Cannes 2023: le recensioni di Jeanne Du Barry e Underground

JEANNE DU BARRY (Fuori Concorso)

La storia di Madame du Barry è stata già portata al cinema diverse volte, a partire dai tempi del muto in cui anche un grande regista come Ernst Lubitsch aveva scelto di raccontarla, nel 1919 con protagonista Pola Negri, per arrivare alla contemporaneità con la sua presenza in Marie Antoinette di Sofia Coppola, in cui a vestirne i panni è stata chiamata Asia Argento.

La vicenda è così ampiamente nota, anche in termini di rappresentazioni sul grande schermo, e Maïwenn rimane fedele al lato biografico della vicenda, spingendo decisamente sulla tragicità melodrammatica della relazione tra il personaggio e il re Luigi XV. Jeanne Vaubernier (Maïwenn), nata nel 1743 da una famiglia molto umile, ha sempre avuto una forte predilezione per la cultura e, grazie al suo fascino, è riuscita a salire i gradini della scala sociale, arrivando addirittura alla corte di re Luigi XV (Johnny Depp). La passionale storia d’amore tra i due porterà il sovrano a infrangere le regole del decoro e dell’etichetta, permettendo a Jeanne di trasferirsi a Versailles e vivere sotto il suo stesso tetto. Le immagini hanno una certa eleganza (il richiamo all’irraggiungibile Barry Lyndon di Stanley Kubrick è presente nell’uso delle candele per illuminare moltissime scene) e la relazione tormentata tra i due protagonisti ha momenti riusciti, ma complessivamente è un’operazione che rimane del tutto sulla superficie e non riesce a fare alcun possibile collegamento col presente o ragionamenti sul lato effettivamente politico dell’intera vicenda. Si vede che la regista transalpina tenga molto a questo film e a raccontare quel personaggio, ma si limita a svolgere un compitino troppo semplice per poter coinvolgere ed emozionare come avrebbe voluto. Johnny Depp, che torna sul grande schermo dopo il processo contro l’ex moglie Amber Heard (seguitissimo a livello mediatico), è in parte e dimostra una buona armonia con la sua partner recitativa, ma non basta ad alzare troppo le sorti di un lungometraggio privo di guizzi e a cui manca totalmente il necessario coraggio per poter dare vita a un’opera realmente interessante. Non ci sono gravi pecche e non ci sono certamente elementi che risaltano: il risultato è un prodotto mediocre, senza infamia e senza lode, che rischia pochissimo e ottiene davvero il minimo sindacale.

Voto: 2/4

UNDERGROUND (Cannes Classic)

Quando Underground fu presentato (e premiato con la Palma d’oro) a Cannes, la guerra infuriava ancora in Bosnia. Le polemiche per un film bollato come filo-serbo, revisionista, contrario all’indipendenza delle varie etnie dell’ex-Jugoslavia furono feroci: Emir Kusturica (anche sceneggiatore, da un soggetto di Dusan Kovacevic) fu accusato addirittura di esser complice della pulizia etnica, spesso da editorialisti che neanche avevano visto il film. Summa di un’estetica irriducibilmente personale, Underground è un’opera-mondo, un grande film dall’ideologia sì scivolosa (suprema e dolente elegia sulla fine di una nazione e di un esperimento di convivenza pacifica di cui proprio Sarajevo era simbolo), ma tutt’altro che indulgente verso una qualunque delle parti. È il male della Storia a farla da padrone, al di là della bulimia visionaria della regia, delle spacconate dei protagonisti (straordinari Miki Manojlović e Lazar Ristovski) e delle trovate clamorose di sceneggiatura: indimenticabile, in tal senso, la sequenza in cui il Nero, uscito finalmente dal sotterraneo, capita sul set di un film ispirato alle sue gesta, uccidendo gli attori che interpretavano i nazisti. Un male amplificato, non certo cancellato, dall’onirico e già disperatamente sconfitto finale. Originale, coraggioso, definitivo. Di enorme successo anche la colonna sonora di Goran Bregovic; fotografia di Vilko Filac.

Voto: 3/4