Berlinale 2017: EL BAR di Àlex de la Iglesia, I AM NOT YOUR NEGRO di Raoul Peck

 

EL BAR di Àlex de la Iglesia (fuori concorso)

Àlex de la Iglesia dà sempre l’idea di essere uno che i suoi film se li gode in prima persona. È impossibile non immaginarselo divertito ed entusiasta mentre gira sequenze splatter che poco alla volta conducono i suoi progetti all’interno di una spirale grottesca e spiazzante, gustosa per i palati più spensierati e irrinunciabile per quelli più cupi. El bar non fa eccezione. Prendendo le mosse da uno spunto tanto semplice quanto classico (un gruppo di persone sconosciute si ritrova per caso in un bar di Madrid che improvvisamente viene messo in isolamento dalla polizia senza apparenti validi motivi), il regista spagnolo massacra i suoi personaggi suscitando molte risate e realizzando un film che non ha alcuna minima intenzione se non quella della goliardia. Ma ne siamo proprio convinti?

Perché utilizzare l’Ebola come virus infettivo da cui scappare invece che il trito e ritrito attacco zombie non è proprio una decisione senza peso e affrontata a cuor leggero. El bar è infatti un film molto politico che, tra le righe, getta l’amo per affrontare svariati argomenti che spaziano dalla religione sino al ruolo della donna nella società odierna, senza ovviamente dimenticarsi di affrontare l’integrazione E il pregiudizio nei confronti del diverso. Ideale per una visione spensierata e leggera, il film non può dirsi però completamente riuscito. De la Iglesia continua a mettere carne al fuoco e le situazioni in cui incappano i suoi personaggi diventano sempre più folli e insostenibili da risultare, alla lunga, eccessive e ripetitive.

Voto: 2/4

IamNotYourNegro

I AM NOT YOUR NEGRO di Raoul Peck (Panorama)

È un oggetto curioso e interessante I Am Not Your Negro. Non tanto per la sua forma stilistica (si tratta di un documentario molto semplice visivamente, dalle tinte più che televisive e che non si fa alcuno scrupolo a utilizzare la retorica), quanto piuttosto per la sua componente contenutistica. Raoul Peck non vuole infatti firmare un film di denuncia o una ricostruzione cronachistica, quanto sostenere una tesi risalente a circa tre decadi fa elaborata dallo scrittore statunitense James Baldwin. La questione razziale non è analizzata (solo) da un punto di vista informativo, quanto piuttosto da un sotto testo culturale che intreccia cinema, musica, televisione e letteratura. Attraverso questa chiave di lettura, il documentario riesce ad avvolgere lo spettatore con sensazioni e associazioni molto efficaci e originali. Se, unitamente al tutto, Peck avesse anche avuto il coraggio di avventurarsi in un linguaggio filmico meno banale ed elementare, allora saremmo davanti davvero a qualcosa di grande. Candidato agli Oscar 2017 come miglior documentario.

Voto: 2,5/4