Bunker, la recensione del film di Florian Zeller

Di Francesco Pozzo

“The moment you start preaching… The moment you want to teach your audience, you’re making a bad film.”

Sarebbe stato molto meglio, questo Bunker, se il regista Florian Zeller avesse tenuto conto di questa preziosa – meglio: fondamentale – massima del grande maestro di cinema e di vita Douglas Sirk (riscoprite i suoi tersi e fiammeggianti capolavori).

E in fondo è un peccato, perché i due, Cruz e Bardem, coppia vera e di finzione, sono magnifici (soprattutto lui), il resto del cast è all’altezza, la confezione curata. Ma non c’è profondità di messinscena. Peggio: a un certo punto della narrazione, prima della patetica e telefonatissima svolta finale (da fischi), il film diventa anche assai teatrale.

Quella di Zeller è infatti un’opera pesantemente didascalica, banale, retorica, ahimè sovente ridicola: uno di quei film che ti prendono per la manina spiegandoti i concetti e impartendoti la lezioncina: la morale, e Dio o chi per lui maledica sempre i film portatori non di ambiguità, riflessione, domande, scomodità, ma di un messaggio, di formule, di risposte. Quei prodotti che imbrigliano scientemente un sistema di segni in una griglia soffocante di – parola spaventosa nel suo vuoto – ‘contenuti’ (viviamo nell’era delle librerie scriteriate e senza pensiero Prime/Netflix, d’altronde).

Si sa: Zeller viene da lì: dal teatro. Ma il cinema – c’è bisogno di dirlo? – non può essere teatro filmato. Fatto doppiamente spiacevole se consideriamo che nei film precedenti il nostro sondava il dispositivo cinema e lo spettro delle umane emozioni in maniera molto più acuta, sottile e promettente. Nel primo dei tre fatti, in particolare – The Father: che fruttò ad Anthony Hopkins un Oscar che avrebbero dovuto portargli la mattina a colazione in albergo, col cornetto e il cappuccino -, il lavoro svolto su scenografie e dettagli per condurci (senza fretta) nella frammentata mente del suo protagonista malato d’Alzheimer era particolarmente azzeccato, delicato, commovente. Era cinema, appunto: il linguaggio che sonda gli spazi, i non detti, l’invisibile. La capacità di comunicare e investigare la complessità dell’umano attraverso la forza (e lo spessore) delle immagini, dall’individuale all’universale.

Qui invece si parla, si spiega, si illustra e poi si parla ancora. Triplamente spiacevole se si pensa alla (straordinariamente necessaria, ovviamente) nobiltà degli intenti: un indictment mai così attuale e stringente contro le mostruose e pericolosissime oligarchie odierne che, dopo averci annientati tutti, rimarrebbero felicemente sole segregate in un bunker, à la Todo Modo, in preda al loro criminale, psicopatico delirio. Chi vivrà…

Voto: ★★/☆☆☆☆