Cannes 2023: le recensioni di Banel & Adama e Anatomia di una caduta

di Simone Soranna

BANEL & ADAMA (Concorso):

Dopo il successo ottenuto nei festival internazionali con il cortometraggio Astel (2021), la regista e sceneggiatrice francese di origine senegalese Ramata-Toulaye Sy, classe 1986, approda in concorso a Cannes con un’opera prima di buona suggestione, profondamente immersa in luoghi densi di magia e mistero.

Senegal. Legati alla quotidianità del villaggio in cui vivono, Banel (Khady Mane) e Adama (Mamadou Diallo) si amano e coltivano il sogno di andare a vivere da soli e costruirsi un futuro insieme, lasciando le rispettive famiglie. Per i due giovani non sarà facile infrangere le radicate tradizioni del luogo. Il nucleo della storia è quello di un amore puro osteggiato dal peso di tradizioni che tendono a schiacciare il desiderio di libertà dei giovani. Il ritratto dei due amanti è spontaneo e si regge su pulsioni contrastanti, passando da momenti di poesia spirituale, con tanto di suggestioni oniriche, a istanti di forte tensione emotiva. Il rifiuto di Adama di diventare il capo del villaggio è l’evento scatenante che incrina un rapporto quasi fanciullesco nella sua incantevole grazia: i momenti più felici del film arrivano quando a essere protagonista è la frustrazione di Banel, ragazza smarrita ma sempre determinata che vede il suo sogno infrangersi. Ed è qui che alcune importanti riflessioni sull’istituzione famigliare e sulla maternità assumono piena forma. Nonostante la breve durata, però, il film spesso vive di sole intuizioni messe in successione una dopo l’altra, senza un efficace disegno complessivo. Molto curato dal punto di vista delle suggestioni estetiche, il film ha picchi stilistici per nulla banali (la tempesta di sabbia finale, in primis) soprattutto quando intraprende la strada di una messa in scena quasi arthouse di puro godimento visivo. Lirico e coinvolgente in più di un’occasione, ma troppo acerbo per ragionare su temi importanti come il senso di responsabilità individuale e il libero arbitrio. In ogni caso, un esordio niente male. Ramata-Toulaye Sy ha ricavato la sceneggiatura del film dalla sua tesi di laurea alla scuola di cinema parigina La fémis. Voto: 2/4

ANATOMIA DI UNA CADUTA (Concorso):

Parte subito fortissimo Anatomia di una caduta, quarto lungometraggio della regista francese Justine Triet, che ci mostra in pochi minuti quali saranno i due snodi fondamentali dell’intera vicenda: il rapporto tra realtà e finzione, esplicitamente evocato, e gli screzi tra marito e moglie. Quest’ultima sta facendo un’intervista con una studentessa, ma il marito dal piano di sopra alza talmente tanto la musica da rendere impossibile la conversazione tra le due. Pochi minuti dopo, la tragedia che darà il via all’indagine. Scritto dalla regista insieme ad Arthur Harari, è un film dal copione solido e avvincente, nonostante l’eccessivamente lunga durata (circa 150 minuti) limiti a tratti il coinvolgimento. Durante il processo, quando la donna viene interrogata sulla sua relazione con il marito, mentre viene a galla il ritratto di un rapporto difficile e tormentato, ci sono però i passaggi più intensi, a partire da un potentissimo flashback che noi spettatori vediamo, mentre in tribunale viene “soltanto” ascoltato tramite una registrazione. In una zona remota delle Alpi francesi, Sandra (Sandra Hüller), una scrittrice tedesca, vive in uno chalet di montagna con il marito Samuel (Samuel Theis) e il figlio undicenne Daniel (Milo Machado Graner). Un giorno Samuel viene trovato morto, immerso nella neve davanti a casa sua: gli inquirenti sospettano che possa non trattarsi di suicidio e decidono di indagare, finendo per incriminare la moglie dell’uomo. Triet costruisce bene i personaggi, dando anche grande attenzione al figlio Daniel, che alcuni anni prima ha subito un incidente che l’ha privato della vista e che ha portato la coppia a una crisi perdurata poi nel tempo. Costretto ad assistere al processo, Daniel vive un profondo conflitto interiore che sarà uno degli snodi principali della vicenda. Alcuni passaggi possono risultare eccessivamente studiati a tavolino, ma il disegno d’insieme risulta sempre credibile e non forzato, nonostante qualche momento un po’ troppo convenzionale. Tra i tanti pregi di un’operazione comunque pienamente riuscita, una menzione speciale va alla straordinaria performance di Sandra Hüller in uno dei ruoli più intensi e significativi della sua carriera. Voto: 3/4