Barbie di Greta Gerwig, la recensione del film con Margot Robbie e Ryan Gosling

Inutile girarci intorno: Barbie è il film più atteso, chiacchierato, popolare del 2023. E, dopo l’uscita (che in Italia non ci ha consentito di vivere il tormentone mondiale del Barbenheimer, con Oppenheimer fatto slittare nelle nostre sale al 23 agosto), anche il più divisivo. Da una parte chi plaude al film di Greta Gerwig con Margot Robbie e Ryan Gosling, un prodotto sorretto da quella che è semplicemente la più grande e sfacciata operazione di marketing degli ultimi anni, dall’altra chi critica il femminismo del film come una presa di posizione radicale e superficiale. Resta il fatto che quello della Gerwig è probabilmente l’unico film su Barbie che poteva essere fatto.

La Barbie impersonata dalla sua incarnazione umana (che la Robbie fosse nata per interpretarla si era già capito ai tempi di The Wolf of Wall Street) è la versione Stereotipo della celeberrima bambola Mattel, vive nella coloratissima e plasticosa Barbieland insieme alle altre Barbie, impegnate nei più vari mestieri dalla Presidente all’addetta alla nettezza urbana, e crede che grazie a loro nel mondo reale le donne siano libere, emancipate e potenti. Quando improvvisi “pensieri di morte” la portano a fare un viaggio nella vera Los Angeles insieme al suo Ken, scoprirà che non è esattamente così. E anche a Barbieland le cose rischieranno di cambiare per sempre.

Ora, il film della Gerwig, scritto insieme al marito e sodale Noah Baumbach, è un manifesto femminista che inneggia alla solidarietà tra donne/Barbie e mostra gli uomini/Ken come stupidi maschi alfa e i villain della situazione? Assolutamente sì, ma lo fa con un’autoironia che prende in giro tutti i luoghi comuni sui sessi e sulla società capitalistica contemporanea e pur non perdendo di vista tematiche serissime le racconta una semplificazione che è volutamente estrema e parossistica. Così, nella rivolta del patriarcato dei Ken si legge soprattutto uno sfottò a un machismo ebete che anche ai tempi del MeToo è tutt’altro che superato (guardate Temptation Island se non ci credete) e persino Mattel – che produce il film – viene messa simpaticamente alla berlina.

Non è un capolavoro, anzi forse il è più sfilacciato dei film della Gerwig, capace di alternare cose bellissime (la sceneggiatura è davvero divertente, i momenti musicali sono notevoli) a difetti macroscopici (il personaggio di America Ferrera e il suo rapporto con la figlia ci paiono piuttosto malriusciti).

Ma al netto di qualche eccesso retorico, specialmente nel finale, è un film intelligente e soprattutto furbissimo, pensato per gli adulti e non per le bimbe, che gioca allegramente con il multiverso di Barbie prendendosi qualche libertà (Allan in realtà era lo sposo di Midge!), che regala un po’ di nostalgia e riporta all’infanzia (quante a esclamare in sala “Quella Barbie ce l’avevo!”).

Un film visivamente potente e ambizioso, che farà guadagnare molti soldi a Mattel – per vostra info: sono in vendita le Barbie con tutti gli abiti indossati da Margot Robbie nel film – e che ha già generato una quantità impressionante di merchandising, capsule collection, meme, eventi. Un film che a sua volta è un caleidoscopio di citazioni da Oz a Pinocchio, da Matrix a Tati e Kubrick (peccato che la sequenza di apertura ispirata a 2001 sia stata “spoilerata” prima dell’uscita), da Il padrino alla Justice League di Zack Snyder. Un film che non divide il mondo in bianco e nero, come potrebbe sembrare, ma che ce lo restituisce in rosa shocking, per far riflettere ma anche tanto ridere. Un film da vedere, insomma, anche solo per odiarlo e criticarlo.

Voto: 2,5/4