ad un’operazione di questo tipo.

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Suspiria: maestri a confronto

Di Francesco Pozzo

Il 2018 fu l’anno della svolta per Luca Guadagnino: quello in cui l’ormai celebre regista girò due film che più dissimili – e importanti, in primis per sé stesso – non potrebbero essere: nella primavera, in quel di Crema, Call Me by Your Name; in autunno, a Varese e poi a Berlino, Suspiria: un film passato in sordina (al di là degli sfolgorii festivalieri) ma che era (ed è) un bellissimo poliedro: una matrioska in sei atti e un epilogo che mette da parte i colori psichedelici del gioiello cui s’ispira per concentrarsi su ciò che viene taciuto.

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Sussurri e grida, di Ingmar Bergman

Su Prime Premium

Di Francesco Pozzo

Verrebbe da chiedersi: ma coloro che idolatrano la bieca pornografia del dolore che è Vortex di Gaspar Noé, o – peggio – il The Whale di Darren Aronofsky, avranno mai visto Sussurri e grida del maestro Ingmar Bergman? Un film che potrebbe aver girato Dio, se Dio esistesse o fosse esistito (o forse Dio era Ingmar Bergman, semplicemente: avrebbe molto più senso), oltre che la prova concreta e tangibile che ogni grande cineasta fa un unico film per tutta la vita con qualche sottile variazione sul tema: un concetto che allo svedese si applica millimetricamente: dal Posto delle fragole a questo, dal Flauto magico a Luci d’inverno, da Sinfonia d’autunno a Fanny & Alexander, il bisogno e il senso profondo dell’amore e dell’affetto umano, del calore e della vicinanza prima di ogni cosa e prima ancora di un dialogo con un dio assente ma opprimente, è sempre stato il suo comune denominatore: e questo, si badi bene (sembrerà paradossale, ma è così), è un film medicatore: distrugge, ma purifica.

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Killers of the Flower Moon, la recensione del film di Martin Scorsese

Di Francesco Pozzo

Nascita di una nazione, Scorsese Edition.

Che possiamo dire, di Martin Scorsese? Tanto per cominciare, come ricordato giorni fa via social dall’illustre collega che non necessita d’introduzioni Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, semplicemente, è il più grande regista vivente. E già qui, potrebbe chiudersi la questione. Ma sarebbe ingiusto, perché il da poco ottantenne genio italoamericano, a differenza della stragrande maggioranza dei colleghi che s’affaccia non di rado malamente alle porte della terza età (almeno per quanto concerne la loro arte), riesce puntualmente in quel miracolo elettrizzante che accomuna invero una quantità estremamente sparuta di filmmakers: a superarsi. A far sì che noi, spettatori d’ogni latitudine, possiamo immancabilmente confidare che il film migliore sia quello che deve ancora venire.

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Oppenheimer, la recensione del film di Christopher Nolan

Di Francesco Pozzo

Chi scrive ha un rapporto complicato con il cinema di Christopher Nolan, regista capace di alternare film belli o notevolissimi (su tutti: The Prestige, la trilogia del Cavaliere Oscuro e anche Dunkirk, con un po’ di generosità), ad altri concettosi, mediocri o finanche inguardabili come Inception o Tenet. O, in misura meno grave, Interstellar, titolo che poteva fino a questo momento considerarsi, con una certa evidenza, il suo lavoro più personale, più viscerale, più “suo” (che ovviamente non vuol dire il migliore: tutt’altro): quello più autoriale, che vorrebbe essere più sincero e che dovrebbe toglierci ogni dubbio, qualora ve ne fossero, su chi Nolan è, su ciò in cui Nolan crede, su cosa è per Nolan il cinema e su quali sono il suo sguardo (sul cinema, sull’uomo, sul mondo), la sua poetica, la sua weltanschauung.

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The Flash di Andy Muschietti, la recensione

Di Francesco Pozzo

Se si dovesse stilare un elenco di tutto ciò che non funziona nell’usurato genere del cinecomic, questo grandissimo guazzabuglio kitsch che è The Flash potrebbe tranquillamente incapsulare tutto. Il fan service, cioè l’accontentare ad ogni costo i numerosissimi seguaci allevati a strizzatine d’occhio somministrandogli esattamente quello che vogliono (esplosioni, combattimenti sfibranti e sciapi, scazzottate gommose, camei, inani autocitazioni, umorismo infantile, altri camei), ormai è chiaro (come se non fosse ovvio alla base!), è la morte del cinema. E non è neanche questione di bello o brutto, ma del fatto che si è ormai giunti ad un punto di saturazione e scipitezza tale da non saper più nemmeno cosa scrivere (ma ci proveremo comunque).

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Beau ha paura di Ari Aster, la recensione del film con Joaquin Phoenix

Di Francesco Pozzo

Ari Aster è un regista che si è fatto notare, facendo il botto, con un horror assai sopravvalutato che partiva benino per poi schiantarsi miseramente: quell’Hereditary rigorosamente targato A24 (sinonimo di cinema lucido, stirato, patinato e fintamente autoriale, e di scelte furbissime congegnate per solleticare il palato e l’immaginazione del fruitore più occasionale e sprovveduto, tralasciando qualche lodevole eccezione come i bellissimi The Lighthouse, First Reformed, Pearl, Diamanti grezzi…) che già era un forte indicatore, se non una vera e propria dichiarazione d’intenti, dell’abissale (e ridicola) pretenziosità connaturata alla poetica – chiamiamola così – di questo giovane filmmaker: un parabola surreal-orrorifica e (naturalmente) ultra-citazionista come ce ne sono tante ammantata però di quell’aura solenne di cinema intimista e rigorosamente dilatato (perché il genere, ricordiamolo sempre, va “nobilitato”: non è accettabile così com’è) che funziona, per l’appunto, per il gusto non particolarmente sofisticato di un pubblico mainstream, ma che non può che far alzare il sopracciglio dello spettatore più allenato e abituato a masticare cinema autentico come quello di Roeg, Kobayashi, Kubrick (perdonali, ché non sanno quello che fanno), Bergman, Polanski, Russell, Żuławski (ma pure dello stesso Rob Zombie dei tempi d’oro, suvvia!) e di tutta quella serie di nomi abusati ed eccessivamente altisonanti da cui Aster attinge costantemente a piene mani (non che ci sia nulla di male, purché lo si sappia fare) credendosi lì, al loro livello, di diritto (è ormai noto che la superbia di quest’uomo non conosce confini, ma è senz’altro in buona compagnia, nel panorama cinematografico attuale), ignorando completamente le coordinate del contegno e del buon senso, e dimenticandosi che Scorsese (il quale si professa fan di Aster: cosa non si deve fare per tenere vivo il cinema…), giusto per dirne uno, è approdato alle tre ore e mezza di The Irishman dopo cinquant’anni di onorato servizio (ma non è questo, o perlomeno non soltanto, il problema nodale: ma ci arriveremo).

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Glass Onion – Knives Out di Rian Johnson, la recensione

Su Netflix

Di Francesco Pozzo

Lo diciamo subito: Glass Onion è una delusione. Forse non brutto, ma un enorme passo indietro rispetto a quel gioiellino d’ingegno, grazia e prodigiosa leggerezza che era Knives Out, primo tassello delle avventure del virtuoso detective Benoit Blanc impersonato da un garrulo e rinato Daniel Craig (dire che ne aveva fin sopra i capelli d’interpretare James Bond sarebbe un vellutato eufemismo: fate voi un confronto), nonché una delle ultime, grandi esperienze cinematografiche collettive prima dell’agghiacciante parentesi della pandemia di Covid-19.

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Blonde di Andrew Dominik, la recensione del film con Ana de Armas

Su Netflix

Di Francesco Pozzo

Blonde, quarto lungometraggio lungamente covato di Andrew Dominik – che già mostrò tutto il suo ribollente e sconfinato talento con quella pellicola mitica e sfolgorante che è L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford (ma non solo: riguardatevi Chopper), e che alcuni ridussero, e continuano stoltamente a ridurre, a sterile e compiaciuto manierismo autoriale d’alta classe – trionfa nell’apparentemente impossibile impresa che mai nessuno è riuscito a compiere: restituirci l’abissale, opaca e distruttiva complessità di Norma Jeane Mortenson. Tradotto: Marilyn Monroe.

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Elvis di Baz Luhrmann, la recensione

Di Francesco Pozzo

Ci mancava, l’Elvis fracassone di Baz Luhrmann, l’ennesima baracconata senza introspezione tutta stile (comunque brutto) e (molta) poca sostanza. Luhrmann, si sa, è un autore, e su questo non ci piove: la paternità dei suoi lavori sarebbe distinguibile in due secondi netti anche dall’occhio meno esperto: e questo Elvis, sia come scelte visive che come pacing del racconto (similissimo al precedente, lievemente superiore Grande Gatsby), si confà perfettamente al volgare e delirante stile barocco pastrocchio cui l’australiano ci ha tristemente abituati da lungo tempo a questa parte (a partire da quel repellente scempio farneticante e screanzato che è Romeo + Juliet, comunque più coraggioso, nella radicalità demente delle sue scelte, dei suoi titoli più moderni).

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Top Gun: Maverick di Joseph Kosinski, la recensione

Di Francesco Pozzo

Andiamo con ordine: il primo Top Gun, cult imperituro e fenomeno di costume di un’intera generazione, era un colossale e demenziale videoclip ultra-patinato e impregnato di retorica bellicista testosteronico-americanoide e di tremenda e pericolosa ideologia reaganiana reo d’aver illuminato la via, a mo’ di sadico e perverso rabdomante, per il (peggior) cinema d’azione a venire, mutato oggi solo all’apparenza nella forma e negli sviluppi (si vedano gli infiniti prodotti fast food targati Marvel Studios, tutti lustrini e zero sostanza, ma con canovacci – chiamiamoli così – similari): indi, già solo l’idea d’un rinverdimento dei rancidi fasti passati (quasi quarant’anni dopo, è bene ricordarlo), provocava, per usare un eufemismo, sudori freddi e vertigini hitchcockiane.

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The Batman di Matt Reeves, la recensione

Di Francesco Pozzo

Che qualunque cosa Matt Reeves tocchi diventi magicamente oro, non è certo chissà quale rivelazione: che sia la controversa rielaborazione del kaijū eiga, il fantasmatico rifacimento di un caposaldo dell’horror moderno come Lasciami entrare o la rivisitazione solenne, ieratica e meditabonda dell’al tempo logoro e strematissimo franchise del Pianeta delle Scimmie, il nostro ha saputo infondere alla sua proteiforme e sorprendente opera – con lo sguardo di chi del cinema conosce perfettamente i tempi, il linguaggio, le sfumature e i meccanismi più segreti – nuova linfa, profondità, emozione e un crepuscolare afflato fordiano (specialmente nel capitolo conclusivo della saga delle Scimmie) che lasciava presagire solo il meglio per questo tanto agognato e più volte posticipato – causa Covid e altre amenità – reboot dell’Uomo Pipistrello: materiale che, sia detto, dopo la grandiosa trilogia dell’altalenante Nolan e la nefanda parentesi snyderiana con Ben Affleck sulla quale è meglio sorvolare (pur con la bella eccezione di quell’anomalo e statuario oggetto filmico che è Zack Snyder’s Justice League), era, se non difficile rinverdire, quantomeno di complicata maneggiabilità.

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Matrix Resurrections di Lana Wachowski, la recensione

Di Francesco Pozzo

Matrix Resurrections è una visione spossante. La montagna digitale che partorisce il topolino: due confusissime ore e mezza di effettacci scombiccherati, bullet time ampiamente superati, sequenze action rivedibili e totalmente omologate, inetti siparietti comici, scampoli d’ironia non richiesti, ammiccamenti sterili, musiche enfaticamente anonime, montaggio raffazzonato, idee intriganti gettate alle ortiche e maldestramente inframmezzate da tremendi e smorti flashback degli excursus precedenti che mal si compenetrano all’inquietante pulizia digitalizzata dei film di oggi, infinite sciocchezze meta-filmiche millimetricamente assemblate per compiacere il fandom acritico e devoto che inghiotte presumibilmente tutto, tante spiegazioni tediose e contorte e un mare di farneticazioni concettose seconde forse solo a Tenet di Christopher Nolan per ribadirci goffamente che alla fin della fiera, ancora una volta, amor vincit omnia?

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Spider-Man: No Way Home, la recensione

Di Francesco Pozzo

La solita solfa. Difficile aggiungere altro in riferimento all’ennesimo, sgargiante polpettone Marvel scrupolosamente pianificato in laboratorio: esemplificazione eloquente e perfetta del tentacolare concetto di fast food trapiantato al cinema, dove le dinamiche di svolgimento della vicenda, le emozioni e i colpi di scena molto presunti vengono dettati ancora una volta dalle pure (ed altissime) esigenze economiche e logistiche della cosiddetta Casa delle Idee (guai se non s’incastra tutto!), la quale sceglie, questa volta, con furbizia quasi luciferina, di optare per un sunto eterogeneo e gargantuesco di questi vent’anni cinematografici dell’Uomo Ragno, di tutta la sua mitologia, della sua sterminata iconografia, di ciò che Spider-Man per noi rappresenta, portando sul grande schermo il più anfetaminico, pretestuoso, gratuito e sfacciato fanservice a memoria di spettatore.

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È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, la recensione

Su Netflix

Di Francesco Pozzo

È davvero molto raro che, al di là di qualunque suggestione o provocazione più o meno sentita, un regista si metta a nudo completamente. Può succedere che riproponga parti, spunti o estratti più o meno evanescenti della sua vita e dei suoi trascorsi – anche, e spesso, mentendo – filtrati dallo specchio della sua fantasia o pescati dal porto sepolto dei propri immaginari di riferimento (vedasi in questo caso, sopra tutti, Fellini, naturalmente: maestro venerabile e dichiarato dell’ormai consolidato talento napoletano), o che accarezzi, attinga o afferri qualcosa di più o meno tumulato dai meandri dell’inconscio per integrarlo o intrecciarlo alla storia che sceglie di raccontare, ma molto raramente (se non mai, diciamolo) capita che un regista dica: “Ecco, questo sono io, e questa è la mia storia”.

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Godzilla vs. Kong, la recensione

Di Francesco Pozzo

Storie di mostri che si menano ad infinitum: Covid Edition. Rincuora sapere che, nei pochi cinema aperti dei non pochi paesi che se la passano meglio del nostro, questo film abbia già totalizzato la ragguardevole cifra di 120 milioni d’incasso: un indubbio segnale di speranza circa il mai così periclitante futuro dell’esperienza cinematografica in sala, in barba ad HBO Max e al cinismo ostile dei dirigenti Warner.

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Zack Snyder’s Justice League, la recensione

Di Francesco Pozzo

Zack Snyder’s Justice League è un’opera a suo modo senza precedenti che ci ricorda con epicità solenne il buco abissale che ci separa dai nostri padri: quel vuoto nero, incolmabile e assordante che cambia il corso delle nostre vite mutandole non di rado in peggio. Flash, Cyborg, Superman, Batman, Aquaman, Wonder Woman: non ce n’è uno che abbia un rapporto conciliante con le figure genitoriali (quando presenti); questo nocciolo tematico, spesso presente nell’affollato mondo dei superuomini in calzamaglia, è sviscerato nell’occasione specifica in maniera esemplare.

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Mank di David Fincher, la recensione

Su Netflix

Di Francesco Pozzo

Mank di David Fincher è un capolavoro. Una parabola sull’oggi illuminata dalle luci della Hollywood che fu che ci permette di capire a fondo che i tempi saranno forse cambiati, ma che in fondo non è cambiato nulla. Un film assolutamente straordinario e impossibile all’infuori di Netflix perché nessuno l’avrebbe prodotto e nessuno l’avrebbe visto: una realtà avvilente considerato che si tratta di cinema nella forma più pura, sublime e rifulgente.

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We Are Who We Are, la recensione della serie di Luca Guadagnino

Su Sky Atlantic

Di Francesco Pozzo

I’m living with war in my heart everyday.

Com’è bello il mondo di Luca Guadagnino. Un mondo utopico in cui non esistono minoranze, pregiudizi, differenze di classe ed etichette idiote. O meglio, esistono: eccome se esistono, ma stanno al di là, come sfocate, lasciate sullo sfondo: presenze incombenti che permeano tutto come una coltre. Il mondo fuori. Bernardo Bertolucci. As always.

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Borat 2 di Jason Woliner, la recensione

Su Amazon Prime Video

Di Francesco Pozzo

Sacha Baron Cohen (equivalente londinese del nostro Checco Zalone, che da lui ha preso molto) è uno dei pochi artisti viventi capaci di decrittare realmente i malesseri della società americana e del mondo in cui ci è dato vivere: l’unico in grado di riflettere amaramente con astuzia e una certa dose di audacia e genuina incoscienza sul legno storto e puzzolente dell’umanità, sulla doppiezza e sull’inganno insito nell’american way of life e negli anfratti oscuri di una nazione mai così smarrita e periclitante: non a caso il titolo completo del film è Borat – Seguito di film cinema: consegna di portentosa bustarella a regime americano per beneficio di fu gloriosa nazione di Kazakistan (Borat Subsequent Moviefilm: Delivery of Prodigious Bribe to American Regime for Make Benefit Once Glorious Nation of Kazakhstan).

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Diamanti grezzi di Josh e Benny Safdie, la recensione

Su Netflix

Di Francesco Pozzo

Un grande film dovrebbe possedere almeno tre requisiti fondamentali: investigare l’esperienza umana, farci identificare con gli individui che mette in scena (anche se con noi, quantomeno all’apparenza, hanno poco da spartire) e restituirci l’anima e la personalità di chi sta dietro la macchina da presa: ciò intendendo non attraverso sterili virtuosismi à la Sam Mendes, ma tramite la precisione e l’essenzialità dello sguardo.

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