Berlinale 2026, la recensione di We Are All Strangers di Antony Chen

di Giulia Pugliese

Il regista di Singapore rimane fedele ai temi dei legami famigliari e all’importanza dei territori liberi dalla Cina come la sua Singapore. Un film che trova il suo centro nel percorso di crescita di un ragazzo, Junyang, ma anche sul confronto generazionale, sulla lotta alla sopravvivenza, sull’importanza dell’amore e della famiglia, come luogo in cui ritrovarsi nelle diversità, anche se si è poveri e per godersi l’aria condizionata bisogna prendere l’autobus.

L’umanità che Antony Chen mette in scena è viva e pulsante; per quanto le cose non sempre vadano come dovrebbero, i personaggi si rialzano e combattono. Ma quello che traspare da We Are All Strangers e che imparerà anche Junyang è che l’amore è sacrificio e che la volontà di essere migliore dei propri padri è solo un capriccio adolescenziale.

Il film mostra le difficoltà di una famiglia ad andare avanti, fatica condivisa dalle popolazioni meno abbienti di Singapore. Il padre di Junyang, Boon Kiat, è fiero della vita che si è creato, per quanto umile, di aver cresciuto suo figlio da solo e spererebbe in una vecchiaia tranquilla; per questo corteggia la cameriera del ristorante, dove lavora, che all’inizio sembra fuori dalla sua portata, ma che poi rimane colpita dalla bontà e gentilezza di Boon Kiat. Junyang invece, come molti ragazzi della sua generazione, è attratto da guadagni facili, dalle scorciatoie e da strumenti come i social media per ricavare denaro, che però, per chi non viene da una famiglia borghese, non ha un nome americano e qualcuno che lo sponsorizzi, non sono facili.

Quello che viene messo in scena è uno scontro generazionale che spesso vediamo in molti film asiatici: un padre che pensa che il figlio dovrebbe crescere, un figlio che vuole fare scelte diverse da quelle di suo padre.

Antony Chen non fa mai esplodere una conflittualità, neanche quando ci sono schermaglie tra la matrigna e Junyang, lei colpevole di essere una migrante malese. Traspare sempre rispetto, amore e ascolto tra i personaggi anche nei momenti più drammatici. Un affetto che supera anche differenze incolmabili.

Il regista eleva i temi dei suoi film per raccontare una storia che parla di tre generazioni e che mette Singapore sotto una diversa luce, vista come luogo di sofferenze, ma anche di gioie, mostrata nelle sue disuguaglianze, nell’arrivo di un capitalismo inumano, ma anche nella bellezza del paesaggio e di un Paese in continuo cambiamento.

Il racconto di questo cinema, che tributa il cinema taiwanese come quello di Hou Hsiao-Hsien e quello di Hong Kong di Wong Kar-wai (infatti a un certo punto parte la soundtrack di Happy Together), fonde lo slow cinema ad aspetti pop, che rafforzano la sua narrazione popolare e dell’oggi.

Antony Chen costruisce immagini e momenti di rara bellezza quotidiana, profonde riflessioni sul mondo che cambia e riesce a mettere in scena la durezza della condizione di questa working class di Singapore, che negli altri suoi film non era riuscito a inserire, portando il suo cinema verso una riflessione sulla società del suo Paese, che suona come una denuncia.

Quello del regista è un cinema gentile e poetico che però ci fa vedere una società allo sbaraglio, mettendo in scena un ciclo famigliare, simile per certi versi a Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, anche qui al centro c’è la crescita di un ragazzo, la scoperta e la rassegnazione che la società ti può anche schiacciare economicamente, con duro lavoro, con l’umiliazione, ma che l’umanità di Antony Chen, attraverso l’amore, le relazioni, la speranza, le piccole sorprese quotidiane, come la mela che Boon Kiat nasconde nella borsa della sua amata e l’inventiva di chi ha poco, potrà sempre rialzarsi.

Voto: ★★★/☆☆☆☆