OCEAN’S 8 di Gary Ross (2018)

Ocean's 8, cast e trama film - Super Guida TV

Debbie Ocean, ancora scossa da qualche anno di gattabuia e impegnata a piangere la morte del fratello Danny, criminale e truffatore tanto quanto lei, decide di organizzare un colpaccio al gala annuale del MET con l’aiuto di una vecchia amica – e di una sgangherata gang di donne che riesce a mettere in piedi.

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JURASSIC WORLD – IL REGNO DISTRUTTO di Juan Antonio Bayona (2018)

Jurassic World: Il regno distrutto": trama, cast e trailer | TV Sorrisi e  Canzoni

A distanza di tre anni da Jurassic World, che aveva restituito ossigeno e smalto alla saga dei dinosauri contemporaneizzati, Universal – giustamente orientata al profitto – ha pensato di imbastire un secondo capitolo (o quinto?), da collegare a doppio filo al predecessore. Nel 2015 i dinosauri di Jurassic World si appropriano definitivamente di Isla Nublar: nel 2018, gli umani tornano a decidere sul loro destino. Nel 2015, Colin Trevorrow si prende la briga di dirigere il film: Spielberg resta indietro, come produttore esecutivo e soprattutto guida creativa. Nel 2018, Trevorrow passa in sede di sceneggiatura (con Derek Connelly) e alla regia va invece Juan Antonio Bayona, reduce da A Monster Call. Jurassic World – IL regno distrutto (Jurassic World Fallen Kingdom) è assolutamente godibile nella prima parte, quella ambientata sull’isola, che sembra rievocare la compattezza del film di tre anni fa, sebbene vittima di una gestione dei ruoli buoni/cattivi da sussidiario, subito prevedibile e poco coinvolgente. 

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OLTRE LA NOTTE di Fatih Akin (2017)

 

Il vero, grande problema del film di Fatih Akin è, paradossalmente, la sua protagonista: Diane Kruger, finalmente alle prese con il primo ruolo interamente in lingua tedesca (la sua), è troppo brava. Che sia un’attrice straordinaria era già noto dai tempi di Mon Idole (2002) di Guillaume Canet e, più recentemente, di Bastardi senza gloria (2009) di Tarantino e Les Adieux à la Reine (2012) di Benoît Jacquot. Che sia un’interprete in grado di meritare ruoli importanti in ottimi film è un elemento che va altrettanto esaltato. È per questo motivo che vederla in un’opera come Oltre la notte sorprende, nell’accezione più indefinita della sorpresa: può una protagonista essere così brava da fungersi bastevole di almeno metà della valutazione finale? Nel caso di Kruger, sì.

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CINQUANTA SFUMATURE DI ROSSO di James Foley (2018)

 

Per chi scrive – sia perdonata la retorica – fa un po’ sorridere recuperare ciò che aveva scritto in merito alla prima delle tre riduzioni cinematografiche da E.L. James, 50 sfumature di grigio. Si inneggiava a un sessismo facile, a una manipolazione quasi perversa in cui una giovane vittima dell’etero-patriarcato si lasciava sedurre dalle tentazioni facili di un uomo bianco, ricco e di bell’aspetto. Dal 2015 sono cambiate molte cose. La più importante, forse, è che, a parte qualche caso sparuto, l’indignazione nei confronti di questa saga sbancabotteghino si è limitata alle poche, sfigate parole del sottoscritto. E che oggi, ai tempi di #metoo e di #timesup, puntare il dito su una saga come quella di 50 shades fa un po’ démodé, come quando discettavi di Renée Zellweger ma il mondo aveva già scoperto Jessica Chastain.

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120 BATTITI AL MINUTO di Robin Campillo (2017)

 

Se c’è una cosa che funziona di 120 battiti al minuto, il film di Robin Campillo premiato a Cannes con il Grand Prix speciale della Giuria, è il concetto di tempo. Una eco che già risuona nel titolo, volto a richiamare il ritmo della musica pop in voga negli anni Novanta. Il film di Campillo è soprattutto questo: nel ricordare l’intenso attivismo di Act Up Parigi, l’associazione costituita per diffondere alla popolazione messaggi di prevenzione HIV negli anni più duri dell’epidemia e delle morti per AIDS, c’è l’intenzione di immortalare uno o più frammenti di estrema velocità.

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WONDER WOMAN di Patty Jenkins (2017)

 

Finalmente arriva sul grande schermo, dopo anni di sogni, fantasie, speculazioni – e in più i nomi di sostanzialmente mezza Hollywood rosa coinvolti per il title role, da Sandra Bullock a Catherine Zeta-Jones, senza trascurare Angelina Jolie. E Wonder Woman, e oggi non poteva trovare ispirazione peggiore. Si proceda per ordine: non è peregrino affermare che c’era una certa attesa per il primo film dedicato all’eroina DC creata nei primi anni Quaranta da William Moulton Marston. Avevamo fatto le prove generali con Batman vs. Superman: Dawn of Justice, e – sebbene il film di Snyder fosse tutt’altro che encomiabile – Gal Gadot ne usciva abbastanza bene.

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KONG: SKULL ISLAND di Jordan Vogt-Roberts (2017)

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C’è qualcosa di estremamente affascinante, nel King Kong del 2017, che non si riesce a percepire con nitidezza, a impatto immediato. Poi, però, il giochino rivela facilmente la verità: si tratta di cinema “americano” nella sua concezione più pura. E vecchia. Non confondiamo i livelli, però: sia il King Kong del 1933 di Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack che quello, super bistrattato, targato de Laurentiis e diretto da John Guillermin, sono due film luminosi. La versione di Peter Jackson del 2005 soffre, come (quasi) tutti i film di Peter Jackson, di vecchiaia precoce: godibile alla prima visione, foriero di intuizioni molto, molto interessanti, ma incapace di mantenere integro il vigore passato il lustro. A ogni modo, non sbaglia chi (come Andrea Guglielmino su News Cinecittà) ipotizza che, forse, l’ultimo Kong in uscita nelle sale sta a quello di Guillermin come quello di Jackson stia a quello di Cooper e Schoedsack.

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PAN di Joe Wright (2015)

 

Va detto: Joe Wright è un bravo regista. C’è invece chi lo ritiene un compilatore, un competente artigiano senza troppa anima. A torto, poiché la sua Anna Karenina è con tutta probabilità la riduzione più ambiziosa, immaginifica e riuscita del romanzo di Tolstoj. E perché Espiazione e Orgoglio e pregiudizio, al netto delle ingenerose critiche ricevute, sono due opere fragranti e virtuose. Ci sarebbe da ridire qualcosa in più su Hanna, lontano da ogni vincolo letterario, e sul biografico The Soloist: irrisolti e frammentari, ma paradigmatici del laborioso talento del suo creatore, sempre disposto a modellare nuove forme per le sue intuizioni, a volte riuscite, a volte derivative, a volte indifendibili.

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OPERAZIONE U.N.C.L.E. di Guy Ritchie (2015)

 

Con tutta probabilità leggerete, su almeno un quotidiano, magazine o simili, che Operazione U.N.C.L.E. – l’ultima fatica di Guy Ritchie ispirata alla serie televisiva NBC Organizzazione U.N.C.L.E. – è (cito a fantasia, novello Tiresia) “uno scanzonato omaggio a una serie di culto, con attori bellissimi e divertiti, ambientazioni mozzafiato”.

Tutto fenomenale; peccato che il film sia una rara, rarissima tavanata. A partire dalle sue originarie urgenze: quelle dell’omaggio. Tributare onori a una serie sì di successo non è mai peccato, se sai farlo. Piazzare in contrapposizione, in piena guerra fredda, due agenti – uno russo, l’altro yankee – può essere interessante negli anni ’60 (come fece la serie), e altrettanto oggi se riesci a costruire un impianto di minima decenza. Se lo fai, però, se le battute alla Ocean’s Eleven versione Soderbergh si impongono come tuo unico riferimento estetico, be’, c’è un problema – e la saga di Ocean’s, paragonata a questa cosa qui, pare scritta da William Wellman.

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TERMINATOR GENISYS di Alan Taylor (2015)

 

Che i primi due Terminator (The Terminator, 1984, e Terminator 2 – Il giorno del giudizio, 1991) siano due film incantevoli e cresciuti in maniera straordinariamente fragrante, non v’è più alcun dubbio – soprattutto il secondo. Che Hollywood non abbia mai apertamente chiuso i conti con il cyborg più celebrato della storia del cinema, pure. A testimoniare l’esistenza di tale “debito”, infatti, resistono sia Terminator 3: Le macchine ribelli che Terminator Salvation, dai risultati francamente desolanti – il primo cheap all’inverosimile (nonostante la presenza di Schwarzy), il secondo sciupato dal gigionismo di Christian Bale e da una malcelata pochezza di fondo.

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CAKE di Daniel Barnz (2014)

 

Mettiamolo subito per iscritto: Cake, di Daniel Barnz, è il classico esempio di indie americano dalle qualità non elevatissime e dal budget risicato che va nei festival cercando buyers, gode di un buon cast e di una sceneggiatura semi-ordinaria, ed è costruito su un unico interprete. Mettiamo subito per iscritto (x 2) che Cake sarebbe opera di alcuna utilità senza la presenza della sua primattrice, Jennifer Aniston, che del film è anche produttrice esecutiva e responsabile della distribuzione, avvenuta – con discreto successo negli USA – mediante la creazione di una società apposita, la Cinelou Films.

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HUMANDROID di Neill Blomkamp (2015)

 

All’idea che Neill Blomkamp sia una delle voci più rilevanti della fantascienza mainstream anglofona, ormai, nessuno storce il naso più di tanto. O meglio: se District 9 (2009) si era imposto all’attenzione come opera anomala, interessante e incisiva, giocando con la storia e il passato del Sudafrica (luogo d’origine di Blomkamp), il successivo Elysium(2013) preferiva arenarsi in un sottobosco distopico e para-hollywoodiano abbastanza ordinario.

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INTO THE WOODS di Rob Marshall (2014)

into the woods

Con la trasposizione cinematografica del musical di Broadway Chicago, Rob Marshall, nell’ormai lontano 2002, era riuscito a imprimere una visione derivativa, ma egualmente forsennata, incisiva e rutilante dello spettacolo originato da Bob Fosse. I film che hanno fatto seguito, purtroppo, non si sono mai rivelati all’altezza delle aspettative. Solo per citarne uno: Nine (ulteriore trasposizione di un altro grande successo di Broadway), nonostante l’ottimo cast, è forse il peggior film mainstream degli ultimi dieci anni. Si pensava, tuttavia, che Marshall fosse la persona più adatta a ridurre per il grande schermo Into the Woods, musical di culto firmato nel 1986 dal leggendario Stephen Sondheim. L’ex coreografo, va da sé, porta il mestiere. È un uomo di talento che conosce Broadway, che sa girare con una certa sicurezza e che, soprattutto, sa dirigere gli attori.

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UNA NUOVA AMICA di François Ozon (2015)

una nuova amica

François Ozon è un regista discontinuo, ma difficile da trascurare. E difficili da trascurare sono le questioni che i suoi film tentano di analizzare. Mirabilmente, in certi casi: Giovane e bella, del 2013, è un fragrante inno alla libera volontà che, nel cinema europeo di largo consumo degli ultimi anni, non ritrova eguali di medesimo slancio e vigore.

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MARAVIGLIOSO BOCCACCIO di Paolo e Vittorio Taviani (2015)

maraviglioso boccaccio

Quando, nel 1971, Pasolini gira il suo geometrico e polarizzato Decameron, restituisce la vibrante tensione di un momento storico ritenuto significativo dal punto di vista socio-antropologico. Il risultato? Una re-invenzione straordinaria, un omaggio evocativo e libero in cui il simbolismo diventa carnale e universale.

Quando, nel 2015, i fratelli Taviani si avvicinano al capolavoro di Boccaccio, l’intenzione – onorabile, santa e legittima – è quella di laudare l’emozione giovanile che, innanzi alle epidemie più oscurantiste, ieri come oggi, reagisce con fervore, fantasia e creatività. La peste nella Firenze del 1348, nella visione dei Taviani, equivale all’humus calcificato che paralizza gli animi di una contemporaneità spesso ingiusta e castrante.

Una visione, benché lodevole, decisamente claudicante: il Maraviglioso Boccaccio dei Taviani, nonostante le ambizioni civili, ha evidenti problemi nella struttura, nello sviluppo e nella contestualizzazione del suo racconto.

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CINQUANTA SFUMATURE DI GRIGIO di Sam Taylor-Johnson (2015)

 

Nessuno si aspettava grandi cose da 50 sfumature di grigio. C’è un pizzico di snobismo, in questa sentenza, ma è anche vero che lo snobismo rappresenta – forse – l’unica arma di difesa nei riguardi di quello che l’intera operazione rappresenta. Non si vuole giocare a scatenare facili allarmismi, ma purtroppo il libro – e il film – sono esistenti, hanno venduto milioni di copie e attireranno sicuramente più di venticinque spettatori in sala. Chi scrive non ha letto i libri della saga 50 shades of della britannica E.L. James, limitandosi ad aggirare pigramente il fenomeno da un lato e le proteste dei detrattori dall’altro. Se il film riflette quanto “racchiuso” negli universi della James, però, siamo messi male. Sul serio.

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IL RAGAZZO INVISIBILE di Gabriele Salvatores (2014)

Che il cinema italiano di serie A – quello dei venerati maestri, degli attori celebrati, degli sceneggiatori che si autoincensano costantemente sui social network – abbia bisogno, più o meno, di indagare campi d’indagine in grado di superare i limiti di commedie e drammi all star, è sacrosanto e innegabile. A Gabriele Salvatores, tra i figli più illustri di quella serie A, si deve riconoscere l’assenza di quella pigrizia burocratico-indolente che caratterizza ormai i lavori di molti colleghi della stessa fascia.

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MAPS TO THE STARS di David Cronenberg (2014)

Più che alle storie di Don DeLillo (già fonte di ispirazione per il precedente Cosmopolis) o di James Ellroy, Maps To The Stars rimanda mirabilmente ai vaporosi universi creati dall’autrice britannica Jackie Collins in romanzi come Seta e diamanti. Il film di David Cronenberg, chiaramente, ne rappresenta una deriva iperbolica e malata: ma negli intrecci del plot, che scannerizzano e distruggono gradualmente i già precari equilibri di una attrice un po’ agée (Julianne Moore) e di una famiglia composta da padre santone (John Cusack), madre apparentemente  inflessibile (Olivia Williams) e child star tredicenne (Evan Bird), si intravede una goduta superficialità che non disturba e che rende formidabile la prima parte del film. I due nuclei sono accomunati dalla presenza disturbante del personaggio interpretato da Mia Wasikowska (figlia disconosciuta della coppia e assistente della diva), dalla residenza in quello che è forse il posto meno attraente di sempre – Hollywood – e dalla visione di spettri legati al passato, che famelicamente divorano ogni loro residuo di serenità.

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FINO A PROVA CONTRARIA – DEVIL’S KNOT di Atom Egoyan (2013)

fino-a-prova-contraria-devils-knot-cover-locandinaDopo il pasticciato Chloe, remake finto-torbido di un sottostimato film francese di due lustri fa, Atom Egoyan torna dietro la macchina da presa raccontando le reazioni di una piccola cittadina dell’Arkansas al ritrovamento di tre bambini uccisi da una furia criminale. La vicenda, ispirata a una storia vera, non ha ancora trovato epilogo definitivo, dopo anni e anni di processo, condanne bizzarre e sospetti di satanismo.

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LA SEDIA DELLA FELICITA’ di Carlo Mazzacurati (2013)

La sedia della felicitàLa sedia della felicità: le aspettative erano medie. Senza fraintendimenti: la filmografia del compianto Mazzacurati è sempre stata, per il sottoscritto, una variopinta e felice variazione – anche quando racconta storie amare, ed eccome se le racconta… – a certo cinema italiano autoreferenziale, torvo e mai allegro.

Le riserve nutrite erano alla scelta del cast: nulla da eccepire sul talento di Valerio Mastandrea, Isabella Ragonese e Giuseppe Battiston, ma perché non cambiare – ogni tanto – parco d’interpreti? Si rischia di trovarsi davanti ad attori che sono costanti protagonisti di due o tre film all’anno, generando problemi di sovraesposizione che certamente non aiutano i film e non creano legami effettivi con il pubblico (a meno che tu non ti chiami Margherita Buy e sei riuscita a diventare l’attrice simbolo del tuo cinema nazionale per più di vent’anni).

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GIGOLO’ PER CASO di John Turturro (2014)

gigolo-per-caso locandinaGigolò per caso: John Turturro ci fa simpatia. Molta simpatia, e da tanto tempo. Sia come interprete che come regista: il suo felice sodalizio con Spike Lee e la geniale prova in Barton Fink dei Coen lo hanno imposto come uno degli attori più dotati, imprevedibili e al contempo misurati della sua generazione – sebbene non sia mai diventata la star che avrebbe meritato d’essere. Per non parlare della rutilante regia di Romance & Cigarettes (sottovalutato musical del 2005 con un grande James Gandolfini), che rimane notevolmente impressa in coloro che lo hanno visto.

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JIMMY P. di Arnaud Desplechin (2013)

Jimmy P posterPer chi scrive, Arnauld Desplechin è l’autore di un bellissimo film come Racconto di Natale, anomalo, poderoso ritratto di una famiglia in sgretolamento da recuperare il prima possibile.

Per questo l’idea che potesse girare un film con quel geniaccio incompreso di Benicio Del Toro – uno che meriterebbe un ruolo dietro l’altro, e che invece viene oscurato da colleghi ben più incapaci – stuzzicava parecchio.

Peccato che poi chi scrive ha visto Jimmy P.; non ci sono troppi elementi da considerare . Il film è, semplicemente, quanto di più piatto, ordinario e sciattamente convenzionale si sia visto negli ultimi tempi. La storia, ispirata a un romanzo dell’etnopsichiatra ungaro-francese Georges Devereux, ruota attorno alle apparenti disfunzioni neurologiche di nativo americano reduce di guerra, affidato alla ricerca e alla cura di Devereux stesso.

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SAVING MR. BANKS di John Lee Hancock (2013)

Locandina SavingChe Saving Mr. Banks non sia un film perfetto è evidente durante la visione. Per un motivo, principalmente: un’indigesta sequela di melensi flashback che distraggono dal cuore (o presunto tale) del film di John Lee Hancock, noto per aver condotto Sandra Bullock a vincere l’Oscar grazie alla performance nel film Blind Side, da lui diretto nel 2009. E il cuore del film sedimenta il rancore di Pamela Lyndon Travers, autrice del romanzo Mary Poppins – da cui la Disney ha tratto ispirazione per produrre l’omonimo (e indimenticato) film di Robert Stevenson con la gloriosa Julie Andrews – nei confronti di Mr. Walt Disney, da più d’un decennio innamorato delle pagine del romanzo dell’autrice (australiana ma naturalizzata britannica) e deciso a farne un’opera cinematografica. Assai dissimile, invero, dalle pagine della Travers: tanto era schietta e ruvida la Poppins del romanzo, quanto glassati e zuccherosi i metodi della sua controparte cinematografica – che poi, non è vero, ma non siamo di certo qui a fare processi a una romanziera purtroppo non più tra noi.

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C’ERA UNA VOLTA A NEW YORK di James Gray (2013)

Loc GrayAl di là dei biechi meccanismi adottati dai distributori italiani per tradurre i titoli dei film – in modo da garantire maggiore appeal commerciale – c’è da ammettere che The Immigrant di James Gray, arrivato nelle italiche sale con il titolo C’era una volta a New York , non allontana del tutto la componente fiabesca (sebbene il richiamo principale rimandi a Sergio Leone) dalle proprie priorità stilistiche e narrative. Nel turbolento arrivo a New York City di Ewa Cybulski (Marion Cotillard), immigrata polacca allontanata dalla sorella (e costretta a lavorare nel sottoteatro di Bruno, mecenate e protettore) risiede il cinema di Gray: sopra ogni cosa, la presenza della città.

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LA GABBIA DORATA di Diego Quemada-Diez (2013)

We do not ride on the railroad; it rides upon us, scriveva Thoreau nel 1854: il treno si imponeva come veicolo di progresso e prepotente, inedito protagonista della nuova socialità, carico di simbolismi e allo stesso tempo fattività legate alle definitive realtà industriali dell’epoca.

Quello che di estremamente affascinante un film come La jaula de oroLa gabbia dorata riesce a evocare in relazione alla ferrovia e ai treni si lega con vigore alla fascinazione nei confronti degli USA e del progresso che però – lungo l’arco della pellicola – non è mai ostentata o idealizzata, bensì caratteristica della schiettezza e della linearità con le quali Diego Quemada-Díez affronta un pericoloso viaggio compiuto, su vagoni e ferrovie, da tre ragazzini di un sobborgo guatemalteco diretti a Los Angeles. Ognuno contiene dentro sé qualcosa di altro (uno è un tronfio dal cuore d’oro, una si traveste da maschietto, il terzo è un indio): uniti da una speranza mai ridondante o esplicita, vittime di un passato difficile che non sfocia mai in retorica o pietismi, il loro unico interesse è quello di continuare a viaggiare verso la destinazione X, senza distrazioni di sorta, interne o esterne al contesto del film stesso, che probabilmente certo cattivo cinema avrebbe garantito sacrificando tutto sull’altare di dialoghi melensi e ricattatori.

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FUMMO GATTOPARDI

 Dopo il realismo con echi noir e metropolitani di Rocco e i suoi fratelli, e dopo le anomale dinamiche coniugali dell’episodio de Il lavoro all’interno di Boccaccio ’70, nella filmografia di Luchino Visconti avanza Il Gattopardo. Trasposizione inevitabile di un best-seller dell’epoca il cui successo, in quei primi anni Sessanta, era sopravvissuto purtroppo anche alla morte del suo autore, quel Giuseppe Tomasi di Lampedusa che non avrebbe mai goduto del trionfo della sua opera, in quanto morto prima della pubblicazione (per i tipi di Feltrinelli dopo il rifiuto di Elio Vittorini, che ritenendolo «troppo vecchio» per la collana I Gettoni di Einaudi lo consigliò ad altre case editrici).

Il Gattopardo aveva permesso a Tomasi di Lampedusa di ispirarsi alla figura del suo bisnonno, il principe Giulio Fabrizio Tomasi di Lampedusa, per generare un bestiario di vezzi, vanità e solitudine di una certa Sicilia – quella degli aristocratici e quella degli arricchiti, della nuova borghesia – all’alba della costituzione del Regno d’Italia. Non c’è più la speranza, da parte dei protagonisti dell’opera, di migliorarsi, ma di accettare il cambiamento con la consapevolezza dell’avvento di inediti dolori – ed è poco, ché sul romanzo di Tomasi di Lampedusa si potrebbero scrivere pagine, pagine e pagine di riflessioni.

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LO SCONOSCIUTO DEL LAGO di Alain Guiraudie (2013)

Lo sconosciuto del lago, di Alan Guiraudie, arriva in Italia dopo il successo al Festival di Cannes – dove, presentato nella sezione Un Certain Regard, ha vinto il premio alla regia – e il buon riscontro ottenuto nelle sale francesi, che l’hanno distribuito a partire dallo scorso giugno.

Assoluto protagonista della pellicola, come da titolo, è il lago; o, per essere precisi, la sponda dello stesso frequentata esclusivamente da bagnanti omosessuali con inclinazione al nudismo. Votati a frizzanti leggiadrie nel tessere rapporti fisici prim’ancora che mentali, i nostri dedicano intere giornate al culto del sole e a rigeneranti nuotate; tra di loro bazzica il belloccio Frank, ex fruttivendolo in titanico bilico tra ricerca dell’amore puro e, parimenti, di una carnalità totalizzante. Incappato nella stimolante amicizia nei riguardi del rotondo e malinconico Henri, non perderà tempo a invaghirsi – ricambiato – dell’affascinante Michel (dai “baffi come Freddy Mercury”). Un marcantonio custode però di uno squallido segreto che Frank scoprirà molto presto.

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Al via il Festival di San Sebastian 2013

La città di Donostia-San Sebastián si prepara ad accogliere, come ogni anno, il Festival internazionale del Cinema omonimo; giunto alla sua sessantunesima edizione, si è sempre contraddistinto per essere una kermesse a premi dal budget non elevatissimo ma dalla qualità spesso eccellente, riconosciuta in Spagna e nel resto d’Europa. E anche oltre: basti pensare che tra i film in competizione per la Concha d’Oro, il premio al miglior film – conferito l’anno scorso a Nella casa di François Ozon – appaiono Le week-end di Roger Michell con Jim Broadbent e Lindsay Duncan ( nel ruolo di due attempati coniugi in viaggio a Parigi tentando di rivitalizzare un matrimonio ormai spento) Quai d’Orsai di Bertrand Tavernier dai fumetti a sfondo comico-politico di Abel Lanzac/Antonin Baudry, Devil’s Knot di Atom Egoyan con miss Reese Witherspoon e Colin Firth tra omicidi e satanisti, Canìbal di Manuel Martìn Cuenca (La flaqueza del bolchevique), Club Sandwich di Fernando Eimbcke che ritorna al festival dopo Sul Lago Tehoe, la Jasmila Zbanic de Il segreto di Esme impegnata nuovamente a raccontare gli orrori di Bosnia e Serbia in For those who can tell no tales.

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Si alza il sipario sul Festival di Locarno 2013

Il 66esimo Festival del Film di Locarno ha beneficiato di giusta presentazione al Centro Svizzero di via Palestro, a Milano; presenti, oltre alla stampa e al presidente del Festival Marco Solari, anche il direttore artistico Carlo Chatrian, il direttore operativo Mario Timbal, il console generale Massimo Baggi e l’assessore alla Cultura, Filippo Del Corno. È stato subito messo a punto il solido rapporto e i legami storici tra il Festival e la città di Milano, importantissima non solo per via della consuetudine di molti milanesi a far tappa a Locarno durante il Festival ma anche per l’iniziativa di Agis che proporrà, dal 16 al 18 settembre, una rassegna delle opere premiate alla prossima edizione.

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