Cannes 2023, le recensioni di Monster, Il disprezzo e Le retour

di Simone Soranna

MONSTER (Concorso):

Dopo due trasferte consecutive, in Francia per Le verità e in Corea del Sud per Le buone stelle – Broker, Hirokazu Kore-Eda torna in Giappone per un film pienamente nelle sue corde, tanto nelle tematiche generali (il rapporto tra genitori e figli, in primis) quanto nel simbolismo messo in campo (il passaggio di un treno come metafora del percorso di formazione raccontato).

Quello che in apparenza può apparire come una sorta di thriller inquietante, si rivela man mano che prosegue la narrazione come una pellicola inerente al difficilissimo passaggio tra infanzia e adolescenza, attraverso una drammaturgia tutt’altro che semplice e banale, tanto da ricordare nella struttura Rashomon di Akira Kurosawa. Kore-Eda e lo sceneggiatore Yuji Sakamoto alternano tre punti di vista (la madre, l’insegnante, i bambini) per raccontare una serie di episodi che possono collegarsi a una serie di riflessioni molto delicate, tra cui il bullismo e la difficoltà di comprensione tra adulti e ragazzini. Minato (Soya Kurokawa) frequenta il quinto anno delle elementari, ha una madre single (Sakura Ando) molto premurosa e altrettanto apprensiva. Un giorno il bambino torna da scuola e la donna si accorge che ha uno strano comportamento: in classe c’è stato un momento di disordine che, in apparenza, sembra essere scaturito da una semplice lite tra bambini, ma in realtà nasconde qualcosa di molto più complicato. La madre di Minato intuisce che l’insegnante è responsabile e vuole indagare più approfonditamente. Elegante nella regia e in tutti i dettagli della messinscena, Monster è un film ricchissimo di sottotesti di ampio respiro, che, se nella prima parte può apparire lievemente macchinoso, col passare dei minuti diventa un’operazione sempre in crescita e capace di regalare sincere emozioni fino all’ultima, toccante sequenza. Il risultato è un film davvero ricco di passione, un incendio interiore che brucia lentamente, fino a far scomparire i mostri che abbiamo dentro di noi. Molto affascinante la scelta di Kore-Eda di giocare con gli elementi naturali, giocando con una cornice paesaggistica di grande valore simbolico che comprende fuoco, acqua, terra e aria. A contribuire alla buonissima resa complessiva, vanno segnalate le musiche minimali del compianto Ryūichi Sakamoto (17 gennaio 1952 – 28 marzo 2023), a cui il film è dedicato, e la grande prova degli attori, tra cui svetta Sakura Ando nei panni della madre del giovane protagonista.

Voto: 3,5/4

IL DISPREZZO (Cannes Classic):

L’omonimo romanzo di Alberto Moravia è solo un pretesto, narrativo e produttivo, per realizzare una pellicola che amplia decisamente il raggio d’azione rispetto alle pagine del testo di partenza. Lo scrittore e sceneggiatore Paul Javal (Michel Piccoli) viene chiamato da un potente produttore americano, Prokhosh, (Jack Palance), a riscrivere il copione di un film tratto dall’Odissea che al momento manca di appeal commerciale. La moglie di Paul, Camille (Brigitte Bardot), inizia a disprezzare il marito poiché, quest’ultimo, tollera e favorisce le avances che Prokosh inizia a farle fin dal loro primo incontro. Jean-Luc Godard compie una spietata e cinica analisi delle dinamiche di coppia, segnate da quell’incomunicabilità che tornerà a trattare nel successivo Il bandito delle undici (1965). Il regista costruisce un film, in parte, autobiografico e incentrato sull’opposizione tra vera arte (Omero) e prodotto commerciale (la pellicola hollywoodiana): il complesso rapporto con produttori attenti soltanto a dinamiche commerciali è un argomento che tocca Godard da vicino, e che avrà ancora un ruolo da protagonista nelle sue pellicole degli anni Ottanta, spesso incentrate, come Il disprezzo, su un film da farsi. Attraverso una confezione impeccabile, fatta di sinuosi movimenti di macchina e di ambientazioni suggestive (Villa Malaparte, a Capri), l’autore dà vita a una complessa riflessione sulla maestosità dell’arte classica (l’insistenza sulle statue) che oggi potrebbe essere proseguita dal cinema, rappresentato dall’amato Fritz Lang che veste i panni del regista dell’ipotetica Odissea. In fondo, Il disprezzo è soprattutto un grande omaggio alla bellezza della settima arte, simboleggiata anche dal fascino di una Brigitte Bardot ai massimi storici. Le sceneggiature si cambiano, i personaggi si modificano, persino la “diva” può morire, ma il cinema prosegue il suo cammino e non può fermarsi, come dimostra il magnifico finale. Camei di Raoul Coutard (direttore della fotografia) e Jean-Luc Godard, che appare davanti alla macchina da presa come aiuto regista.

Voto: 3,5/4

LE RETOUR (Concorso):

A due anni di distanza dal precedente Parigi, tutto in una notte (2021), la regista Catherine Corsini realizza un’opera a metà tra il racconto di formazione e il dramma famigliare, in cui il centro nevralgico, come esplicita il titolo stesso, è il concetto di ritorno. Si torna a fare i conti con i fantasmi del passato, si torna a una dimensione familiare, si torna in un luogo della memoria, si torna a un dramma mai definitivamente superato. Tornata in Corsica dopo anni di assenza, Khédidja trova lavoro presso una famiglia borghese di Parigi in vacanza sull’isola. La donna, consapevole di un passato non privo di segreti e zone d’ombra, dovrà fare i conti con le pulsioni giovanili e il desiderio di conoscenza delle sue due figlie adolescenti. Corsini è brava a tratteggiare la doppia dimensione psicologica dei suoi personaggi: da una parte gli adulti pieni di paure, dall’altra le ragazze spinte solamente dal desiderio di nuove esperienze e dalla carica vitale propria di quell’età. Peccato però che il progetto, nel complesso, stenti davvero a decollare ed emozionare come dovrebbe. Il versante che riguarda il coming of age ha tratti fin troppo risaputi, mentre il versante più strettamente drammatico non scava mai in profondità. Corsini lavora bene sugli spazi, instaurando un vero e proprio dialogo tra la selvaggia bellezza naturale della Corsica e il dramma dei personaggi che la abitano, denotando un’ottima sensibilità nel saper tratteggiare le dinamiche relazionali più scivolose e tese. Tuttavia un po’ di originalità in più e un po’ di brio da un punto di vista della messa in scena non avrebbero guastato.

Voto: 2/4