Cannes 2025: HIGHEST 2 LOWEST e MAGELLAN
di Simone Soranna
HIGHEST 2 LOWEST
A cinque anni da Da 5 Bloods (2020), Spike Lee torna dietro la macchina da presa affrontando una sfida affascinante: rileggere Due colpi in uno di Ed McBain, romanzo già trasformato in cinema da Akira Kurosawa con il capolavoro Anatomia di un rapimento (1963). Da quel modello imprescindibile, Highest 2 Lowest riprende l’impianto narrativo per trasportarlo in una New York pienamente contemporanea, immersa in un paesaggio di luci artificiali, superfici riflettenti e grattacieli ipermoderni, specchio perfetto di un mondo dominato dall’apparenza e dall’autonarrazione social.
Lee abbraccia uno stile volutamente sopra le righe, scanzonato e “tamarramente” pop, perfettamente in linea con i personaggi e con l’universo che li circonda. Ne nasce un film fluido e godibilissimo, che privilegia il ritmo e l’energia, lasciando emergere con naturalezza i temi da sempre centrali nel cinema del regista: il peso dei legami familiari, l’ambiguità dello showbusiness, le fratture generazionali e il ritratto di una società cinica, tutta concentrata sul proprio tornaconto, incarnata da una metropoli tanto scintillante quanto disumanizzata.
Pur senza rinunciare a una dimensione dichiaratamente ludica, Highest 2 Lowest riesce a essere coerente e riconoscibile, sostenuto da una messa in scena sicura e da un cast solido. Denzel Washington offre una prova carismatica e controllata, che funge da perno emotivo dell’intero racconto, mentre la colonna sonora contribuisce a rafforzare l’identità pulsante e urbana del film. Anche i numerosi rimandi interni alla filmografia di Lee si inseriscono come segni di continuità autoriale, rafforzando l’idea di un’opera che dialoga apertamente con il suo cinema e con il suo immaginario.
Senza ambire a riscrivere la storia del thriller, Spike Lee firma un lavoro compatto e divertente, capace di aggiornare un grande classico senza tradirne lo spirito, confermando ancora una volta la sua abilità nel fondere intrattenimento, commento sociale e stile personale. Presentato fuori concorso al Festival di Cannes.
Voto: ★★/☆☆☆☆
MAGELLAN
Autore di riferimento assoluto del cinema d’essai contemporaneo, Lav Diaz torna a confrontarsi con la Storia e con le tragedie dell’umanità, raccontando eventi passati che parlano con forza anche al presente. Pur spostando il focus al di fuori delle Filippine, Diaz costruisce un affresco potente, intriso di un nitido messaggio anticolonialista, lontano da qualsiasi celebrazione romantica delle imprese storiche. La critica al potere e a ogni forma di sopraffazione si riflette sul contemporaneo, mentre la follia imperialista, giustificata in nome di un disegno superiore, suona come un ammonimento universale destinato a perpetuarsi nel tempo.
Il Magellano interpretato da Gael García Bernal è un umanista in continuo confronto con il mondo e con se stesso, immerso in un’atmosfera decadente in cui la morte sembra sempre in agguato. Diaz affianca alla prospettiva dei colonizzatori quella degli oppressi, vittime innocenti di un destino crudele, i cui corpi disseminati nella natura selvaggia diventano immagini di rara intensità e forza visiva.
Per la prima volta in lingua portoghese e spagnola, Diaz abbandona il consueto bianco e nero in favore di un uso del colore straordinariamente pittorico, valorizzato dal lavoro sul set di Albert Serra in Spagna. Alcune sequenze, come la lunga e imponente scena fissa della morte di Magellano, raggiungono vertici di cinema memorabili, confermando la maestria del regista nel costruire immagini potenti e coinvolgenti.
Seppur di breve durata per gli standard di Diaz, la versione presentata al Festival di Cannes 2025 – due ore e trenta minuti, frutto di significativi tagli – riduce inevitabilmente la forza derivante dalla dilatazione temporale che caratterizza il suo cinema. Non sorprende, quindi, che il montaggio finale non sia stato approvato dal regista, il quale aveva già pronto in post-produzione il suo piano originale di nove ore. Un’opera, comunque, che testimonia ancora una volta la capacità di Diaz di fondere Storia, etica e poesia visiva in un racconto di straordinaria profondità.
Voto: ★★★/☆☆☆☆
