Cannes 2023: le recensioni di May December e Killers of the Flower Moon

di Simone Soranna

MAY DECEMBER (Concorso):

Maestro nel rielaborare in maniera personale i codici del cinema classico, Todd Haynes realizza qui un’operazione che sembra decolorare le amate tinte torbide e fiammeggianti del melodramma per giocare con i generi sfruttandone gli stereotipi, passando da momenti grotteschi a lampi thriller.

Il tema dell’amore-scandalo di Gracie per un ragazzo adolescente è il semplice volano per una riflessione sulla dicotomia verità/finzione, sottilineata dalla contrapposizione tra il mondo patinato di Elizabeth e quello ordinario di Gracie. L’attrice Elizabeth (Natalie Portman) si reca nel Maine per incontrare e conoscere da vicino Gracie (Julianne Moore), la donna che dovrà interpretare nel suo prossimo film, protagonista di un amore oggetto di clamore mediatico anni prima. Tra le due nascerà un’amicizia piuttosto ambigua. Un film di stampo loseyano, suggerito anche dall’utilizzo in maniera enfatica del tema musicale principale di Messaggero d’amore (1971), che al posto dei conflitti di classe riflette sui conflitti di status sociale, alternando mirati bagliori dello star-system (gli spot TV di Elizabeth) a quotidianità “irrilevante” (la preparazione dei dolci di Gracie). La progressiva identificazione dell’attrice con il personaggio che deve interpretare, peraltro solo accennata, scorre entro binari fin troppo standardizzati (l’uso degli specchi in primis) e il risaputo modello dell’intruso che sconvolge gli equilibri di un consolidato nucleo affettivo è orchestrato con ben poco appeal. Ma tutto rientra nel gioco di rimandi cinefili che Haynes vuole mettere in scena, divertendosi a mischiare le carte con un occhio anche agli eccessi da soap-opera. Bellissimi i titoli di testa, che esplicitano fin da subito la raffinata intuizione di ragionare sul parallelismo tra la natura dei personaggi e il ciclo di vita delle farfalle, simbolo di cambiamento e trasformazione. A volte si ha la sensazione che tutto scorra in maniera quasi anonima, ma qua e là affiora prepotente la consumata esperienza di Haynes nel lavorare dietro la superficie delle cose. All’interno di una cornice produttiva indipendente, Natalie Portman e Julianne Moore sanno calibrare alla perfezione le rispettive vene artistiche. Fotografia di Christopher Blauvelt. Voto: 2,5/4

KILLERS OF THE FLOWER MOON (Fuori Concorso):

Un film di Martin Scorsese. Basterebbero queste parole per descrivere Killers of the Flower Moon, pellicola in cui ritroviamo tutte le principali tematiche e ossessioni dello straordinario regista americano: dall’alienazione post bellica di Taxi Driver al racconto simbolico della nascita degli Stati Uniti come in Gangs of New York, passando per una cinefilia che parte dal grande cinema muto (da Griffith ai western dell’epoca) per arrivare a Il gigante di George Stevens. A tutto questo, però, si aggiunge un purissimo piacere per lo storytelling che Scorsese non aveva mai sperimentato così tanto in precedenza. Alla base c’è l’omonimo libro-inchiesta del 2017, scritto dal giornalista americano David Grann, che Scorsese e lo sceneggiatore Eric Roth hanno adattato per il grande schermo in maniera mirabile, regalando una vera e propria goduria relativa all’arte del raccontare: si mescolano stili e generi – dal western al gangster, passando per il cinema processuale – in questa potentissima sarabanda di registri e di emozioni. Anni Venti del ventesimo secolo. Nella contea di Osage, in Oklahoma, sono stati scoperti diversi giacimenti di petrolio e parallelamente si sono verificati una serie di omicidi, aventi come vittime alcuni cittadini facoltosi della tribù indiana locale. L’FBI avvia così un’indagine sui decessi sempre più sospetti. Tra le tante sequenze che richiamano le tradizioni dei nativi americani, c’è spazio per momenti profondamente spirituali e commoventi, a partire dall’addio di un personaggio in cui Scorsese crea uno straordinario montaggio alternato, tra ciò che vede la donna che sta morendo attraverso il suo cuore e il suo spirito e ciò che la mera realtà ci offre davanti agli occhi. All’interno di una pellicola che scava in maniera feroce negli abissi più reconditi dell’animo umano, c’è però spazio per passaggi di purissima commedia: tra i memorabili duetti tra De Niro e DiCaprio ci sono anche momenti di grande leggerezza, in cui si percepisce il divertimento che attori e regista hanno voluto regalare e regalarsi. In questa mescolanza di tantissimi spunti estetici e stilistici, c’è inoltre il disegno generale di una produzione che vuole anche raccontare un’importante cartolina storica su una terribile vicenda americana che non va dimenticata. La leggerezza di cui sopra è anche, miracolosamente, quella percepita di fronte alle circa tre ore e trenta minuti di durata: Killers of the Flower Moon vola via in un attimo, come un soffio lieve, grazie a un montaggio ben assestato e a un’ottima colonna sonora, oltre a una attenzione ai movimenti della macchina da presa che certo non stupisce di fronte alla maestria di un autore di tale calibro. In questo lungometraggio dal sapore epico, ancora uno spazio lo meritano i già citati protagonisti, i due “attori preferiti” del regista che qui si trovano per la prima volta faccia a faccia in un film di Scorsese (è la sesta collaborazione tra l’autore americano e DiCaprio; la decima con De Niro): fin dal loro iniziale incontro, si percepisce la grandezza di una prova d’attori che verterà su una serie di passaggi fondamentali nella loro relazione, tra le più intense e stratificate di tutto il cinema di un regista che si è messo davvero il cuore in mano con questo lavoro dove si percepisce tutta la sua passione. Il risultato è un film che, nonostante conosciamo bene le tematiche e le modalità tecniche tipiche del suo autore, riesce a stupire per tutta la sua durata, inquietandoci e divertendoci dalla prima all’ultima sequenza. Un grande film. Un film di Martin Scorsese. Voto: 3,5/4