Firebrand di Karim Aïnouz, la recensione

di Simone Soranna

Dopo il grande successo di critica e pubblico ottenuto con il bellissimo dramma sentimentale La vita invisibile di Eurídice Gusmão, miglior film nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2019, Karim Aïnouz si gioca la carta del film storico in costume con un’operazione che affonda però le sue radici nella contemporaneità. La vita a corte di Caterina Parr (Alicia Vikander), regina consorte d’Inghilterra e Irlanda dal 1543 al 1547 e ultima moglie di Enrico VIII (Jude Law), è segnata da un clima di costante tensione e disagio. Completamente sottomessa ai voleri del dispotico marito, la donna spera di riuscire , un giorno, a migliorare la propria difficile condizione.

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Rapito di Marco Bellocchio, la recensione

di Simone Soranna

Presentato in concorso al Festival di Cannes 2023, Rapito è un ulteriore tassello della filmografia di Bellocchio che lo conferma come un autore sempre coerente con sé stesso. Tratto liberamente dal libro scritto da Daniele Scalise “Il caso Mortara”, si ispira a un vero fatto di cronaca, che il regista di Bobbio ha voluto inquadrare con precisione storica. Siamo a Bologna nel 1858. Il piccolo Edgardo Mortara, di famiglia ebrea, viene prelevato dallo Stato Pontificio e portato via alla sua famiglia per essere cresciuto come cattolico a Roma. Secondo la legge papale, il fatto che il bambino sia stato battezzato in segreto gli impone di ricevere un’educazione cattolica. Malgrado la disperazione dei genitori, Edgardo sarà allevato sotto la custodia di Papa Pio IX.

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Cannes 2023: le recensioni di Foglie al vento e Club Zero

di Simone Soranna

FOGLIE AL VENTO (Concorso):

Sei anni dopo il bellissimo L’altro volto della speranza (2017), Aki Kaurismäki torna dietro la macchina da presa per raccontare una storia intrisa di tutti quegli ingredienti che hanno reso così unico il suo cinema: dal raccontare tutta la poesia che può stare anche nei luoghi considerati più degradati dalla società, passando per la sua ironia velata di malinconia.

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Cannes 2023: le recensioni di Banel & Adama e Anatomia di una caduta

di Simone Soranna

BANEL & ADAMA (Concorso):

Dopo il successo ottenuto nei festival internazionali con il cortometraggio Astel (2021), la regista e sceneggiatrice francese di origine senegalese Ramata-Toulaye Sy, classe 1986, approda in concorso a Cannes con un’opera prima di buona suggestione, profondamente immersa in luoghi densi di magia e mistero.

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Cannes 2023: le recensioni di May December e Killers of the Flower Moon

di Simone Soranna

MAY DECEMBER (Concorso):

Maestro nel rielaborare in maniera personale i codici del cinema classico, Todd Haynes realizza qui un’operazione che sembra decolorare le amate tinte torbide e fiammeggianti del melodramma per giocare con i generi sfruttandone gli stereotipi, passando da momenti grotteschi a lampi thriller.

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Cannes 2023: le recensioni di Indiana Jones e il quadrante del destino e Black Flies

di Simone Soranna

INDIANA JONES E IL QUADRANTE DEL DESTINO (Fuori Concorso):

Giunta al quinto capitolo, la saga di Indiana Jones, per la prima volta orfana di Steven Spielberg alla regia, si trova al momento cruciale di dover dare nuova linfa a un personaggio leggendario, nel tentativo di mantenere in qualche modo alto l’appeal spettacolare alla base delle sue mirabolanti avventure. Il tentativo, però, dopo un incipit action coreografato in maniera mirabile, appare quanto mai modesto e privo di verve.

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Cannes 2023, le recensioni di Monster, Il disprezzo e Le retour

di Simone Soranna

MONSTER (Concorso):

Dopo due trasferte consecutive, in Francia per Le verità e in Corea del Sud per Le buone stelle – Broker, Hirokazu Kore-Eda torna in Giappone per un film pienamente nelle sue corde, tanto nelle tematiche generali (il rapporto tra genitori e figli, in primis) quanto nel simbolismo messo in campo (il passaggio di un treno come metafora del percorso di formazione raccontato).

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Cannes 2023: le recensioni di Jeanne Du Barry e Underground

JEANNE DU BARRY (Fuori Concorso)

La storia di Madame du Barry è stata già portata al cinema diverse volte, a partire dai tempi del muto in cui anche un grande regista come Ernst Lubitsch aveva scelto di raccontarla, nel 1919 con protagonista Pola Negri, per arrivare alla contemporaneità con la sua presenza in Marie Antoinette di Sofia Coppola, in cui a vestirne i panni è stata chiamata Asia Argento.

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Le vele scarlatte di Pietro Marcello, la recensione

Le vele scarlatte, un racconto poetico e sognante con Louis Garrel da non  perdere | Vanity Fair Italia

Dopo due documentari quali Per Lucio e Futura, Pietro Marcello torna a fare i conti con un film di finzione, ovviamente insistendo e lavorando su ciò che lui stesso intende come messa in scena cinematografica. Le vele scarlatte è dalle parti di Bella e perduta e Martin Eden, ce ne accorgiamo subito dai primi minuti. Quello che il regista casertano propone è un viaggio indietro nel tempo, in un abbraccio in grado di raccogliere al suo interno il realismo magico tanto caro al cinema francese degli anni Trenta (non un caso che il film sia parlato proprio con l’idioma francofono, per la prima volta nella sua carriera) e le immagini di repertorio con cui da sempre l’autore lavora. Le vele scarlatte è sì l’adattamento di un omonimo romanzo russo scritto dopo la rivoluzione del secolo scorso, ma è soprattutto l’ennesimo tassello di una filmografia basata (per non dire ossessionata) sulla forma più materica e palpabile del cinema.

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TFF 2020: la recensione di I TUFFATORI

 

A Mostar, una città della Bosnia-Erzegovina, un gruppo di tuffatori si procura di che vivere dando spettacolo grazie a un’impresa unica: buttarsi da un ponte sospeso su un fiume a 25 metri di altezza. I turisti, strabiliati per la bellezza della location, donano generose mance agli uomini coraggiosi in cambio di un’emozione da vivere col fiato sospeso.

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THE DARK AND THE WICKED, la recensione dal TFF2020

 

Il talentuoso regista e sceneggiatore Bryan Bertino si cimenta con un horror anticonvenzionale per il cinema più recente. The Dark and the Wicked, presetato in anteprima al Torino Film Festival 2020 nella sezione Le Stanze di Rol, si spoglia infatti di tutta una serie di preconcetti, di parentesi tematiche e intellettuali che da anni, secondo i più, hanno contribuito ad annacquare un po’ il genere.

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TFF 2020: la recensione di WILDFIRE

 

In Irlanda la Brexit sta acuendo tensioni sociali covate già da tempo. La disunione che accomuna i suoi abitanti sembra essere radicata nella Storia di quel paese e gli ultimi moti popolari non fanno altro che far venire a galla pensieri ampiamente consolidati ma a lungo rimasti sottaciuti. Lo stesso accade alle sorelle Lauren (Nora-Jane Noone) e Kelly (Nika McGuigan, morta a soli 33 anni nel 2019)  quando, a un anno dalla sua scomparsa, la seconda torna a casa in maniera inaspettata.

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UNDINE: UN AMORE PER SEMPRE di Christian Petzold – La recensione

Undine - Un amore per sempre - Wikipedia

Dopo il bellissimo La donna dello scrittore, il ritorno del regista tedesco Christian Petzold è Undine, presentato alla Berlinale 2020. Siamo nella Berlino contemporanea e una ragazza appena lasciata dal fidanzato deve superare un periodo emotivamente complesso. Undine, questo il nome della donna, sembra però avere dei fortissimi legami con la mitologica (letteralmente parlando) ninfa Ondina, una creatura celebre per attirare gli uomini con il suo fascino per poi ucciderli annegandoli. Chiaramente, la situazione poco alla volta si farà sempre più pressante e allucinata così da scuotere la ragione di tutti coloro che vi sono coinvolti (pubblico incluso).

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ONWARD–OLTRE LA MAGIA di Dan Scanlon – La recensione

Box Office Italia: “Onward - Oltre la magia” subito primo | TV Sorrisi e  Canzoni

Se ancora avessimo avuto qualche dubbio sul fatto che i vari progetti Pixar non rispecchino in toto un’autorialità omogenea e coerente, Onward – Oltre la magia (di qui in avanti solamente Onward) ha il compito di darci l’ennesima conferma. Risulta infatti abbastanza evidente che il percorso intrapreso dalla casa di Emeryville a cominciare dal 1995 (anno d’uscita del loro primo lungometraggio, Toy Story – Il mondo dei giocattoli) sia sempre stato teso a raggiungere l’in(de)finito per poi superarlo, andare oltre. All’inizio del viaggio, gli animatori Pixar hanno condotto il pubblico verso i mondi più immaginifici e lontani dal nostro vissuto (universi popolati da mostri, le profondità dell’oceano, le fogne di Parigi, metropoli salvaguardate da supereroi, villaggi popolati da automobili ecc). Nell’ultima decade, invece, l’infinito tanto bramato ha iniziato a rendersi sempre più concreto e vicino, ma non per questo facilmente raggiungibile. Up, Inside Out, Coco e, appunto, Onward, sono film che lavorano e riflettono sul tema del lutto e dell’aldilà, ovvero della vita oltre la morte. La linea sembra tracciata con solchi evidenti.

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MAI RARAMENTE A VOLTE SEMPRE di Eliza Hittman – La recensione

Mai raramente a volte sempre - Film (2020) - MYmovies.it

Una ragazza di diciassette anni scopre di essere incinta. Così, accompagnata dalla cugina, si dirige a New York per abortire. Qui, una psicologa incaricata di comprendere le ragioni di questa scelta e, soprattutto, la stabilità emotiva della ragazza, la sottopone a un interrogatorio in cui l’adolescente dovrà rispondere usando uno dei quattro avverbi temporali che danno il titolo al film, presentato a Sunbdance Film Festival e poi in concorso alla 70ª edizione del Festival di Berlino, dove ha vinto il Gran Premio della Giuria. 

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HIGH LIFE di Claire Denis – La recensione

ROBsessed™ - Addicted to Robert Pattinson: Gorgeous NEW 'High Life' Stills  With Robert Pattinson & Older Stills Now In Better Quality

Arriva in sala con ben due anni di ritardo, per giunta nelle difficili condizioni dell’apertura dei cinema post lockdown, la fantascienza d’autore di High Lifepresentato nella sezione After Hours del Torino Film Festival 2018. Interpretato da Juliette  Binoche e Robert Pattinson, è uno dei film più belli e complessi firmati dalla regista francese Claire  Denis, che astrae il suo sguardo alla massima potenza regalando un’esperienza cinematografica d’altri tempi. Un uomo cresce sua figlia dentro una navicella spedita oltre il sistema solare; sono gli unici sopravvissuti dell’equipaggio. La navicella sperduta nello spazio profondo è sicuramente metafora di tante cose: della vita, della morte, della vita dopo la morte. I suoi abitanti siamo tutti noi, con le nostre paure, insicurezze e allucinazioni.

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Berlinale 2020: THE ROADS NOT TAKEN di Sally Potter – La recensione

 

Dopo l’interessante e spassoso The Party, la regista Sally Potter cambia completamente registro e firma un dramma familiare dalle forti tinte emotive. The Roads Not Taken racconta il legame tra un padre in crisi depressiva con alle spalle un passato ingombrante e la sua giovane figlia intenzionata a prendersi cura di lui. Passato e presente si mescolano in un continuo salto temporale a cavallo tra flashback e ricordi personali in una forma disordinata e disorientante mirata a restituire per immagini la condizione terapeutica a cui è soggetto il protagonista.

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Berlinale 2020: NEVER RARELY SOMETIMES ALWAYS di Eliza Hittman – La recensione

 

Una ragazza di diciassette anni scopre di essere incinta. Così, accompagnata dalla cugina, si dirige a New York per abortire. Qui, una psicologa incaricata di comprendere le ragioni di questa scelta e, soprattutto, la stabilità emotiva della ragazza, la sottopone a un interrogatorio in cui l’adolescente dovrà rispondere usando uno dei quattro avverbi temporali che danno il titolo al film e che, letteralmente, significano mai, di rado, a volte, sempre.

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Berlinale 2020: FAVOLACCE di Fabio e Damiano D’Innocenzo – La recensione

 

In una provincia italiana non meglio definita, un gruppo di famiglie coabita nel medesimo quartiere. I giorni scorrono senza troppo entusiasmo in quella che potrebbe essere ricordata con una delle tanti estati dal caldo torrido. Qui, le vicende di adulti e bambini si susseguono e si intrecciano. I primi sono disillusi, cinici, covano una rabbia repressa che sfocia in repressione e frustrazione. I secondi osservano tutto e arrivano alle loro conclusioni. Vorrebbero godere di un esempio migliore, ma il divario generazionale che li separa dai loro genitori non ammette sconti.

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FAVOLACCE di Fabio e Damiano D’Innocenzo – La recensione

Recensione film "Favolacce" di Fabio D'Innocenzo e Damiano D'Innocenzo

In una provincia italiana non meglio definita, un gruppo di famiglie coabita nel medesimo quartiere. I giorni scorrono senza troppo entusiasmo in quella che potrebbe essere ricordata con una delle tanti estati dal caldo torrido. Qui, le vicende di adulti e bambini si susseguono e si intrecciano. I primi sono disillusi, cinici, covano una rabbia repressa che sfocia in repressione e frustrazione. I secondi osservano tutto e arrivano alle loro conclusioni. Vorrebbero godere di un esempio migliore, ma il divario generazionale che li separa dai loro genitori non ammette sconti.

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Berlinale 2020: ALL THE DEAD ONES di Caetano Gotardo e Marco Dutra – La recensione

 

Una delle opere più difficile ma al tempo stesso affascinanti e ipnotiche del concorso di questa edizione della Berlinale, All the Dead Ones è un film ricercato e curatissimo che prova a fare ordine nel disordine della società contemporanea brasiliana. Moltissimi i riferimenti al presente e, soprattutto, al razzismo dilagante, nonostante la pellicola sia ambientata alla fine dell’Ottocento. Caetano Gotardo e Marco Dutra raccontano una sorta di epopea familiare mettendo in relazione (e a confronto) l’imminente crisi economica di una famiglia proprietaria terriera con la nascente rivalsa della famiglia di schiavi, ora finalmente liberi, che lavorava per loro.

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Berlinale 2020: UNDINE di Christian Petzold – La recensione

 

Dopo il bellissimo La donna dello scrittore, il regista tedesco Christian Petzold torna al Festival di Berlino per presentare il suo ultimo lavoro, Undine. Siamo nella Berlino contemporanea e una ragazza appena lasciata dal fidanzato deve superare un periodo emotivamente complesso. Undine, questo il nome della donna, sembra però avere dei fortissimi legami con la mitologica (letteralmente parlando) ninfa Ondina, una creatura celebre per attirare gli uomini con il suo fascino per poi ucciderli annegandoli. Chiaramente, la situazione poco alla volta si farà sempre più pressante e allucinata così da scuotere la ragione di tutti coloro che vi sono coinvolti (pubblico incluso).

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Berlinale 2020: THE SALT OF TEARS di Philippe Garrel – La recensione

 

Il celebre autore francese Philppe Garrel insiste nella sua visione di cinema scarna e minimalista, racchiusa in un bianco e nero sempre puntuale ed elegante e corredata da un impianto sonoro di accompagnamento spesso invadente ma mai sopra le righe. The Salt of Tears è l’ennesimo tassello di un mosaico costruito anno dopo anno, in maniera omogenea e coerente, tanto che bastano davvero pochissime inquadrature per accorgersi che ci troviamo di fronte a un film firmato da questo regista. Perseguendo la politica degli autori tanto cara al cinema francese degli anni Sessanta, Garrel ne è uno dei più riconoscibili al giorno d’oggi.

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Berlinale 2020: FIRST COW di Kelly Reichardt – La recensione

 

Kelly Reichardt è una delle più acclamate e talentuose registe statunitensi. Il suo cinema, non sempre puntuale e ficcante come dovrebbe, riesce comunque a mettere in luce uno sguardo interessante e unico, in grado di saper dialogare solo con le immagini in quelli che risultano sempre dei quadri studiati al dettaglio capaci di sprigionare una potenza comunicativa che mette in correlazioni personaggi e ambiente. In First Cow il discorso si rende ancora più stratificato ma riuscito. Siamo infatti alle prese con una sorta di western (almeno nello schema drammaturgico) in cui però l’autrice prova a mettere alla berlina i maggiori stereotipi per confezionare una storia di amicizia (e forse qualcosa di più) tra uno chef sprovveduto e un immigrato cinese.

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Berlinale 2020: ONWARD–OLTRE LA MAGIA – La recensione

 

Se ancora avessimo avuto qualche dubbio sul fatto che i vari progetti Pixar non rispecchino in toto un’autorialità omogenea e coerente, Onward – Oltre la magia (di qui in avanti solamente Onward) ha il compito di darci l’ennesima conferma. Risulta infatti abbastanza evidente che il percorso intrapreso dalla casa di Emeryville a cominciare dal 1995 (anno d’uscita del loro primo lungometraggio, Toy Story – Il mondo dei giocattoli) sia sempre stato teso a raggiungere l’in(de)finito per poi superarlo, andare oltre. All’inizio del viaggio, gli animatori Pixar hanno condotto il pubblico verso i mondi più immaginifici e lontani dal nostro vissuto (universi popolati da mostri, le profondità dell’oceano, le fogne di Parigi, metropoli salvaguardate da supereroi, villaggi popolati da automobili ecc). Nell’ultima decade, invece, l’infinito tanto bramato ha iniziato a rendersi sempre più concreto e vicino, ma non per questo facilmente raggiungibile. Up, Inside Out, Coco e, appunto, Onward, sono film che lavorano e riflettono sul tema del lutto e dell’aldilà, ovvero della vita oltre la morte. La linea sembra tracciata con solchi evidenti.

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Berlinale 2020: MY SALINGER YEAR di Philippe Falardeau – La recensione

 

Scelto per inaugurare la settantesima edizione del Festival di Berlino, My Salinger Year è esattamente ciò che ci si aspetta quando si ha a che fare con prodotti di questo genere: una storia appassionante, fortemente connessa e ambientata nel mondo della letteratura, basato su uno script agile e scorrevole, curato da una regia tanto precisa quanto anonima e sostenuto dai volti di due interpreti un po’ svogliate e un po’ divertite.

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I MORTI NON MUOIONO di Jim Jarmusch – La recensione

La recensione di I morti non muoiono, di Jim Jarmusch

A tre anni di distanza dal precedente, stupendo, Paterson (2016), il regista di culto Jim Jarmusch torna con la sua ultima stralunata commedia, che ha presentato in concorso al Festival di Cannes, come film d’apertura. Il cast è d’eccezione ma, come per tutti i lavori del cineasta statunitense, è la sostanza tematica e drammaturgica che lascia davvero il segno. I morti non muoiono vuole infatti essere una riflessione precisa e mirata sulla contemporaneità americana. In gioco c’è molta carne al fuoco, forse troppa: si passa dalla condizione climatica e ambientale sino all’influenza politica della classe dirigente, toccando anche l’apatia delle nuove generazioni e lo scollamento tecnologico.

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THE FRONT RUNNER-IL VIZIO DEL POTERE di Jason Reitman – La recensione

The Front Runner - Il Vizio del Potere - Film (2018) - MYmovies.it

Jason Reitman ha sempre firmato opere interessanti e convincenti. Certo, manca ancora a palesarsi la maturazione definitiva, il suo “capolavoro”, però non si può che apprezzare lo sguardo fresco e versatile di un cineasta che non ha paura a mettersi in gioco e a spaziare tra i generi. The Front Runner, in sala dopo essere stato il film di apertura del 36esimo Torino Film Festival, è l’ennesimo tassello di un puzzle eterogeneo ma accattivante in grado di restituire il talento e la sapienza di un autore troppo spesso dimenticato.

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Berlinale 2019: THE GOLDEN GLOVE – La recensione

Il mostro di St. Pauli – The HotCorn

Che Fatih Akin fosse un regista ampiamente sopravvalutato lo avevamo ormai capito da tempo. Certo però che negli ultimi lavori sembra quasi voler mettere in mostra tutta la sua meschinità e immoralità nei confronti dei personaggi e delle storie che racconta. The Golden Glove, in concorso alla 69esima edizione della Berlinale, non è da meno.

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IL MOSTRO DI ST. PAULI di Fatih Akin – La recensione

Il mostro di St. Pauli – The HotCorn

Che Fatih Akin fosse un regista ampiamente sopravvalutato lo avevamo ormai capito da tempo. Certo però che negli ultimi lavori sembra quasi voler mettere in mostra tutta la sua meschinità e immoralità nei confronti dei personaggi e delle storie che racconta. Il mostro di St. Pauli, nelle sale italiane dopo il passaggio in concorso all’edizione 2019 della Berlinale, non è da meno.

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Berlinale 2019: ONDOG e SYSTEM CRASHER – Le recensioni

 

Ondog, di Wang Quan’an (Concorso)

Si presenta sicuramente come un progetto coraggioso e interessante questo Ondog, diretto dal cineasta cinese Wang Quan’an che qui a Berlino aveva trionfato tempo fa con Il matrimonio di Tuya (2006). Nella steppa mongola viene ritrovato il cadavere di una donna. La polizia deve cercare di mantenerlo intatto prima di tutti gli accertamenti del caso ma le bestie feroci di notte raramente hanno rispetto per le carcasse. Così un giovane agente e una donna più esperta dell’ambiente locale vengono incaricati di fare da guardia riscoprendosi nella solitudine.

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Berlinale 2019: THE KINDNESS OF STRANGERS – La recensione
 
Lone Scherfig non ha mai nascosto la sua vena sentimentale e melodrammatica. Basti pensare ai suoi successi più celebri, come An Education (2009) o One Day (2011) per comprendere con quale tonalità di cinema e di stile avremo a che fare. The Kindness of Strangers, film d’apertura alla 69esima Berlinale, chiaramente non è da meno. 

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TFF 2018: PRETENDERS – La recensione

 

Dopo lo scandalo sessuale che lo ha travolto in prima persona, James Franco torna dietro la macchina da presa per raccontare un’insolita amicizia tra tre ragazzi appassionati di arte e cinema. Si respira tutto l’amore dell’autore nei confronti della settima arte. Proprio come il giovane protagonista viene infatti folgorato dalla bella di turno, anche Franco si è innamorato del cinema per poi instaurare con lui una relazione d’amore profondamente radicata e altalenante: il colpo di fulmine, il matrimonio, il divorzio e poi la ricongiunzione.

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TFF 2018: HAPPY NEW YEAR, COLIN BURSTEAD – La recensione

 

Colin Burstead (Neil Maskell) organizza un grande ricevimento familiare per l’ultimo giorno dell’anno. Tutti i suoi parenti vengono invitati portandosi appresso una massiccia dose di risentimenti, vecchie ferite mai rimarginate e ostilità tutt’altro che velate. Le unità di spazio, tempo e azione vengono mantenute dal regista Ben Wheatley, al ritorno al Torino Film Festival dopo High Rise Free Fire, che si diverte a massacrare il quieto vivere senza però ricorrere a facili svolte narrative o retoriche (il rischio di dar vita a una versione inglese di A casa tutti bene era piuttosto elevato, ma Wheatley ne esce indenne).

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TFF 2018: THE FRONT RUNNER – La recensione

 

Jason Reitman ha sempre firmato opere interessanti e convincenti. Certo, manca ancora a palesarsi la maturazione definitiva, il suo “capolavoro”, però non si può che apprezzare lo sguardo fresco e versatile di un cineasta che non ha paura a mettersi in gioco e a spaziare tra i generi. The Front Runner , film di apertura del 36esimo Torino Film Festival, è l’ennesimo tassello di un puzzle eterogeneo ma accattivante in grado di restituire il talento e la sapienza di un autore troppo spesso dimenticato.

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TFF 2018: HIGH LIFE – La recensione

 

Complesso raccontare qualcosa di vagamente sensato dopo appena una proiezione di High Life, uno dei film più belli e complessi firmati da Claire  Denis che astrae il suo sguardo alla massima potenza regalando un’esperienza cinematografica d’altri tempi. La navicella sperduta nello spazio profondo è sicuramente metafora di tante cose: della vita, della morte, della vita dopo la morte. I suoi abitanti siamo tutti noi, con le nostre paure, insicurezze e allucinazioni.

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TFF 2018: BLAZE – La recensione

 

Un altro loser. L’ennesimo perdente della società americana. Un sognatore che vede svanire il suo percorso da musicista poiché ostacolato dal suo stesso carattere. Un burbero, alcolizzato e goffissimo chitarrista costretto alla misera condizione di vagabondo pur di mantenersi vivo. Probabilmente non riusciremo mai a comprendere fino in fondo certe personalità. Chi vive al massimo (o al limite) rimarrà sempre offuscato ai nostri occhi. Blaze, in Festa mobile al Torino Film Festival 2018, è un film di passione (erotica, sentimentale, artistica, sociale) e proprio come il suo protagonista, si lascia andare in un irrazionale e a tratti insensato percorso di distruzione.

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TFF 2018: WILDLIFE – La recensione

 

Presentato alla settimana della critica dell’ultimo Festival di Cannes prima dello sbarco in concorso al 36simo Torino Film Festival, Wildlife è un esordio solido e maturo. Paul Dano, celebre attore del sottobosco autoriale hollywoodiano, porta sul grande schermo un dramma familiare di tutto rispetto, basato e sostenuto dalle perfette interpretazioni dei suoi protagonisti Jake  Gyllenhaal e Carey  Mulligan che, probabilmente poiché guidate da un loro “collega”, riescono a coinvolgere al punto giusto il pubblico in un avvolgente e potentissimo ritratto di famiglia (con tempesta).

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TFF 2018: THE GUILTY – La recensione

 

Un poliziotto è costretto a scontare qualche giorno di lavoro al centralino del primo intervento finché le acque dello scandalo pubblico in cui è invischiato non si calmeranno. The Guilty del danese Gustav Moller, in concorso al 36esimo Film Festival, non è solamente un thriller stimolante e incessante, basato praticamente solo su un unico volto e attore (non usciremo mai dalla stanza del centralino e seguiremo le vicende ascoltando le persone con cui dialoga il protagonista), ma è un interessante trattato sul sentimento della rabbia e le sue conseguenze.

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TFF 2018: RIDE – La recensione

 

Esordio alla regia per il celebre attore romano Valerio Mastandrea. Dopo una carriera passata davanti alla macchina da presa per ironizzare con tatto sulle problematiche più complesse del nostro Paese, l’interprete ora lascia parlare il suo personalissimo occhio per raccontare un dramma anomale ma pur sempre scottante. La vita di Carolina (Chiara Martegiani) viene infatti spezzata dall’improvvisa morte del suo giovane compagno. Rimasta sola con suo figlio, la donna dovrà fare i conti con un dolore talmente profondo da non riuscire a palesarsi.

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Berlinale 2018: UNSANE di Steven Soderbergh e THE GREEN FOG

 

Unsane, di Steven Soderbergh (fuori concorso)

A solo un anno di distanza dal precedente Logan  Lucky (2017), Steven Soderbergh torna dietro la macchina da presa (pardon, dietro al telefonino) per girare un thriller psicologico con il solo ausilio di un… iPhone. Seguendo il classico scheletro narrativo di una spirale di follia alla quale sarà costretta la spaesata protagonista, il film convince per la sua componente più coraggiosa (l’idea di usare un telefono come netto rimando all’arma usata dallo stalker del racconto è sicuramente affascinante), ma deve fare i conti con una seconda parte decisamente frettolosa e per nulla convincente. Soderbergh riesce a creare la tensione giusta e a toccare vette emotive elevate nella prima metà di Unsane, peccato che poi il progetto deragli quasi del tutto per inabissarsi in tinte pulp che non gli rendono giustizia.

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Berlinale 2018: DON’T WORRY di Gus Van Sant e UTØYA 22. JULI di Erik Poppe

 

Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot di Gus Van Sant (concorso)

A due anni di distanza dal passo falso de La foresta dei sogni, Gus Van Sant torna dietro la macchina da presa per raccontare la storia di John Callahan (Joaquin Phoenix), un vignettista satirico statunitense costretto a una paralisi dall’età di ventuno anni. Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot è un biopic decisamente lineare e semplice, incentrato del tutto sulla bravura di Joaquin Phoenix che riesce a dare corpo a un personaggio affascinante e funzionale. Il grande assente del progetto però è proprio Gus Van Sant, che non sfrutta l’irriverenza e la scorrettezza delle vignette del suo protagonista per uscire un po’ dagli schemi di un prodotto hollywoodiano sicuramente di buona fattura ma che non regala nulla di più. Il film procede infatti con il pilota automatico e preferisce non rischiare nulla (se non l’ottima trovata di animare le vignette di Callahan) per concludere la sua corsa sui sempre solidi binari della retorica e dei buoni sentimenti. 

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FIGLIA MIA di Laura Bispuri (2018)

 

A tre anni di distanza da Vergine giurata (2015), Laura Bispuri torna dietro la macchina da presa per raccontare un nuovo dramma al femminile che ha a che fare con la ricerca della propria identità. Figlia mia racconta infatti del rapporto tra due mamme molto diverse (la premurosa Valeria Golino e la problematica Alba Rohrwacher) nei confronti della medesima bimba (Sara Casu): la prima è la madre adottiva, la seconda quella biologica.

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Berlinale 2018: TRANSIT di Christian Petzold e EVA di Benoit Jacquot

 

Transit, di Christian Petzold (Concorso)

Tratto da un romanzo di Anna Seghers del 1948, Transit è un film molto complesso a cavallo tra passato e presente, una metafora convincente e coraggiosa capace di far dialogare la Seconda guerra mondiale con la crisi umanitaria propria del nostro tempo. Christian Petzold sposa lo sguardo di Georg, un fuggiasco clandestino costretto a nascondersi sotto mentite spoglie pur di scappare dalla Francia sotto assedio. I fantasmi di ieri tornano così a invadere la società odierna e il film, con sapienza cinematografica, appassiona e stimola riflessioni ampie e coinvolgenti. Da vedere.

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Berlinale 2018: THE HAPPY PRINCE di Rupert Everett e LAS HEREDERAS di Marcelo Martinessi

 

The Happy Prince, di Rupert Everett (Berlinale Special)

Gli ultimi anni di vita di Oscar Wilde, tra la prigionia, l’esilio a Parigi e la parentesi napoletana, raccontati con sguardo cupo e tetro dalla regia di Ruper Everett (che ha anche scritto il film e vi interpreta persino il grande scrittore). Un biopic godibile e coraggioso, girato con mano sicura e calato in atmosfere lugubri e asfissianti per cercare di restituire sul grande schermo la claustrofobia (sociale ed economica) provata dal personaggio. Una materia scottante governata con sapienza da Everett che tuttavia in qualche occasione preferisce rifugiarsi nella retorica dei buoni sentimenti e in una patina estetica più televisiva del dovuto. 

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Berlinale 2018: ISLE OF DOGS di Wes Anderson

 

A quattro anni di distanza da Grand Budapest Hotel (2014), Wes Anderson torna a inaugurare la Berlinale con il suo ultimo lavoro Isle of Dogs, secondo lungometraggio girato in stop motion (dopo il gioiellino Fantastic  Mr.  Fox del 2009) nuovamente alle prese con un gruppo di animali. Il film è un carnevale di immagini e colori, un’altalena sfavillante di trovate cinematografiche non convenzionali mirate a mettere in luce il grande talento visivo del regista americano. Ci troviamo in Giappone, esattamente tra vent’anni, quando un’ordinanza governativa obbliga tutti i cani della città di Megasaki a una quarantena su un’isola destinata alla raccolta dei rifiuti. Il dodicenne Atari però non ci sta e organizza una spedizione per andare a cercare il suo fedele Spots.

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CORPO E ANIMA di Ildikó Enyedi (2017)

 

Due solitudini che si incontrano. Tema trito e ritrito, al cinema e non solo. Eppure, è proprio quando si racconta qualcosa di “classico” in una chiave insolita che il nostro interesse aumenta esponenzialmente. Corpo e anima, vincitore dell’Orso d’Oro al Festival di Berlino 2017, è un film tripartito nei classici (coincidenze?) tre atti, capace di forzare la linea sul primo e l’ultimo, incorniciando così la vicenda in coordinate storiche e stilistiche ben precise, senza però riuscire a svettare in egual misura nella corposa e ridondante parte centrale.

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CIVILTÀ PERDUTA di James Gray (2016)

The Lost City of Z di James Gray - Il Sole 24 ORE

A tre anni di distanza dal precedente C’era una volta a New York, James Graytorna dietro la macchina da presa e si cimenta nuovamente con il dramma storico. Civiltà perduta infatti racconta la storia di un uomo alla ricerca di una presunta antica e gloriosa civiltà le cui rovine sono nascoste nel cuore della foresta amazzonica. Ossessionato dalla scoperta e innamoratosi della giungla misteriosa che dovrà esplorare, il protagonista trascorrerà tutti i giorni della sua esistenza per cercare di preparare nuove spedizioni e convincere gli studiosi delle sue teorie. Il rapporto con la sua famiglia sarà messo a dura prova e il film insiste notevolmente sulla ricerca dell’identità dell’uomo prima ancora che sulla scoperta della gloriosa città di Z.

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THE DINNER di Oren Moverman (2017)

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“Se giochi col fuoco, resti bruciato”. Mai proverbio potrebbe essere più preciso di questo per introdurre un film che col fuoco ci gioca eccome. Non solo perché la bravata di due adolescenti che dà via alle vicende narrate ha proprio a che vedere con un incendio, ma anche perché è Oren Moverman stesso a mettere troppa carne al fuoco al progetto e ad addentrarsi in un campo d’azione che gli compete pochissimo. Se infatti lo spunto narrativo vede due coppie di genitori seduti a tavola (Richard Gere, Laura Linney, Steve Coogan, Rebecca Hall) per cercare di riflettere su come rimediare al danno causato dai rispettivi figli, quello che il regista vuole realizzare è una radiografia della tensione sociale insita nell’America di oggi.

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L’ALTRO VOLTO DELLA SPERANZA di Aki Kaurismaki (2017)

 

Dopo il passaggio alla Berlinale 2017, in cui si è dimostrato il film forse più significativo visto in concorso e ha conquistato l’Orso D’Argento per la miglior regia, L’altro volto della speranza Aki Kaurismaki è un’opera riuscita, completamente calata nel presente storico e che si avvale di una sapienza cinematografica fuori dal comune. Già, perché il regista finlandese sa benissimo dove vuole andare a parare, sa benissimo il messaggio da comunicare, sa benissimo quale struttura narrativa adottare. Eppure la qualità maggiore del suo film (e del suo cinema in generale) è l’apparente leggerezza con cui il cineasta riesce a condurre il progetto.

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I AM NOT YOUR NEGRO di Raoul Peck (2016)

 

 

È un oggetto curioso e interessante I Am Not Your Negro, candidato agli Oscar come miglior documentario, passato alla Berlinale 2017 e in anteprima italiana al Festival del Cinema Africano, d’Asia e d’America Latina prima dello sbarco nelle nostre sale. Interessante non tanto per la sua forma stilistica (si tratta di un documentario molto semplice visivamente, dalle tinte più che televisive e che non si fa alcuno scrupolo a utilizzare la retorica), quanto piuttosto per la sua componente contenutistica. Raoul Peck non vuole infatti firmare un film di denuncia o una ricostruzione cronachistica, quanto sostenere una tesi risalente a circa tre decadi fa elaborata dallo scrittore statunitense James Baldwin.

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Berlinale 2017: EL BAR di Àlex de la Iglesia, I AM NOT YOUR NEGRO di Raoul Peck

 

EL BAR di Àlex de la Iglesia (fuori concorso)

Àlex de la Iglesia dà sempre l’idea di essere uno che i suoi film se li gode in prima persona. È impossibile non immaginarselo divertito ed entusiasta mentre gira sequenze splatter che poco alla volta conducono i suoi progetti all’interno di una spirale grottesca e spiazzante, gustosa per i palati più spensierati e irrinunciabile per quelli più cupi. El bar non fa eccezione. Prendendo le mosse da uno spunto tanto semplice quanto classico (un gruppo di persone sconosciute si ritrova per caso in un bar di Madrid che improvvisamente viene messo in isolamento dalla polizia senza apparenti validi motivi), il regista spagnolo massacra i suoi personaggi suscitando molte risate e realizzando un film che non ha alcuna minima intenzione se non quella della goliardia. Ma ne siamo proprio convinti?

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Berlinale 2017: THE OTHER SIDE OF HOPE di Aki Kaurismaki, THE LOST CITY OF Z di James Gray

 

THE OTHER SIDE OF HOPE di Aki Kaurismaki (concorso)

Ci voleva Aki. Dopo diversi giorni trascorsi a fare i conti con un concorso fiacco e pedante, finalmente Aki Kaurismaki riesce a fare centro regalando al pubblico della Berlinale 2017 il film più significativo visto sinora. The Other Side of Hope è un’opera riuscita, completamente calata nel presente storico e che si avvale di una sapienza cinematografica fuori dal comune. Già, perché il regista finlandese sa benissimo dove vuole andare a parare, sa benissimo il messaggio da comunicare, sa benissimo quale struttura narrativa adottare. Eppure la qualità maggiore del suo film (e del suo cinema in generale) è l’apparente leggerezza con cui il cineasta riesce a condurre il progetto. The Other Side of Hope si muove con passo felpato per tutti i suoi minuti, raccontando una storia tanto umana quanto elementare senza rinunciare a un umorismo sottile ma sempre presente, calibrato nel dettaglio con dei tempi comici da antologia e per nulla forzati. Ci si diverte eccome a guardare il film. Ci si diverte mentre poco alla volta si cova dentro sé un sentimento di inadeguatezza nei confronti dei personaggi rappresentati. Ci si fa piccoli piccoli nella poltrona del cinema e un esame di coscienza inizia a lavorare senza che nessuno glielo abbia ordinato.

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Berlinale 2017: THE PARTY di Sally Potter, SOMNILOQUIES di Verana Paravel e Lucien Castaing-Taylor

 

THE PARTY di Sally Potter (concorso)

Metti un grande cast (Cillian Murphy, Emily Mortimer, Patricia Clarkson, Kristin Scott Thomas, Timothy Spall) all’interno di un appartamento. Costruisci una vicenda di tradimenti, amicizie apparenti, litigi. Divertiti a massacrare i tuoi personaggi con battute rapide e serrate lanciando qualche scoccata all’instabilità politica attuale e il gioco è fatto. O meglio, The Party è fatto. Questo perché il film di Sally Potter ha tutti gli ingredienti dosati giustamente (con qualche piccola defezione qua e là ma niente di indigeribile), ha le carte in regola per poter far breccia nei cuori di noi spettatori, ma purtroppo preferisce giocare in sottrazione, stare sulla difensiva, non rischiare nulla di più del dovuto.

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Berlinale 2017: A FANTASTIC WOMAN di Sebastián Lelio, CASTING JONBENET di Kitty Green

 

A FANTASTIC WOMAN di Sebastián Lelio (concorso)

Una giovane donna vive da un anno una relazione con un uomo sposato di gran lunga più anziano di lei. Quando questi morirà per un malessere improvviso, la sua famiglia si scaglierà contro la ragazza per metterla completamente al bando. Non hanno mai accettato la sua intrusione nella loro cerchia e, cosa ancora più grave, non hanno mai accettato la sua identità sessuale in quanto trattasi di un transgender. Il regista cileno ha tra le mani un progetto sicuramente scottante e più che rischioso. Il film è un continuo svelarsi di misteri legati al passato e gioca molto con la sfera privata della protagonista per fomentare un alone di sospetto e non detto capace di stravolgere completamente il clima che circonda i personaggi in scena. L’impianto stilistico adottato da Lelio è degno di nota, le geometrie della scena sono molto più stabili delle turbe personali vissute dalle pedine che smuovono la scacchiera e il film riesce a regalare un paio di sequenze visivamente davvero notevoli (la scena del vento e quella ambientata nella sauna). Peccato che qua e là il tutto non riesca a reggere sempre il ritmo iniziale, lasciandosi tentare da qualche passaggio furbo e irrisolto che non giova al progetto (la busta dell’incipit e l’armadietto). Resta il fatto che sinora è il titolo più forte del concorso. Produce Pablo Larrain.

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Berlinale 2017: FINAL PORTRAIT di Stanley Tucci, WILD MOUSE di Josef Hader

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FINAL PORTRAIT di Stanley Tucci (fuori concorso)

Giunto al suo quinto lavoro da regista, l’attore Stanley Tucci si cimenta in una sfida delicata ma stimolante: raccontare l’eccentrica personalità di Alberto Giacometti (scultore e pittore svizzero) isolando un breve segmento della sua vita per farne il manifesto di un’intera esistenza. Siamo nella Parigi del 1964 quando un critico americano di nome James Lord (interpretato da Armie Hammer) fa visita nello studio dell’artista (Geoffrey Rush). Qui, l’uomo chiederà al giovane di posare per lui così da poter realizzare il ritratto che dà titolo al film. Tuttavia la realizzazione del quadro impiegherà molto più del previsto.

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Berlinale 2017: ON BODY AND SOUL di Ildikó Enyedi e THE DINNER di Oren Moverman

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ON BODY AND SOUL di Ildikó Enyedi (concorso)

Due solitudini che si incontrano. Tema trito e ritrito, al cinema e non solo. Eppure, è proprio quando si racconta qualcosa di “classico” in una chiave insolita che il nostro interesse aumenta esponenzialmente. On Body and Soul è un film tripartito nei classici (coincidenze?) tre atti, capace di forzare la linea sul primo e l’ultimo, incorniciando così la vicenda in coordinate storiche e stilistiche ben precise, senza però riuscire a svettare in egual misura nella corposa e ridondante parte centrale.

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Berlinale 2017: DJANGO di Etienne Comar (film d’apertura)

 

Pronti, partenza, via.

Mentre buona parte della nostra penisola è intenta a trascorrere innumerevoli ore davanti alla televisione per seguire il Festival di Sanremo senza lasciarsi ovviamente mancare nulla tra approfondimenti, interviste, commenti, foto, video, tweet eccetera, una piccolissima cerchia di giornalisti è emigrata a Berlino per prendere parte alla prima grande manifestazione cinematografica di questo 2017: la Berlinale. Giunta all’edizione numero 67, dal 9 al 19 Febbraio il Festival della capitale tedesca avrà modo (ci auguriamo) di deliziare il suo pubblico con centinaia di titoli provenienti da tutto il mondo, pronti a lasciare il segno e spalancare le porte dell’immaginario cinematografico verso confini sempre più remoti.

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SULLY di Clint Eastwood (2016)

Sully - Movies on Google Play

Si parla spesso di prime volte in Sully. La prima volta che il comandante interpretato da un perfetto Tom Hanks si ritrova a fare i conti con un simile incidente, la prima volta in cui a seguito di un ammaraggio non vi siano vittime, la prima volta di un incidente aereo che a New York non veicola terrore e morte, ecc. La domanda che Clint Eastwood si pone però è: siamo pronti? Siamo pronti ad accogliere un eroe? Siamo pronti a riconoscere un miracolo? Siamo pronti a guardare in faccia la realtà senza lasciarci intimorire dall’ingombrante presenza dei ricordi? Dopo aver affrontato la minaccia invisibile del terrorismo e, successivamente, quella ancor più gravosa del sospetto nei confronti del diverso (sfociato in uno stato di precaria lucidità e costante tensione), l’America di oggi osserva se stessa senza sapersi più riconoscere. Eastwood insiste nel posizionare i suoi personaggi di fronte a un vetro che restituisce i loro volti in trasparenza mentre questi sono intenti a osservare una realtà fittizia, condizionata dalle loro più recondite paure. Dunque non è caso che il film si apra proprio con un sogno o, per meglio dire, un incubo ricorrente covato non solo dal protagonista quanto da un’intera nazione.

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