Firebrand di Karim Aïnouz, la recensione

di Simone Soranna

Dopo il grande successo di critica e pubblico ottenuto con il bellissimo dramma sentimentale La vita invisibile di Eurídice Gusmão, miglior film nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2019, Karim Aïnouz si gioca la carta del film storico in costume con un’operazione che affonda però le sue radici nella contemporaneità. La vita a corte di Caterina Parr (Alicia Vikander), regina consorte d’Inghilterra e Irlanda dal 1543 al 1547 e ultima moglie di Enrico VIII (Jude Law), è segnata da un clima di costante tensione e disagio. Completamente sottomessa ai voleri del dispotico marito, la donna spera di riuscire , un giorno, a migliorare la propria difficile condizione.

I temi messi in campo ruotano attorno alla figura della protagonista, donna vessata da un clima di oppressione e, soprattutto, privata di ogni forma di sensibilità dall’ingombrante figura del nobile marito. All’appassionato impegno religioso, alla devozione e al pudore di Caterina si contrappone la gestualità animalesca di Enrico VIII, tratteggiato come una figura putrescente nel corpo e nello spirito. La parabola femminista che prende forma sullo schermo ha momenti appassionanti e di crudo realismo (in particolare i ferini rapporti sessuali tra i due protagonisti, messi efficacemente in scena come sordida esibizione di triviale mascolinità tossica), ma il disegno complessivo non va oltre il compitino illustrativo.

Se la cura formale è fuori discussione (fotografia di Hélène Louvart), la resa della sceneggiatura è purtroppo limitata da una concreta mancanza di personalità, tanto da far pensare a un film meramente decorativo senza alcuna pretesa autoriale. La forzatura più grande è senza dubbio rappresentata dalla scelta di usare un’ingombrante voce fuori campo che, in apertura e in chiusura della pellicola, sottolinea in maniera ridondante le tematiche messe in campo, scadendo in un lirismo gonfio di retorica. A tratti il carattere tempestoso di una storia d’amore malata affiora con notevole impeto, ma non basta. Straordinaria prova di Jude Law, decisamente più convenzionale l’approccio al personaggio di Alicia Vikander.

Voto: 2/4