Bucking Fastard di Werner Herzog, la recensione
di Giulia Pugliese
“Non si sceglie dove va l’amore”
Il regista tedesco, che solo l’anno scorso aveva presentato Ghost Elephants, era apparso in grande forma. Quest’anno porta in Concorso alla Mostra di Venezia un film sul doppio, che sembra diviso in 3 atti, dove un mondo ostile e imbruttito costringe chi è diverso a cercare e rifugiarsi in altro.
La storia vera, qui romanzata, delle sorelle Holbrooke diventa per Herzog un pretesto per parlare dell’ossessione, che è da sempre motore del suo cinema e quello che muove i suoi personaggi. Parte come un film processuale, per diventare un film su come per le sorelle sia impossibile vivere nel mondo. Le due bizzarre sorelle si esprimono all’unisono, si vestono e si pettinano uguali, sono lontane da tutto quello che riguarda il mondo moderno. La parte processuale, che dovrebbe presentare la storia reale delle sorelle e i loro personaggi, risulta non propriamente a fuoco, tende a ridicolizzare e sminuire i personaggi.
L’ossessione amorosa delle sorelle per il loro vicino, interpretato da Orlando Bloom, ridicola e nociva, viene spostata da loro agli uomini che le circondano, quasi tutti predatori o, anche se gentili, comunque affascinati da loro. Anche in questo caso entra in gioco l’ossessione, come se Joan e Jean, che sembrano effettivamente dei personaggi di fantasia, diventassero l’oggetto del desiderio di tutti gli uomini che le circondano. Questa parte del film diventa claustrofobica e particolarmente densa di tensione, poco confortevole per lo spettatore, fino a quando le due protagoniste prendono coscienza dei comportamenti predatori dell’uomo. Il film crea una fitta trama di intrecci e relazioni che rimangono in superficie. Con una regia sbilenca e che spesso evita le simmetrie, solo in alcuni rari momenti di armonia le ricerca, come nella scena del treno dove le gemelle tornano a casa.
L’opera continua a cambiare forma, così come le due protagoniste, e diventa un’opera che dai predatori di donne passa ai predatori della natura.
Bucking Fastard è un film ricco di spunti che però rimangono solo tali, i due personaggi appaiono in funzione delle ossessioni di Herzog e non riescono mai veramente ad emergere, restano personaggi del fantastico più che del reale. Le eccellenti sorelle Rooney e Kate Mara risultano un mezzo per parlare di come la diversità sia strumento di controllo per gli altri, come se il loro essere diverse le soggiogasse alla mercé degli altri. Bucking Fastard è in tutto e per tutto un coming of age, che porterà Joan e Jean a nuove consapevolezze e a luoghi sicuri che non sono luoghi del reale. La diversità raccontata inizialmente non è quella di Fitzcarraldo o di Aguirre che porta a grandi imprese, ma è un fardello che umilia e rende impotenti, in qualche maniera Herzog mette un altro
tassello ai suoi ritratti di personaggi, senza però entrare nella profondità e regalare alle due protagoniste quell’aura epica dei suoi film precedenti. Joan e Jean rimangono in superficie, strumento per raccontare un cinema sempre in movimento ed evoluzione, che si è incardinato dentro ossessioni legate alla natura, al bizzarro, al vedere il mondo in un’altra prospettiva. Mettendo avanti questa volta più il cinema delle immagini che dei personaggi, il film è un tributo al cinema di Herzog, nel finale, più che a quello di Lynch, a cui il film è dedicato. L’onirico ci riporta dentro il grande cinema del regista tedesco, anche ancora una volta mettendo in secondo piano i personaggi.
Il film del regista tedesco è altalenante, si divide tra la ricerca delle protagoniste e la ricerca del regista di parlare di mondi creati e della bellezza della natura. Il finale folgorante potrebbe salvare l’opera, che è in crescendo, tuttavia parte del film non sembra funzionale a questo e sembra che il film sia ondivago e in ricerca di se stesso.
I sogni di Herzog e delle sorelle si rivelano frammentati e trascinati dal desiderio e Bucking Fastard è un film senza controllo e fantastico, che è il suo più grande pregio e difetto.
Voto: ★★½/☆☆☆☆
