DENTRO L’INFERNO di Werner Herzog (2016)
Il crollo delle galassie avverrà con la stessa, grandiosa bellezza della creazione.”
Nel 1999, in occasione di una visita al Walker Art Center di Minneapolis, Werner Herzog ha stilato un compendio della sua visione del mondo ribattezzato “Dichiarazione del Minnesota”. Il dodicesimo e ultimo punto di questo Manifesto del pensiero herzoghiano recita così: “La vita negli oceani deve essere un totale inferno. Un vasto, spietato inferno di pericolo costante e immediato. Un inferno tale che nel corso dell’evoluzione alcune specie – uomo compreso – sono strisciate fuori, sono fuggite su piccoli continenti di terraferma, dove le Lezioni di Tenebra continuano.” Per Werner Herzog la natura, elemento chiave intorno a cui ruota tutto il suo cinema di sfide impossibili, è polemos ed è caos, entropia creatrice e distruttrice ad un tempo. Un Totem con cui gli uomini, sempre più ripiegati su se stessi e incapaci di guardare oltre la superficiale evidenza dei fatti, sembrano aver perso il contatto. Accecati da una ubris che ha cancellato dalla loro mente ogni traccia residua di rispetto nei suoi confronti, molti dei folli eroi herzoghiani riescono a concepire la natura soltanto come ostacolo da superare, in una assurda corsa oltre i confini dell’umano.

Nel corso della sua lunga carriera Werner Herzog ha in più occasioni scandagliato l’abisso dell’ignoto. Basta scorrere l’elenco dei titoli della sua filmografia per cogliere il filo conduttore di una insopprimibile propensione verso il non conosciuto, il mai visto, l’inesplorato. Una spinta che in più di una occasione ha posto il regista bavarese in situazioni estreme di reale pericolo fisico. È quindi perfettamente comprensibile che, a questo punto della sua carriera e ormai da anni stabilmente negli Stati Uniti, Herzog abbia sentito la necessità di esplorare un universo sfuggente e complesso come quello della Rete. Per un uomo che ha fatto la sua prima telefonata a 18 anni, cresciuto nell’isolamento più spartano sulle montagne tedesche, per cui l’unico social media è “un tavolo con al massimo sei persone”, il web probabilmente rappresenta quanto di più estraneo concepibile.
Qualche anno fa Peter Greenaway sosteneva, con la sprezzante sicumera tipica del suo carattere, che il cinema fosse morto. Aggiungeva che la data del trapasso era da collocarsi in concomitanza con l’invenzione non del televisore ma del telecomando. In tempi più recenti questa granitica convinzione sembra essersi in lui ammorbidita, tanto che il suo prossimo film, atteso a 
Preparava personalmente il pane per tutti i membri della troupe. Discuteva il montaggio finale dei suoi film con l’intero cast, in grandi assemblee collettive. Pur di girare i film a cui teneva ha più volte rischiato di perdere tutti i suoi soldi. In una, decisiva, occasione scommettendoli sulle corse dei cavalli. Personaggi come Robert Altman non nascono tutti i giorni. Nessuno come lui nel cinema americano è stato irrefrenabile pioniere e feroce iconoclasta. La sua filmografia somiglia in tutto a una vita, alla suavita, riproducendone la complessità, la polifonia e il caos. Mentre la sua eredità artistica è a pieno titolo riconosciuta nel bagaglio di molti importanti cineasti delle ultime generazioni, a cominciare da Paul Thomas Anderson, il canadese Ron Mann ha scelto di omaggiarla con un documentario, presentato a
Una coppia di sposi, Leo e Megan, italiano lui e irlandese lei, torna nel paese natio del marito, in Puglia, per risolvere questioni legate all’apertura di un testamento. La scoperta che la loro eredità consiste nella antica casa di famiglia, disabitata da anni, coincide con l’inizio di una serie di strani accadimenti. Alla vecchia magione sembra essere legato un oscuro fatto di sangue che la famiglia ha da sempre tenuto segreto. Megan decide di fare luce su questa vicenda, affascinata dai misteri che popolano la controra, il momento di massimo calore negli assolati pomeriggi estivi pugliesi, in cui ai bambini è proibito uscire di casa perché i fantasmi dei defunti abitano le strade.
Si è conclusa Sabato 12 Aprile la quinta edizione del Bari International Film Festival, con l’assegnazione degli ormai tradizionali premi che il capoluogo pugliese attribuisce ai film del concorso. Una edizione caratterizzata, rispetto a quelle degli anni scorsi, da una più folta presenza di pubblico giovane e giovanissimo, che ha seguito con interesse le proiezioni e i tanti momenti di incontro con i registi che hanno animato la settimana barese.
Didi papa di Irakli Kochlamazashvili
Introduzione: “A matter of life and death”
Spesso il cinema si è interrogato sul valore feticistico del filmare, powellianamente concepito come attrazione scopofila verso la morte al lavoro o inscritto dentro dinamiche di innocenza/colpevolezza nell’opera di cineasti come De Palma o Haneke. L’ultima devastante opera di Kim Ki-duk, fuori concorso a Venezia e già in uscita nelle sale italiane, rielabora molte di queste ossessioni alla luce di una poetica, come quella del regista coreano, unica nel panorama cinematografico internazionale.
In Italia, paese in cui la pesante eredità del neorealismo sembra aver schiacciato ogni tentativo di rinnovata presa diretta sul reale, raramente il film documentario ha conosciuto grandi fortune. Daniele Vicari, reduce del successo di “Diaz”, con un documentario ha scelto di proseguire l’ideale percorso, inaugurato dal film sul G8 di Genova, su alcune sospensioni “chiave” dei diritti umani, politicamente autorizzate, nella nostra recente storia nazionale. “La nave dolce”, presentato a Venezia e in uscita in alcune sale italiane, racconta il drammatico sbarco della nave albanese Vlora nel porto di Bari, avvenuto l’8 Agosto del 1991. 20000 persone si imbarcarono su quella nave cargo, carica di zucchero, nel porto di Durazzo la sera precedente e, dopo un viaggio notturno in condizioni proibitive, giunsero nel porto di Bari portandosi dentro un enorme bagaglio di aspettative sul paese che li avrebbe ospitati. Su quella nave grondante di corpi, biblica Exodus balcanica, viaggiavano i destini di centinaia di uomini, donne e bambini. Per loro l’Italia era la Terra Promessa, Lamerica, un immaginifico paradiso dorato costruito a immagine e somiglianza di un gioco a premi televisivo. Ad accoglierli, sulle coste pugliesi, avrebbero trovato una realtà molto diversa da quella a lungo sognata.

