Berlinale 2017: THE OTHER SIDE OF HOPE di Aki Kaurismaki, THE LOST CITY OF Z di James Gray

 

THE OTHER SIDE OF HOPE di Aki Kaurismaki (concorso)

Ci voleva Aki. Dopo diversi giorni trascorsi a fare i conti con un concorso fiacco e pedante, finalmente Aki Kaurismaki riesce a fare centro regalando al pubblico della Berlinale 2017 il film più significativo visto sinora. The Other Side of Hope è un’opera riuscita, completamente calata nel presente storico e che si avvale di una sapienza cinematografica fuori dal comune. Già, perché il regista finlandese sa benissimo dove vuole andare a parare, sa benissimo il messaggio da comunicare, sa benissimo quale struttura narrativa adottare. Eppure la qualità maggiore del suo film (e del suo cinema in generale) è l’apparente leggerezza con cui il cineasta riesce a condurre il progetto. The Other Side of Hope si muove con passo felpato per tutti i suoi minuti, raccontando una storia tanto umana quanto elementare senza rinunciare a un umorismo sottile ma sempre presente, calibrato nel dettaglio con dei tempi comici da antologia e per nulla forzati. Ci si diverte eccome a guardare il film. Ci si diverte mentre poco alla volta si cova dentro sé un sentimento di inadeguatezza nei confronti dei personaggi rappresentati. Ci si fa piccoli piccoli nella poltrona del cinema e un esame di coscienza inizia a lavorare senza che nessuno glielo abbia ordinato.

Voto: 3/4

lost-city-of-z

THE LOST CITY OF Z di James Gray (Berlinale Special Gala)

A tre anni di distanza dal precedente C’era una volta a New York, James Gray torna dietro la macchina da presa e si cimenta nuovamente con il dramma storico. The Lost City of Z infatti racconta la storia di un uomo alla ricerca di una presunta antica e gloriosa civiltà le cui rovine sono nascoste nel cuore della foresta amazzonica. Ossessionato dalla scoperta e innamoratosi della giungla misteriosa che dovrà esplorare, il protagonista trascorrerà tutti i giorni della sua esistenza per cercare di preparare nuove spedizioni e convincere gli studiosi delle sue teorie. Il rapporto con la sua famiglia sarà messo a dura prova e il film insiste notevolmente sulla ricerca dell’identità dell’uomo prima ancora che sulla scoperta della gloriosa Z. Le premesse sono più che valide e un talento cinematografico come quello di Gray in cabina di regia rendono il progetto ancor più appetibile e stimolante. Purtroppo, però, bastano poche sequenze per comprendere che il tutto non procede nella direzione giusta. Il regista americano gioca in difesa, limitandosi a inscenare lo script al meglio senza mai osare di più o regalare sequenze degne del suo tatto. Le diverse anime del progetto (quella storica, quella sentimentale, quella avventurosa) fanno fatica a intrecciarsi e amalgamarsi con sintonia, rendendo l’andamento narrativo piuttosto stucchevole e poco fluido. La lacuna più grave, però, è dovuta al mancato sviluppo dell’annosa tematica che vede l’essere umano fare i conti con la natura sublime. Gray abbozza in maniera superficiale il tutto senza riuscire minimamente a restituire anche solo la metà del respiro meraviglioso di film precedenti che hanno lasciato il segno in tal senso (Herzog e Malick su tutti).

Voto: 2/4