Cannes 2023: le recensioni di Foglie al vento e Club Zero

di Simone Soranna

FOGLIE AL VENTO (Concorso):

Sei anni dopo il bellissimo L’altro volto della speranza (2017), Aki Kaurismäki torna dietro la macchina da presa per raccontare una storia intrisa di tutti quegli ingredienti che hanno reso così unico il suo cinema: dal raccontare tutta la poesia che può stare anche nei luoghi considerati più degradati dalla società, passando per la sua ironia velata di malinconia.

Un uomo e una donna (Jussi Vatanen e Alma Pöysti), una notte a Helsinki. I due hanno vite difficili segnate dal disagio e dalla precarietà, ma il loro incontro sarà l’inizio di una storia che li aiuterà ad amare di nuovo. È una nuova tragicomica storia d’amore quella che racconta l’autore finlandese in una Helsinki tormentata dalle continue notizie radiofoniche sull’invasione russa in Ucraina. Quarto capitolo di film dedicati al tema del proletariato da Kaurismäki, dopo Ombre nel paradiso (1986), Ariel (1988) e La fiammiferaia (1990), Fallen Leaves ragiona sul mondo del lavoro, ma soprattutto su due solitudini che vanno (casualmente?) a incrociarsi, all’interno di una cornice narrativa di forte coinvolgimento che ci porta subito a tifare per il loro, possibile amore. Giocando con le luci e con le ombre, il regista finlandese raggiunge l’apice della sua essenzialità e del suo minimalismo stilistico, richiamando ancora una volta la pittura di Edward Hopper e stando sempre molto attento al rapporto tra i personaggi inquadrati e l’ambiente circostante. In una pellicola che rende molto espliciti i suoi messaggi, sono altrettanto chiare le citazioni e gli omaggi alla Settima arte: dall’amico Jim Jarmusch, richiamato con la proiezione in una sala de I morti non muoiono, a Robert Bresson (maestro di quel minimalismo di cui Kaurismäki è uno dei grandi discepoli) e Jean-Luc Godard, fino a un meraviglioso, doppio richiamo finale all’amatissimo Charlie Chaplin. Anche per la “presenza” di questi nomi, le emozioni sono tantissime in un film in cui si ride e si piange, ci si lascia e ci si innamora. La povertà, la disoccupazione, le notizie della guerra: tutto sembra portarci verso il baratro, ma Kaurismäki ci ricorda che la soluzione è nella compassione, nel contatto, nell’amore. Per altri esseri umani, indubbiamente, ma anche per il cinema. Voto: 3/4

CLUB ZERO (Concorso):

A quattro anni dal precedente Little Joe (2019), Jessica Hausner si addentra nei meandri di paranoie e fanatismi strettamente legati alla contemporaneità, ambientando il film quasi interamente all’interno degli asettici ambienti di un fantomatico istituto scolastico d’élite. La sensazione è quella di trovarsi di fronte a situazioni aberranti che avvengono in un presente quasi distopico, dove l’essere umano, inteso come singolo individuo, è completamente sottomesso al pensiero comune. La professoressa Novak (Mia Wasikowska), da poco assunta in un esclusivo college, impone la propria visione estrema in termini di alimentazione all’interno di un programma scolastico da lei stessa ideato e rivolto a un ristretto numero di ragazzi. Gli studenti, dopo qualche perplessità, iniziano a subire il fascino della donna non senza pericolose conseguenze. Il concetto di “alimentazione consapevole” da cui il film prende il via, diventa il punto di partenza per una sarcastica riflessione sulle ossessioni del mondo attuale, ma le soluzioni messe in scena dalla regista austriaca sono a dir poco pacchiane, sia nel prendere la pruriginosa via di una sterile provocazione (il vomito di nuovo ingerito da una studentessa), sia nel voler invece ambire a un ferioce (?) discorso sulla percezione del reale in base alla classe sociale di appartenenza. Mia Wasikowska, un po’ stramba adepta di una setta pseudo religiosa, un po’ maestrina frustrata e sentimentalmente repressa, dà vita a un personaggio completamente allo sbando in termini di scrittura. Il giochino su cui si regge il film viene ripetuto senza preoccuparsi di suggerire qualcosa di veramente sorprendente, come se l’idea di base del soggetto potesse già di per sé essere sufficiente per il successo dell’opera. Unico motivo di interesse del film è il progressivo spostamento dell’attenzione dall’istituzione scolastica a quella famigliare, con il fine di lanciare un monito sull’importanza di un costruttivo rapporto genitori/figli. Finale sconfortante tanto diventi manifesta la povertà di idee. Voto: 1,5/4