DENTRO L’INFERNO di Werner Herzog (2016)

 

Il crollo delle galassie avverrà con la stessa, grandiosa bellezza della creazione.”

Nel 1999, in occasione di una visita al Walker Art Center di Minneapolis, Werner Herzog ha stilato un compendio della sua visione del mondo ribattezzato “Dichiarazione del Minnesota”. Il dodicesimo e ultimo punto di questo Manifesto del pensiero herzoghiano recita così: “La vita negli oceani deve essere un totale inferno. Un vasto, spietato inferno di pericolo costante e immediato. Un inferno tale che nel corso dell’evoluzione alcune specie – uomo compreso – sono strisciate fuori, sono fuggite su piccoli continenti di terraferma, dove le Lezioni di Tenebra continuano.” Per Werner Herzog la natura, elemento chiave intorno a cui ruota tutto il suo cinema di sfide impossibili, è polemos ed è caos, entropia creatrice e distruttrice ad un tempo. Un Totem con cui gli uomini, sempre più ripiegati su se stessi e incapaci di guardare oltre la superficiale evidenza dei fatti, sembrano aver perso il contatto. Accecati da una ubris che ha cancellato dalla loro mente ogni traccia residua di rispetto nei suoi confronti, molti dei folli eroi herzoghiani riescono a concepire la natura soltanto come ostacolo da superare, in una assurda corsa oltre i confini dell’umano.

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LO AND BEHOLD: IL FUTURO È OGGI di Werner Herzog (2016)

 

Nel corso della sua lunga carriera Werner Herzog ha in più occasioni scandagliato l’abisso dell’ignoto. Basta scorrere l’elenco dei titoli della sua filmografia per cogliere il filo conduttore di una insopprimibile propensione verso il non conosciuto, il mai visto, l’inesplorato. Una spinta che in più di una occasione ha posto il regista bavarese in situazioni estreme di reale pericolo fisico. È quindi perfettamente comprensibile che, a questo punto della sua carriera e ormai da anni stabilmente negli Stati Uniti, Herzog abbia sentito la necessità di esplorare un universo sfuggente e complesso come quello della Rete. Per un uomo che ha fatto la sua prima telefonata a 18 anni, cresciuto nell’isolamento più spartano sulle montagne tedesche, per cui l’unico social media è “un tavolo con al massimo sei persone”, il web probabilmente rappresenta quanto di più estraneo concepibile. È con questo spirito, animato dalla curiosità verso un mondo a lui completamente alieno, che Herzog ricostruisce nel documentario Lo and Behold la nascita e l’evoluzione di Internet, e le tante, importanti, aree di applicazione in cui la connessione globale ha giocato un ruolo decisivo.

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JULIETA di Pedro Almodovar (2016)

  

Por que si tu te vas /en ese mismo instante / muero yo

Julieta (Emma Suárez) vive a Madrid insieme al compagno Lorenzo (Dario Grandinetti), con il quale è in procinto di trasferirsi in Portogallo. L’incontro casuale con una ragazza un tempo amica di sua figlia Antia sconvolgerà i suoi programmi. Nel suo ventesimo lungometraggio, presentato in concorso a Cannes, il maestro spagnolo Pedro Almodovar mette in scena ancora una volta un dramma femminile, solido e dal respiro classico, ispirato a tre racconti della scrittrice canadese Alice Munro. Rinunciando agli eccessi delle sue pellicole più controverse, Almodovar mette a fuoco con vivida sensibilità una grande figura di donna, molto più fragile di quelle che di solito popolano il suo cinema.

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GOOD KILL di Andrew Niccol (2014)

 

Good Kill è quell’espressione gergale, un po’ cameratesca e piuttosto aberrante, con cui i militari americani si scambiano i complimenti dopo un colpo andato a bersaglio. Quasi una pacca sulle spalle tra giocatori di videogame. Ad un gioco virtuale somiglia la guerra che Tommy Egan (Ethan Hawke) è costretto a combattere. La sue trincea è una comoda poltrona in una base militare del Nevada, le sue armi sono droni invisibili telecomandati in grado di colpire obiettivi sensibili a migliaia di chilometri di distanza. La CIA vuole utilizzare questa strategia anche per le missioni più controverse, dove il rischio di colpire civili innocenti è molto elevato. Per Tom il prezzo da pagare è una lenta ma inarrestabile deriva psicologica, che mette a repentaglio l’equilibrio della sua vita familiare.

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GOLTZIUS AND THE PELICAN COMPANY di Peter Greenaway (2012)

 Qualche anno fa Peter Greenaway sosteneva, con la sprezzante sicumera tipica del suo carattere, che il cinema fosse morto. Aggiungeva che la data del trapasso era da collocarsi in concomitanza con l’invenzione non del televisore ma del telecomando. In tempi più recenti questa granitica convinzione sembra essersi in lui ammorbidita, tanto che il suo prossimo film, atteso a Berlino, sarà la rilettura dell’opera di uno dei padri della settima arte come Sergej Ejzenstejn. Mai comunque l’eccentrico cineasta inglese ha smesso di ripensare il linguaggio del suo cinema, trasformandolo sempre più in un vero e proprio ipertesto crossmediale, densissimo di rimandi, suggestioni, link a innumerevoli (e i numeri in Greenaway non sono mai cosa secondaria) ambiti dello scibile umano.

Muovendosi in una sorta di zona franca tra sguardo d’autore, sperimentalismo e videoarte, Greenaway ha giocato con le forme della rappresentazione fin dagli esordi del suo cinema. Goltzius and the Pelican Company, uscito nel 2012 ma solo a inizio 2015, dopo un passaggio in alcuni teatri della penisola, distribuito nelle sale italiane, rinnova con inesausta vitalità questa tendenza. E ci invita a perderci in un altro puzzle-labirinto audiovisivo realizzato nello stile inconfondibile del suo autore, ispirato stavolta alla figura dell’incisore olandese del 1500 Hendrick Goltzius.

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FINDING FELA di Alex Gibney (2014)

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Alla generazione cresciuta con gli I-phone e X-factor il nome di Fela Kuti, quasi certamente, suona del tutto ignoto. Il documentario di Alex Gibney Finding Fela, presentato al Festival dei Popoli di Firenze nel 2014 e finalmente in un numero selezionato di sale, può aiutare a colmare questa lacuna, riportando all’attenzione che merita una delle figure più carismatiche della musica e della controcultura africana. Attivo tra gli anni ’70 e ’80, il nigeriano Fela Anikulapo Kuti è stato pioniere dell’Afrobeat e icona del movimento di liberazione panafricanista, oltre che personaggio caratterizzato da eccessi, lati oscuri e una buona dose di follia.

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ALTMAN di Ron Mann (2014)

altman-documentario-locandinaPreparava personalmente il pane per tutti i membri della troupe. Discuteva il montaggio finale dei suoi film con l’intero cast, in grandi assemblee collettive. Pur di girare i film a cui teneva ha più volte rischiato di perdere tutti i suoi soldi. In una, decisiva, occasione scommettendoli sulle corse dei cavalli. Personaggi come Robert Altman non nascono tutti i giorni. Nessuno come lui nel cinema americano è stato irrefrenabile pioniere e feroce iconoclasta. La sua filmografia somiglia in tutto a una vita, alla suavita, riproducendone la complessità, la polifonia e il caos. Mentre la sua eredità artistica è a pieno titolo riconosciuta nel bagaglio di molti importanti cineasti delle ultime generazioni, a cominciare da Paul Thomas Anderson, il canadese Ron Mann ha scelto di omaggiarla con un documentario, presentato a Venezia 71. Il primo ufficialmente dedicato ad una delle figure più eccezionali del cinema statunitense. Un’operazione non facile vista la vastità dell’universo altmaniano, ma nel complesso sicuramente riuscita.

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BELLUSCONE. UNA STORIA SICILIANA di Franco Maresco (2014)

Sono passati solo pochi giorni dalla prima proiezione veneziana del Belluscone di Franco Maresco, in concorso nella sezione Orizzonti, e già sembra che la dimensione di questo film si sia nuovamente dilatata nell’extrafilmico, suo luogo primigenio di appartenenza. Un senatore berlusconiano ha minacciato di ricorrere alla giustizia per ottenere il sequestro del film, salvo retrocedere dopo poche ore su posizioni di magnanima non belligeranza. Riportando il tutto, ancora una volta, al rango di farsa e regalando al film un altro, imprevisto sottofinale. Molti anni di ricerche sul campo sono serviti a Franco Maresco per (non) terminare il suo progetto. Quella che era iniziata come indagine sociologica sul fenomeno berlusconiano in Sicilia ha rischiato di trasformarsi in una trappola fatale per la sua carriera di cineasta. Di una siderale nube cosmica di materiale filmato, smarrito, archiviato, rimosso o solo sognato il film costituisce il densissimo precipitato. E tuttavia il prima e il dopo, tutto l’amplissimo perimetro cronologico che circonda i 95 minuti montati nel corpo del film, continua a pesare sulla sua stesura definitiva, corrodendola ai margini, immergendo in una indistinta sospensione gelatinosa lo statuto di verità di ogni suo fotogramma, e condannandola a non poter mai essere terminata davvero.

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GEBO E L’OMBRA di Manoel de Oliveira (2012)

 Alla veneranda età di 103 anni non si può certo dire che un cineasta come Manoel de Oliveira, con alle spalle una carriera iniziata nel 1931 e più di 60 film, abbia qualcosa da dimostrare a qualcuno. Sempre coerente con la sua idea di cinema, de Oliveira ha rappresentato per decenni l’emblema di un cinema europeo resistenziale, che si oppone con tenace costanza ad ogni compromesso linguistico, ad ogni tentativo di ingerenza altra rispetto allo sguardo e alla sensibilità del suo autore. Un cinema di parole, di voci spesso fuori campo, di quadri che raggelano l’inquadratura in attimi di prolungata sospensione. Cinema che qualcuno ha definito “da camera”, perché predilige gli spazi chiusi, l’intimità della esecuzione raccolta, il piacere del racconto e della narrazione che si dona a pochi, la sobrietà assoluta della messa in scena.

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CONTRORA – HOUSE OF SHADOWS di Rossella De Venuto (2014)

controra posterUna coppia di sposi, Leo e Megan, italiano lui e irlandese lei, torna nel paese natio del marito, in Puglia, per risolvere questioni legate all’apertura di un testamento. La scoperta che la loro eredità consiste nella antica casa di famiglia, disabitata da anni, coincide con l’inizio di una serie di strani accadimenti. Alla vecchia magione sembra essere legato un oscuro fatto di sangue che la famiglia ha da sempre tenuto segreto. Megan decide di fare luce su questa vicenda, affascinata dai misteri che popolano la controra, il momento di massimo calore negli assolati pomeriggi estivi pugliesi, in cui ai bambini è proibito uscire di casa perché i fantasmi dei defunti abitano le strade.

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I vincitori del Bifest 2014

TangerinesSi è conclusa Sabato 12 Aprile la quinta edizione del Bari International Film Festival, con l’assegnazione degli ormai tradizionali premi che il capoluogo pugliese attribuisce ai film del concorso. Una edizione caratterizzata, rispetto a quelle degli anni scorsi, da una più folta presenza di pubblico giovane e giovanissimo, che ha seguito con interesse le proiezioni e i tanti momenti di incontro con i registi che hanno animato la settimana barese. Particolarmente atteso il verdetto della giuria popolare circa i film inediti in gara nella sezione Panorama Internazionale. A risultare, meritatamente, vincitore è stato il georgiano Zaza Urushadze con il film Tangerines – Mandarini. Secondo le motivazioni espresse dalla giuria “Il film ha il grandissimo pregio di saper raccontare in maniera semplice ma raffinata l’insensatezza della guerra, specie quando essa contrappone persone che hanno la stessa faccia, parlano la stessa lingua e faticano persino a riconoscersi come nemici. Qui, due miliziani, un abkhazo ed un georgiano, gravemente feriti, vengono ospitati sotto lo stesso tetto da un anziano e paziente contadino estone; nella convivenza forzata, nella condivisione dei piccoli momenti della giornata, l’odio feroce che li divide è destinato a perdere ogni senso, poiché si può odiare solo ciò che non si conosce.”

 

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Bifest 2014: altri film da Panorama Internazionale

controra cover uDidi papa di Irakli Kochlamazashvili, Russia-Georgia 2014

In un piccolo villaggio rurale in Georgia si riannodano i rapporti tra generazioni. I nonni e i bisnonni sono gli unici ad abitare ancora la loro terra e a custodire le tradizioni. I figli emigrati hanno perso ogni legame con il loro passato. I nipoti, almeno quelli sopravvissuti alle guerre fratricide, vivono con superficialità il loro tempo. Incentrato su due carismatiche figure di anziani (uno dei due è interpretato dal padre dello stesso regista), il film racconta con semplicità lo stato delle cose nella martoriata terra georgiana. Non privo di momenti suggestivi sul piano visivo, Didi papa (bisnonno in georgiano) sceglie un tono elegiaco per catturare la dura realtà di un paese negli ultimi anni sconvolto dalle guerre e dalla povertà. Toccante e sincero, riuscito nonostante qualche piccola ingenuità narrativa.

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Bifest 2014: tre film di Panorama Internazionale

onirica---field-of-dogs coverOnirica – Field of dogs di Lech Majewski, Polonia-Svezia-Italia 2014

Tra i titoli più attesi in cartellone al BiFest c’era sicuramente il nuovo parto creativo del visionario Lech Majewski. Reduce da una vetta assoluta come lo splendido I colori della passione, Majewski ci regala con questo film un’altra esperienza sensoriale affascinante ed estrema, difficilissima da inquadrare dentro gli schemi di una interpretazione logica ma di grande impatto. Dante, Heidegger ed echi surrealisti si intrecciano dentro un canovaccio apertissimo che innesta una tragedia privata nell’humus di una grande tragedia nazionale: il 2010, autentico annus horribilis della Polonia. Soltanto nei sogni esiste per il protagonista una possibilità di elaborazione del dolore. Soltanto nel verosimile onirico del suo tenebroso subconscio si apre la strada di una luminosa redenzione, suggerita da un magnifico finale in crescendo che sembra evocare il Tarkovsky di Nostalghia.

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Il cinema di Douglas Sirk e l’America allo specchio

 Nella percezione diffusa il nome di Douglas Sirk si associa al melodramma classico. A dispetto di una produzione vastissima, distribuita in quasi mezzo secolo di attività, è indubbio che la sua fama sia legata alla fortunata stagione del cosiddetto “Periodo Universal”, inaugurato nel 1950 e concluso nel 1959 con la realizzazione di un film-summa come Lo specchio della vita. Nell’arco di una decade tra le più fertili della storia del cinema, Sirk fu in grado di inanellare una incredibile sequenza di grandissimi film destinati a fondare il centro e il nucleo di un personale e coerente discorso cinematografico. Come spesso è accaduto per grandi autori che si sono misurati con i codici dei generi, a Sirk la rigida cornice del melodramma ha fornito l’occasione perfetta per affondare il suo sguardo di esule tedesco, fuggito all’orrore nazista per proteggere sua moglie Hilde, dentro le contraddizioni profonde insite nella società e nel costume americano. In tempi più recenti anche un altro grande tedesco esule e “sradicato” come Werner Herzog ha compiuto un itinerario simile, scandagliando con i suoi documentari (Into the Abyss, Death Row) i recessi più cupi dell’americanità.

Se Herzog sta concentrando la sua attenzione su aspetti come il rispetto dei diritti umani e la violenza giovanile, Sirk nel lontano 1950, sotto l’apparenza rassicurante e mainstream di un cinema di sentimenti, lacrime e passioni brucianti, ha innestato riflessioni di portata rivoluzionaria su integrazione, pregiudizio e uguaglianza.

In Douglas Sirk un esponente centrale del Nuovo Cinema Tedesco come Rainer Werner Fassbinder ha identificato la figura paterna capace di fare da ponte con un passato (di celluloide e non solo) sottoposto a violenti processi di rimozione ed emendazione collettiva. In una celebre dichiarazione d’amore nei confronti del cineasta di Amburgo, Fassbinder affermava: “il cinema di Douglas Sirk libera la mente”. Fermarsi alla superficie di questo straordinario testo audiovisivo significherebbe rinunciare a coglierne l’essenza più intima, osservando la splendida immagine incorniciata da uno specchio senza cercare di mettere a fuoco la forma e i contorni dell’oggetto riflesso.

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LA ULTIMA PELICULA di Raya Martin e Mark Peranson (2013)

 Sebbene qualcuno periodicamente si avventuri in apocalittiche affermazioni sulla morte del cinema, l’attuale ottimo stato di salute della settima arte non sembra preludere a decessi imminenti. Il dato storico certo e ineludibile è invece il trapasso della pellicola a favore del digitale. E’ in questo cruciale momento di transito che il filippino Raya Martin e il canadese Mark Peranson hanno girato la loro Ultima Pelicula, titolo di apertura della sezione Onde al 31° Torino Film Festival.

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La persistenza di un’ossessione: Vertigo e l’immortalità di un capolavoro

Locandina VertigoIntroduzione: “A matter of life and death”

 

In un saggio pubblicato nel 2012 lo storico Ben Alpers si è interrogato sulla differente collocazione, nell’immaginario di massa della cultura occidentale, di due grandi cineasti inglesi: Michael Powell ed Alfred Hitchcock. Al netto di due percorsi artistici e biografici che in diversi momenti si sono reciprocamente somigliati, e senza tentare di stilare impensabili graduatorie di merito o valore, la conclusione evidenziata dallo storico è stata che l’opera di Alfred Hitchcock, per una complessa combinazione di ragioni, rispetto a quella di Powell ha beneficiato di una diffusione di massa decisamente più vasta, arrivando a toccare strati di pubblico spesso anche molto lontani da una assidua frequentazione cinematografica. Il cinema di Alfred Hitchcock, con gli anni, ha acquisito le caratteristiche di un fenomeno unico nel suo genere: alcuni film della sua filmografia sono diventati parte talmente integrante della memoria collettiva da diventare patrimonio acquisito, o condiviso, anche per persone che mai hanno avuto la possibilità di vederli. Lo stile del maestro londinese è così diventato un marchio riconoscibile per intere generazioni, che hanno continuato ad associarlo ad un ben definito apparato di immagini, suoni, personaggi ed atmosfere. All’interno della sua ricchissima produzione sono tre i film che più di altri, nella percezione diffusa, hanno contribuito a definire il paradigma hitchcockiano per eccellenza: Psycho (1960), Gli uccelli (1963) e La donna che visse due volte. Tra questi, l’ultimo rappresenta per molti critici ed appassionati la vetta più alta e la sintesi più completa di tutto il cinema hitchcockiano. Come accade solo per i grandi capolavori, Vertigo è il frutto di una miracolosa e irripetibile coincidenza di situazioni, che nel 1958 concedevano al maestro londinese di girare il suo film più personale, nel momento di massima ispirazione artistica e con il più ampio controllo possibile su un sistema degli Studios ancora in grado di concedere grande libertà ai suoi autori.

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MOEBIUS di Kim Ki-duk (2013)

moebius locandinaSpesso il cinema si è interrogato sul valore feticistico del filmare, powellianamente concepito come attrazione scopofila verso la morte al lavoro o inscritto dentro dinamiche di innocenza/colpevolezza nell’opera di cineasti come De Palma o Haneke. L’ultima devastante opera di Kim Ki-duk, fuori concorso a Venezia e già in uscita nelle sale italiane, rielabora molte di queste ossessioni alla luce di una poetica, come quella del regista coreano, unica nel panorama cinematografico internazionale.

Moebius è il tassello più estremo all’interno di una filmografia già tra le più radicali del cinema contemporaneo. Loop allucinato di incendiaria intensità, parabola di soppressione/sublimazione del desiderio sessuale che continuamente si riavvolge su se stessa, catartico e violentissimo itinerario verso una ridefinizione profonda del senso ultimo del filmare, amputazione di qualsiasi linguaggio verbale dal corpo del film, che scopre di poter vivere soltanto di gesti, rumori, sguardi.

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THE STORY OF FILM: AN ODISSEY di Mark Cousins – II parte

Gli anni ’70 hanno rappresentato una nuova Età dell’Oro per la settima arte. Mark Cousins sceglie di raccontarli mettendo a fuoco due differenti tagli prospettici: quello degli autori emergenti, in America e nel resto del mondo, e quello dell’industria cinematografica, rinnovata grazie al decisivo apporto creativo di alcuni grandi registi. Nel primo gruppo Cousins inserisce tra gli americani nomi fondamentali come quelli di Altman, Coppola, Scorsese, Allen, Peckinpah e Malick e tra gli europei i tedeschi Fassbinder e Wenders, l’inglese Ken Russell, il curdo Yilmaz Guney e il cileno Jodorowsky. Nel secondo gruppo, quello dei registi main-stream o “di massa” Cousins colloca gli orientali John Woo e Tsui Ark e gli americani Spielberg, Friedkin e Lucas, autori rispettivamente di tre pellicole considerate da Cousins cruciali per il cinema di quegli anni: Lo squalo, L’esorcista e Guerre Stellari: Una nuova speranza. Il taglio delle scelte che Cousins compie, invece, per raccontare il decennio successivo, quello degli anni ’80, è più marcatamente politico.

La sua attenzione si concentra sui quei cineasti che, in giro per il mondo, hanno dato voce a proteste e istanze sociali negli anni dell’edonismo reaganiano e del tatcherismo imperante: il cinese Zhang Yimou, l’americano Spike Lee, lo spagnolo Almodovar e gli inglesi Stephen Frears, Terence Davies e Peter Greenaway. Non può infine non destare grande curiosità tra i cinefili la direzione che le scelte del documentario di Cousins impongono al racconto dei 20 anni di cinema a noi più vicini. L’evento cruciale, autentico spartiacque tra un prima e un dopo, è l’avvento del digitale, e la conseguente transitoria perdita di consistenza e distanza dalla “realtà” che, come una vertigine, sembra aver accompagnato l’introduzione di questa fondamentale novità.

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THE STORY OF FILM: AN ODYSSEY di Mark Cousins – I PARTE

Pochissimi, coraggiosi cineasti hanno tentato di racchiudere l’intera storia del cinema in un film. Ci hanno provato, nel corso degli ultimi anni, due autori che con le loro opere hanno segnato profondamente l’evoluzione stilistica del “testo” audiovisivo: Godard con le sue Histoire(s) du Cinema e Scorsese con i Viaggi nel cinema americano e italiano. Due soggettive, due sguardi che rivendicano la loro piena parzialità nello scegliere, assemblare, scomporre e ricomporre frammenti di storia del cinema secondo personalissime visioni del mezzo cinematografico. Mai nessuno aveva tentato di raccordare l’intero percorso evolutivo della settima arte dentro i confini di una narrazione documentaria che coniugasse completezza (storica, ma anche geografica), competenza e passione. Ci ha provato Mark Cousins, critico e documentarista irlandese, con la sua monumentale Story of film: an Odyssey, presentata a Toronto, Telluride e Berlino nel 2012. 15 ore di film e 7 anni di lavorazione per raccontare 120 anni di storia del cinema.

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ZERO DARK THIRTY di Kathryn Bigelow (2012)

Un singolare punto di contatto unisce due dei film che quest’anno si contenderanno i maggiori riconoscimenti dell’Academy. Steven Spielberg e Kathryn Bigelow, due tra i cineasti più rappresentativi del cinema americano contemporaneo, nei loro rispettivi ultimi film hanno raccontato le uscite di scena di due figure chiave, sebbene antitetiche, della Storia americana. Abramo Lincoln e Osama Bin Laden configurano i poli opposti non solo di una mitologia nazionale eretta sulle categorie dialettiche di salvezza e distruzione, ma di un unico epos fondativo che non può prescindere, nel farsi cinema, dalla manipolazione di un immaginario collettivo diffuso. Sottratto alla didattica del monumento per essere consegnato alla profonda comprensione umana, come nel caso dell’enorme Lincoln spielberghiano, oppure per sempre annegato nel buio indistinto della minaccia terroristica invisibile, come nel lungo resoconto interno alla Cia del film di Kathryn Bigelow.

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LA NAVE DOLCE di Daniele Vicari (2012)

LaNaveDolce 35x50 ott2012 okIn Italia, paese in cui la pesante eredità del neorealismo sembra aver schiacciato ogni tentativo di rinnovata presa diretta sul reale, raramente il film documentario ha conosciuto grandi fortune. Daniele Vicari, reduce del successo di “Diaz”, con un documentario ha scelto di proseguire l’ideale percorso, inaugurato dal film sul G8 di Genova, su alcune sospensioni “chiave” dei diritti umani, politicamente autorizzate, nella nostra recente storia nazionale. “La nave dolce”, presentato a Venezia e in uscita in alcune sale italiane, racconta il drammatico sbarco della nave albanese Vlora nel porto di Bari, avvenuto l’8 Agosto del 1991. 20000 persone si imbarcarono su quella nave cargo, carica di zucchero, nel porto di Durazzo la sera precedente e, dopo un viaggio notturno in condizioni proibitive, giunsero nel porto di Bari portandosi dentro un enorme bagaglio di aspettative sul paese che li avrebbe ospitati. Su quella nave grondante di corpi, biblica Exodus balcanica, viaggiavano i destini di centinaia di uomini, donne e bambini. Per loro l’Italia era la Terra Promessa, Lamerica, un immaginifico paradiso dorato costruito a immagine e somiglianza di un gioco a premi televisivo. Ad accoglierli, sulle coste pugliesi, avrebbero trovato una realtà molto diversa da quella a lungo sognata.

 

 

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O GEBO E A SOMBRA di Manoel De Oliveira (2012)

Alla veneranda età di 103 anni non si può certo dire che un cineasta come Manoel de Oliveira, con alle spalle una carriera iniziata nel 1931 e più di 60 film, abbia qualcosa da dimostrare a qualcuno. Sempre coerente con la sua idea di cinema, de Oliveira ha rappresentato per decenni l’emblema di un cinema europeo resistenziale, che si oppone con tenace costanza ad ogni compromesso linguistico, ad ogni tentativo di ingerenza altra rispetto allo sguardo e alla sensibilità del suo autore. Un cinema di parole, di voci spesso fuori campo, di quadri che raggelano l’inquadratura in attimi di prolungata sospensione. Cinema che qualcuno ha definito “da camera”, perché predilige gli spazi chiusi, l’intimità della esecuzione raccolta, il piacere del racconto e della narrazione che si dona a pochi, la sobrietà assoluta della messa in scena.

 

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AT ANY PRICE di Ramin Bahrani (2012)

Spesso accade che le maggiori contraddizioni di un paese possano essere smascherate meglio da qualcuno che ha conosciuto quel paese attraverso il filtro di un’altra cultura. Nemo propheta in patria, ma può essere vero anche l’esatto opposto. Il cinema è pieno di illustri demistificatori del mito americano che negli States hanno posto la loro dimora artistica d’elezione, da Billy Wilder a Elia Kazan. Altri sul suolo americano ci sono nati, ma da genitori che avevano attraversato l’oceano in cerca di una terra fertile dove piantare il proprio seme.

Nelle vene di Ramin Bahrani, autore di At Any Price in concorso a Venezia, scorre sangue iraniano, ma il suo cinema è un concentrato di valori (e disvalori) dell’America Profonda. Nato, nel 1975 a Winston-Salem, Nord Carolina, da due genitori iraniani, Bahrani, segnalatosi negli ultimi anni in diversi festival e rassegne internazionali, presenta al Lido il suo quarto lungometraggio, dopo il corto diventato fenomeno virale sul web Plastic Bag.

 

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PLAYTIME di Jacques Tati (1967)

La finestra sullo schermo - Playtime ~ Architettura in città 2017

“In Keaton l’espressione è semplice come quella di una bottiglia, ma la bottiglia e il viso di Keaton possiedono punti di vista infiniti”. Così Luis Bunuel commentava l’essenza della comicità senza sorriso di Buster Keaton. Il volto di Keaton come una maschera in cui è possibile leggere infinite variazioni, modulazioni, sfumature espressive. Il più grande erede ed interprete europeo della lezione di Buster Keaton è stato probabilmente Jacques Tati. Riscoprire la grandezza del suo capolavoro “ultimo”, lo straordinario Playtime, significa avventurarsi dentro il miracolo di una visione unica e totale. Perché mai più ripetuta e ripetibile, anche a causa del titanico sforzo produttivo posto in essere per girare il film. E perché nella sua grammatica filmica rinuncia completamente a primi piani e dettagli, perseguendo la strada della osservazione ampia.

Il campo totale di Tati, come la faccia di Buster Keaton, è uno spazio aperto in cui far correre lo sguardo, un “testo” con più tracce sincrone offerte alla nostra lettura. Il campo totale in Playtime è anche la scelta linguistica che consente a Tati di raggiungere l’obiettivo di una visione quanto più simile a quella dell’occhio umano sulla realtà. Ed è all’occhio e all’intelligenza dell’uomo/spettatore che Tati affida il compito della messa a fuoco dinamica, del discernimento fluido, della selezione in tempo reale di cosa guardare nella complessa struttura delle sue inquadrature. Profondità di campo, schermo panoramico, vetri riflettenti. Tutto in Playtime contribuisce a dilatare lo spazio della visione, affidando allo spettatore la responsabilità e la fatica di cercare il dettaglio all’interno di una dimensione allargata.

 

 

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LE PALUDI DELLA MORTE di Ami Canaan Mann (2011)

Sono sempre più frequenti i casi di “trasmissione” del mestiere di regista da padre a figlio. Un virus in piena diffusione, come dimostra il recentissimo battesimo di Brandon Cronenberg a Cannes. Dopo Sofia Coppola, durante la Mostra del Cinema di Venezia dello scorso anno è toccato ad un’altra figlia d’arte con un illustre cognome misurarsi con la scena internazionale: Ami Canaan Mann. Superfluo spendere parole o aggettivi sul ceppo paterno della famiglia. E’ invece importante sottolineare l’uscita nelle sale italiane del secondo lungometraggio della cineasta americana, Texas Killing Fields, con il titolo Le paludi della morte. Il film racconta una sanguinosa vicenda di cronaca nera, ispirata ad una serie di omicidi seriali realmente accaduti in Texas, nell’area paludosa dei cosiddetti Killing Fields. E’ questo luogo di morte il protagonista assoluto del film. Una spettrale terra di nessuno in cui la pervasiva presenza del petrolio ha sommerso e cancellato l’intero ecosistema costiero, mentre per anni la minaccia invisibile di un assassino seriale ha affondato indisturbato nell’oblio le vite di decine di giovani donne. Questo plumbeo scenario conferisce al film un tono ed un’atmosfera di sicuro interesse, in cui riecheggiano le memorie di tanto cinema noir statunitense.

 

 

 

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INTO THE ABYSS di Werner Herzog (2011)

Qualcuno ha suggerito che Into The Abyss sarebbe potuto essere il titolo perfetto per moltissimi film di Werner Herzog. Da sempre il suo è cinema dell’inabissamento in acque profonde e in luoghi oscuri, scandaglio degli insondabili crepacci che attraversano la crosta terrestre e l’interiorità umana. Il viaggio di Werner Herzog negli Stati Uniti è cominciato qualche decennio fa. Per afferrare la dimensione “definitiva” e ultima, oltre che escatologica, della più recente tappa di questo viaggio può essere utile ricapitolare, per sommi capi, le precedenti. E’ del lontano 1977 il film che per primo battezza l’unione tra l’occhio herzoghiano e il suolo americano, e già in quel memorabile La ballata di Stroszek Herzog condensa le frattaglie di un immaginario americano di grandezza e splendore andato in frantumi.  Leggi tutto

TO ROME WITH LOVE di Woody Allen (2012)

 

Che l’intera operazione potesse rivelarsi una colossale occasione mancata, era timore diffuso. Soprattutto nel gruppo degli alleniani più intransigenti, da subito scettici nei confronti della ennesima divagazione turistica, per giunta stavolta caldeggiata e sponsorizzata da notissimi gruppi di potere (cinematografico e non solo) italiano.

To Rome with Love è quindi nato sotto la stella di una diffusa diffidenza tra gli addetti ai lavori. Che comunque ha fatto il paio con l’inevitabile ritorno di immagine e glamour che una produzione del genere ha prodotto in vari canali di comunicazione. Doverosa premessa per dimostrare come sforzarsi di offrire un parere obiettivo su questo film non è impresa facile, contesi tra l’enorme affetto, e buona disposizione, per uno dei più grandi cineasti di tutti tempi e lo scetticismo, legittimo, indotto da tutto quello che in questa vacanza romana ad Allen è stato messo intorno.

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A SIMPLE LIFE di Ann Hui (2011)

 Filmare “le cose come sono” è stato un sogno a lungo inseguito da molti cineasti, da Flaherty a Rossellini. Il cinema, illusione dell’immagine in movimento, ha più volte cercato, ribaltando il suo statuto ontologico, di catturare l’essenza della realtà, spogliandola del suo involucro fenomenico e cogliendola nella sua fragilissima, denudata, verità. Lo splendido A Simple Life della cinese Ann Hui, accolto con grande entusiasmo e commozione durante la scorsa Mostra del Cinema di Venezia e da qualche giorno nelle sale italiane distribuito dalla Tucker Film, è riuscito in questo difficilissimo intento.

Il film racconta la vicenda di Ah Tao (Deanie Ip, una meritatissima Coppa Volpi), anziana amah, domestica di una ricca famiglia borghese, e il suo profondo legame affettivo con Roger (Andy Lau), primogenito della famiglia che ha per tutta la vita assistito. Malata e sola, Ah Tao trova in Roger una presenza importante nel momento della sofferenza. E Roger riscopre nella sua anziana tata il più forte legame identitario con il suo passato e il più saldo ed intimo vincolo affettivo della sua vita.

 

 

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LA GRANDE ESTASI DELL’INTAGLIATORE STEINER di Werner Herzog (1974)

La grande estasi dell'intagliatore Steiner - 05/01/2013 - Programmazione -  Lab 80 film

Individuare un “film della vita”, per chi abbraccia un amore fedifrago e promiscuo come quello per il cinema, è davvero difficile. Significa stringere l’anello intorno al dito di un solo amore, e lasciarne delusi decine. Per assolvere a questo difficile compito ho scelto quindi di inventare un percorso diverso. Il primo passo è stato individuare una “filmografia della vita”, la più importante, la più decisiva, quella che più ha inciso sul mio modo di vedere. Il secondo calibrare la scelta intorno ad un film-summa, una specie di sintesi di quella stessa filmografia. Alla luce di queste coordinate la scelta è caduta su La Grande Estasi dell’intagliatore Steiner, di Werner Herzog. L’esplorazione fin nei recessi più nascosti della enorme filmografia del maestro bavarese è coincisa, nel mio vissuto di spettatore-cinefilo, con la fondamentale scoperta di un cinema diverso, o meglio (poi l’ho scoperto) unico. In grado di spingersi molto oltre la magnificenza e la perfezione puramente tecnica, per toccare livelli più profondi di verità e coscienza, cercando costantemente di catturare immagini mai viste, lontane dal logoro grigiore dell’immaginario in cui siamo immersi. La Grande Estasi dell’intagliatore Steiner non è certamente il film più “bello” di Herzog, né tantomeno il più celebre.

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