Cannes 2023: le recensioni di Indiana Jones e il quadrante del destino e Black Flies

di Simone Soranna

INDIANA JONES E IL QUADRANTE DEL DESTINO (Fuori Concorso):

Giunta al quinto capitolo, la saga di Indiana Jones, per la prima volta orfana di Steven Spielberg alla regia, si trova al momento cruciale di dover dare nuova linfa a un personaggio leggendario, nel tentativo di mantenere in qualche modo alto l’appeal spettacolare alla base delle sue mirabolanti avventure. Il tentativo, però, dopo un incipit action coreografato in maniera mirabile, appare quanto mai modesto e privo di verve.

L’idea di un’ultima, entusiasmante missione esotica non riesce mai ad avere un’emozionante allure crepuscolare e l’innesto di Helena come contraltare giovane da contrapporre all’inevitabile senilità di un Indy fuori tempo massimo appare quasi fallimentare. Siamo nel 1969. Pronto a ritirarsi dalla sua longeva e illustre carriera accademica, il professor Indiana Jones (Harrison Ford) viene catapultato in una nuova avventura che coinvolge lo spietato ex nazista Jürgen Voller (Mads Mikkelsen) e l’intraprendente studentessa di archeologia Helena Shaw (Phoebe Waller-Bridge), figlia del suo amico e compagno d’avventure di lunga data Basil Shaw (Toby Jones). L’oggetto del desiderio è un preziosissimo quadrante proveniente dall’Antica Grecia che si pensa possa permettere di viaggiare nel tempo.

L’apparato teorico, per quanto elementare, ha una sua ragione d’essere, sorretto dall’idea di voler suggerire, in piena Space Age di fine anni ’60, la conquista del Tempo accanto alla conquista dello Spazio. Ma che il professor Jones sia un mito oltre ogni epoca, in grado di vivere nel passato ma guardare al futuro, è già stato mostrato con consumata inventiva da Spielberg e George Lucas in Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (2008). Qui il tutto si riduce a una sequela di micro avventure dalla portata epica ai minimi termini, in cui fanno capolino alcune vecchie conoscenze riprese dai film precedenti (con particolare enfasi nel finale). Il pubblico giovane e nuovo, disposto a immergersi per la prima volta nel magico mondo di Indiana Jones, difficilmente sarà affascinato da un’operazione dal fiato così corto; gli appassionati più agée, interessati a qualcosa di ben più strutturato di un semplice compitino fan-service, rimarranno delusi allo stesso modo. Al film di Mangold manca una profonda ricerca volta a rinnovare in maniera strutturale un immaginario mitico, i cui tratti iconici sono qui sepolti da un bello strato di polvere. Voto: 2/4

BLACK FLIES (Concorso):

Nervoso ed elettrico thriller urbano, Black Flies, diretto dal regista parigino trapiantato a New York Jean-Stéphane Sauvaire e adattamento del libro 911 di Shannon Burke, ci immerge immediatamente in una Grande Mela livida e sovreccitata, in cui i neon delle ambulanze si confondono di continuo con l’azione forsennata e con i volti dei protagonisti, alle prese con innumerevoli interventi ad alto rischio. A New York, Ollie Cross (Tye Sheridan), un giovane paramedico, fa squadra con Rutkovsky (Sean Penn), un esperto medico di emergenza. Di fronte alla violenza estrema che costella quotidianamente il loro lavoro, esposto a continui picchi di stress e tensione, Ollie sperimenta di continuo sulla sua pelle tutti i rischi di una professione che fa vacillare le sue certezze sulla vita… e sulla morte. Dopo un prologo girato con muscolare e innegabile perizia tecnica, che lascerebbe ben sperare in qualcosa di meglio, il film svela tuttavia fin dalle prime battute la sua natura di prodotto decisamente alimentare, intenzionato pressoché esclusivamente a lavorare sull’epidermide malsana e respingente delle situazioni messe in scena piuttosto che ad approfondire realmente i tormenti psicologici, fisici e morali dei personaggi. Anche la rozzissima sceneggiatura si limita a procedere d’accumulo, inanellando momenti sempre molto simili e in più di un’occasione stucchevoli e ridondanti: Ollie e “Rut”, i due protagonisti, non incontrano infatti altro che soggetti respingenti da soccorrere, i quali non di rado provvedono a insultarli, a rifiutare le loro cure, a essere sprezzanti quanto non addirittura volgari e xenofobi, in un campionario di brutture umane, tra tossicodipendenti, malavitosi tatuatissimi e mariti violenti, che la regia non manca mai di sottolineare con fare estremamente strumentale. Nel cast anche Michael Pitt nei panni di uno dei personaggi in assoluto più tagliato con l’accetta (a tal proposito c’è solo l’imbarazzo della scelta), ma la vera chicca, a impreziosire il tono “coatto” del film, è la presenza nel cast dell’ex pugile Mike Tyson nel ruolo di un superiore dei due protagonisti.

Voto: 2/4