Cannes 2015: SAUL FIA di Laszlo Nemes

Presentato in concorso al Festival di Cannes 2015, Saul Fia è, ad oggi, il titolo più interessante visto sulla Croisette. Il regista è un esordiente ungherese che sicuramente tra le sue tanti doti possiede quella del coraggio. Infatti ce ne vuole in abbondanza per decidere di intraprendere la propria carriera cinematografica con un film ambientato (ancora una volta) in un campo di concentramento e che dunque affronti (ancora una volta) le atrocità umane e belliche.

La domanda che però è lecito porsi è, ma si tratta davvero di un’ennesima volta? Laszlo Nemes (questo il nome del regista) decide di imprimere alla sua pellicola uno stile decisamente calzante e coinvolgente. Lo spettatore è immerso nell’ambientazione scenica attraverso un uso frastornante del sonoro e una ripresa in formato 4:3 che da un lato riesce a ricreare un effetto claustrofobico notevole, dall’altro serve al regista per riflettere sul fuori campo diegetico e sul fuori fuoco.

Il lavoro produttivo è minuzioso e ricchissimo anche se poi “sminuito” dalla scelta del formato. Eppure, è proprio qui che il film svela la sua carta migliore. Non c’è peggior incubo dell’orrore della guerra, amplificato nella pellicola esattamente dalla sua mancata rappresentazione. Ciò che non si vede, ci spaventa di più. Ciò che non vediamo, proviamo a immaginarlo (e i suoni che divampano durante tutti i minuti non sono di certo tra i più rassicuranti, lasciando lavorare il nostro cervello in scenari catastrofici). L’unica speranza (sembra volerci suggerire l’autore) in questo mare di oscenità disumane, è ancorarsi a ciò che più sembra per l’appunto umano e moralmente lodevole. Ecco allora che tutte le avventure del protagonista si avvalgono di senso.

Potente, visivamente folgorante, dinamico, estremamente crudo, lacerante e straziante: questo in sintesi è Saul Fia, un film che lascia ben sperare per il futuro del suo ideatore.

 

Voto: 3/4