Ballerina, la recensione del film con Ana de Armas
Di Francesco Pozzo
Rules and consequences.
I dubbi erano francamente legittimi. Era l’ottobre 2019 quando, dopo tre vincenti film consecutivi, Chad Stahelski, stuntman e genio dell’action che ha reinventato il genere con la sublime e ormai universalmente nota saga epica di John Wick (progetto sul quale, ricordiamolo, nessuno intendeva investire un soldo, all’inizio), lasciava la regia del primo e arrischiato spin-off del nascente Wickverse nelle mani di Len Wiseman: non esattamente un asso, per usare un eufemismo (suoi il remake di Total Recall e la terrificante saga di Underworld).
Ma, colpo di scena, nel febbraio 2024, in seguito al clamoroso boom del quarto episodio del miliardario franchise, il nostro decide di supervisionare seriamente i reshoots (le riprese aggiuntive che si effettuano dopo la fine di quelle ufficiali di un progetto cinematografico per sistemare gli eventuali problemi, cioè un pessimo segno, solitamente: infiniti i famigerati esempi) di questo Ballerina, rifinendo e (soprattutto, crediamo) pompando le scene di combattimento (cioè l’unica cosa che conta, frankly) nel tentativo di rispettare gli ambiziosi standard qualitativi gonfiatisi giustamente a dismisura dopo lo straordinario successo artistico e commerciale del sopracitato John Wick: Chapter 4 (450 milioni di incasso globale).
E così, una delusione già messa in conto si trasforma, senza ovviamente raggiungere l’inavvicinabile meraviglia del capitolo precedente, in un film assolutamente all’altezza del prestigio della saga: l’azione è frenetica, secca, elaborata, sanguinosa, cartoonesca, fantasiosissima; Ana de Armas, nuova, indistruttibile eroina di questo magnifico universo di granitiche regole e conseguenze costantemente accompagnato da canzoni tamarre e bagnato da luci fluorescenti, si fa largo dall’inizio alla fine, seguendo la strada tracciata dal Baba Yaga del one and only Keanu Reeves (sempre un brivido rivederlo, anche se in qualità di comprimario di lusso), sfondando teste e lacerando corpi sfruttando tutto ciò che può: pistole, mitra, coltelli, katane, mani nude, pattini da hockey (!), granate, bazooka, lanciafiamme (solo lo splendido redde rationem a base di fire and ice meriterebbe la visione in 4DX): e il godimento sale ancora una volta in maniera esponenziale e, sì, imprevista.
È un fatto ormai acclarato, d’altronde, che la serie, gettando le basi con un convenzionale revenge movie con il quid di eccezionali e stroboscopiche sequenze di violenza iperrealista, si è via via trasformata, a partire dal primo sequel, in qualcosa di diverso: in un meticolosissimo, stupefacente lavoro di intarsio sulle sempre più folli ed elaborate coreografie che è diventato man mano la sua chiave di lettura, il suo senso, la sua cifra stilistica, rivoluzionando di fatto in maniera seminale e irreversibile il cinema d’azione della contemporaneità.
La trama (ma chi cerca la trama, nel cinema, a parte gli stolti?) è risibile e gli sviluppi scontati (a parte la bella, estrosa intuizione del culto di assassini arroccato in un paesino innevato): ciò che conta è ancora una volta la messinscena, il balletto infinito e übercool che sotto la trucidità ostentata nasconde una bellezza armonica e una poesia del movimento – si veda il perennemente e non fortuitamente evocato nume tutelare di Buster Keaton – che lascia sinceramente senza fiato.
D’altronde, questo era il cinema delle origini e questo è il cinema, punto: immagini (e corpi, certo) in movimento. Teniamolo a mente.
Voto: ★★★/☆☆☆☆
