Cannes 2023: le recensioni di About Dry Grasses, La zona d’interesse e Io ti salverò

ABOUT DRY GRASSES (Concorso):

Cinque anni dopo L’albero dei frutti selvatici, Nuri Bilge Ceylan torna dietro la macchina da presa per dare vita a una pellicola che punta tantissimo su una sceneggiatura particolarmente stratificata e su una serie di dialoghi lunghi e ampiamente incisivi.

L’impostazione ricorda quella del film precedente ma anche quella de Il regno d’inverno del 2014, film che viene richiamato anche dal paesaggio completamente innevato con cui si apre About Dry Grasses: il simbolismo nella relazione tra gli esseri umani e l’ambiente circostante è fortissimo, attraverso la rappresentazione di un congelamento dei sentimenti e delle emotività che risulta un tema centrale di tutta quanta la narrazione. Samet (Deniz Celiloglu), insegnante in un istituto di un piccolo villaggio dell’Anatolia orientale, ha il grande desiderio di trasferirsi un giorno a Istanbul: l’uomo deve completare un ciclo di quattro anni di insegnamento in attesa di essere accettato in una scuola nella capitale, ma un evento del tutto imprevisto fa crollare le sue speranze. Lui e un suo collega vengono accusati di comportamenti inappropriati da parte di due studentesse della scuola e sarà per lui l’inizio di un incubo da cui non sarà semplice svegliarsi. Più che un film sul caso scolastico alla base della trama, è una pellicola che parla di solitudine, scelte morali complicate e di una serie di ulteriori riflessioni che toccano anche le forme della rappresentazione e la natura stessa delle immagini: sono le fotografie a dettare la scansione dei passaggi del copione, ma c’è anche spazio per uno svelamento della finzione che passa da un momento direttamente metacinematografico. Alcune scene sono forse fin troppo ostiche nei ragionamenti messi in campo, ma la visione d’insieme è quella di un prodotto importante e potentissimo, che ha in una cena tra due personaggi il momento culminante dell’intera narrazione: è qui, che in un rapido movimento di montaggio tra le varie inquadrature, sta tutto il senso di quel possibile avvicinamento fisico che tarda ad arrivare. Ceylan ritrova così un respiro artistico e drammaturgico di alto livello, che mancava nelle ultime pellicole, grazie anche all’ottima prova degli attori in campo. Colpiscono tanto i silenzi, quanto le sequenze interamente parlate, all’interno di un’orchestrazione audiovisiva di indubbio fascino e capace di rimanere a lungo impressa al termine della visione.

Voto: 3/4

LA ZONA D’INTERESSE (Concorso):

A dieci anni esatti dal discusso Under the Skin (2013), interpretato da Scarlett Johansson e presentato non senza polemiche in concorso a Venezia, Jonathan Glazer torna con un nuovo progetto fortemente divisivo. Tratto dall’omonimo romanzo (2014) di Martin Amis, il film è una straordinaria riflessione sulle potenzialità del linguaggio cinematografico contemporaneo, che affonda le sue radici nell’orrore dell’Olocausto elevandosi a esperienza di visione di rara potenza espressiva e imponendosi in tutta la sua audacia su un delicatissimo tema, raramente affrontato in maniera così radicale. Il comandante di Auschwitz Rudolf Höss (Christian Friedel) vive in un’ampia area all’interno del campo di concentramento, coltivando il sogno di una esistenza perfetta insieme alla moglie Hedwig (Sandra Hüller), ai figli piccoli e ad alcuni menbri della servitù. Mentre scorre apparentemente placida la quotidianità entro le mura della sua villa, fuori si scorgono segnali dell’orrore che si sta consumando. Tutto il film, girato in un digitale ad altissima definizione che cristallizza le immagini in glaciali quadri illuminati dalla sola luce naturale, sconvolge nella sua profonda ricerca sul sonoro e sulla negazione dell’immagine, evidente fin dal prologo, che trova impressionante compimento in soluzioni sperimentali da brivido. A una “normalità” sempre sull’orlo dell’implosione emotiva, in cui i protagonisti sembrano anestetizzati e ridotti a uomini privi di una reale percezione della realtà, si contrappone la mostruosità del campo di sterimino, ma Glazer, spingendo al limite il valore performativo della messa in scena, non lascia mai che l’evidenza delle atrocità prenda il sopravvento: bastano il rumore di un treno (che noi sappiamo essere stipato di deportati al macello), una flebile colonna di fumo dalla ciminiera dei forni crematori o le alte mura di cinta con alla loro sommità il filo spinato per trasmettere disagio. Anche la presenza immobile e severa della natura diventa un elemento di grande portata concettuale. Il salto temporale nel finale, orchestrato con sublime padronanza del mezzo cinematografico, è da togliere il fiato. Straordinario per regia e direzione della fotografia (di Łukasz Żal), il film è stato girato ad Auschwitz nella seconda metà del 2021, mentre la residenza degli Höss è stata ricostruita dallo scenografo Chris Oddy, con gli attori liberi di muoversi all’interno della scena mentre venivano ripresi da più di dieci angolazioni contemporaneamente. Fondamentale il contributo della compositrice britannica Mica Levi.

Voto: 3/4

IO TI SALVERO’ (Cannes Classic):

La psichiatra Constance Peterson (Ingrid Bergman) lavora in una clinica il cui direttore sta per andare in pensione anticipata a causa di un esaurimento nervoso: il sostituto è il talentuoso Anthony Edwards (Gregory Peck). Si scoprirà che il nuovo dottore è in realtà John Ballantine, un uomo che soffre di amnesia e che crede di aver ucciso il vero dott. Edwards. Constance, ormai innamorata di lui, cercherà di aiutarlo a guarire grazie alla psicanalisi. Ispirato a un romanzo di Francis Beeding, lo script di Io ti salverò porta la firma di Ben Hecht, alla sua prima collaborazione con Hitchcock. Si tratta di una pellicola dal fascino magnetico, perturbante (per citare Sigmund Freud), le cui suggestioni audiovisive sono (nettamente) superiori ai passaggi poco fluidi della narrazione. Se il film risulta complessivamente un prodotto medio, sublime è invece la sequenza del sogno disegnata da Salvador Dalì, con annesso occhio (ri)tagliato in omaggio a Un chien andalou (1929) di Luis Buñuel: l’occhio è esplicita metafora della macchina da presa, oggetto voyeuristico per eccellenza, come il regista dimostrerà successivamente in uno dei suoi capolavori degli anni Cinquanta, La finestra sul cortile (1954).

Voto: 3/4