Bergamo Film Meeting 2026: masterclass con Ildikó Enyedi

di Enrico Riziero

Lo sguardo di un neonato che ci guarda, che ci scruta, quindi ci sorride e rimane a contemplarci buffamente. E poi, un ginkgo biloba secolare, rigoglioso e bagnato dal sole primaverile. Con queste due immagini potentissime si apre e si chiude l’ultimo film della regista ungherese Ildikó Enyedi, dal titolo internazionale Silent Friend, al suo terzo passaggio festivaliero dopo Venezia e Trieste e a breve nelle sale italiane. Un vero e proprio inno alla vita che ha come focus di riferimento il mondo vegetale (e come l’uomo ad esso si approccia, anche goffamente) e che si “ramifica” in tre diverse linee temporali. E proprio di temi come la vita, la natura, ma anche l’evoluzione del cinema stesso, si è parlato all’interno della meravigliosa cornice della Sala Galmozzi del comune di Bergamo, proprio in concomitanza della quarantaquattresima edizione del Bergamo Film Meeting, in corso dal sette al quindici di marzo.

L’incontro, moderato dal critico Roberto Manassero, ha permesso al pubblico di immergersi nella poetica di una delle voci internazionali più rilevanti e originali della settima arte, il cui talento è stato ampiamente consacrato da riconoscimenti prestigiosi come la Caméra d’Or a Cannes nel 1989 (con Il mio XX secolo) e l’Orso d’oro a Berlino 2017 (per Corpo e anima). Il dialogo ha preso avvio esplorando la profonda dimensione storica e spirituale che caratterizza la sua intera filmografia. Enyedi fa risalire questa sua sensibilità agli anni dell’infanzia, anni di escursioni fatte in compagnia del padre alla scoperta di antiche rovine romane. Fin da allora, la semplice osservazione di quei resti architettonici era sufficiente per spingerla a immaginare le vite di chi vi aveva dimorato. Questa fascinazione giovanile si è trasformata nella solida consapevolezza che la nostra quotidianità poggia su innumerevoli e invisibili stratificazioni storiche, e che ogni nostra scelta presente è inevitabilmente influenzata dai millenni che ci hanno preceduto.

Da questo senso di profonda attinenza con il mondo deriva anche il peculiare rapporto, che la regista vuole indagare nei suoi film, tra l’essere umano e la natura. Pur provenendo da una realtà metropolitana e priva di ampi spazi verdi come Budapest, Enyedi rigetta fermamente l’idea di una separazione tra l’uomo e l’ambiente circostante, considerandola del tutto fittizia. Al contrario, percepisce gli esseri umani come una parte integrante e indissolubile del mondo animale. Animata da questa convinzione, guarda all’umanità con la stessa istintiva curiosità con cui osserva le altre creature della terra (“ora che vi parlo, fatico a concentrarmi su ciò che sto dicendo, rapita come sono dai vostri volti meravigliosi”, ci dice arrossendo); convinta che ogni individuo custodisca al proprio interno un segreto profondo che attende solo di essere portato alla luce. Nel suo cinema, di conseguenza, le piante e gli animali non vengono mai ritratti con atteggiamento di condiscendenza , ma assumono al contrario ruoli narrativi e simbolici di primissimo piano.

Ciò che colpisce, tanto ascoltandola quanto osservando la sua filmografia, è l’attenzione che Ildiko Enyedi riserva più all’ingenerazione di sensazioni nel pubblico che all’effettiva dimensione drammaturgica: “Il cinema è fatto di tante componenti, non solo quella narrativa. Sia in fase di montaggio che, spero, di visione a fare da guida devono esserci i sensi, le emozioni. Il mio cinema è innanzitutto un’esperienza sensoriale”.

Per cui, dal punto di vista della scrittura e della struttura narrativa, il suo approccio rifugge i canoni tradizionali. Enyedi ha spiegato di non iniziare mai a lavorare avendo già in mente una trama chiara, ma di partire piuttosto da un mucchio di idee e suggestioni che stimolano la sua curiosità; la storia vera e propria si delinea solamente alla fine del processo creativo. Questo metodo fa sì che ogni nuovo progetto rappresenti per lei una vera e propria occasione di scoperta, portando alla nascita di opere molto diverse le une dalle altre e difficilmente riconducibili a primo acchito alla sua filmografia (come da lei orgogliosamente ammesso). Non a caso, in fase di scrittura e di presentazione del progetto ai finanziatori, la regista ungherese si affida a sceneggiature poco ortodosse e mai del tutto esplicative, focalizzate piuttosto sulla descrizione di esperienze tattili e olfattive.

Un’eccezione consapevole all’interno di questo percorso di ricerca formale è rappresentata da “Storia di mia moglie” (del 2021), pellicola per la quale è stato deliberatamente adottato un linguaggio filmico più classico e tradizionale. Basato su un romanzo, il film utilizza sette differenti angolazioni per raccontare i tentativi e le goffaggini di un uomo che cerca di orientarsi nella propria vita. È un’opera permeata da una forte tenerezza, il cui protagonista arriva infine a comprendere che non è necessario avere il controllo assoluto su ogni cosa, accettando di essere semplicemente una parte infinitesimale di un tutto più grande (“di cui tutti noi facciamo parte”).

Da ultimo, Ildikó Enyedi ha indugiato in una lucida analisi dello stato attuale dell’industria cinematografica. Avendo vissuto in prima persona l’epoca di transizione dalla pellicola analogica al supporto digitale, e avendo appreso il meglio da ciascuna di queste due tecnologie, Enyedi si considera una regista fortunata. Se in passato l’uso della pellicola veniva spesso etichettato come una scelta elitaria o per registi “snob”, oggi essa continua a resistere e a essere prodotta perché funzionale a tramandare un certo tipo di cinema e a raccontare un certo tipo di storie. Inoltre, la recente diffusione dell’intelligenza artificiale porterà paradossalmente gli artisti a riscoprire sempre di più il fascino e la veridicità intrinseca del mezzo analogico.

In chiusura, Ildikó Enyedi ha lanciato un messaggio di grande responsabilità etica a tutti gli amanti del cinema e ai cineasti in erba. In una società contemporanea dove i canali di comunicazione appaiono sempre più spezzati e fragili, la vera missione dell’arte in genere è quella di ricostruire connessioni, tanto tra conoscenti quanto tra perfetti sconosciuti. Dedicare tempo ed energie per creare qualcosa di importante significa avere l’opportunità di toccare l’animo altrui , facendo risuonare quelle esperienze umane profonde e universali — come l’amore, la nascita e la morte — che, pur nelle nostre infinite diversità, condividiamo inesorabilmente tutti.