Cannes 2025: PARTIR UN JOUR e TWO PROSECUTORS
di Simone Soranna
Partir un jour
Riprendendo le suggestioni di un suo cortometraggio già premiato con il César nel 2023, Amélie Bonnin compie il passaggio al lungometraggio di finzione spostando lo sguardo dall’universo maschile a quello femminile e scegliendo la forma della commedia musicale per interrogare nostalgia, memoria e ferite mai davvero rimarginate, che continuano a farsi sentire anche oltre la soglia degli “anta”. Partir un jour adotta un tono volutamente irregolare, vitale, attraversato da un gusto per l’ibridazione dei generi e da una vocazione alla tragicommedia esistenziale, mettendo al centro innanzitutto la relazione padre-figlia e provando a restituire il ritratto – come dichiarato dalla regista – di “una generazione di uomini a cui non è mai stato insegnato a esprimere le proprie emozioni”.
Il film procede con energia ma senza una vera solidità strutturale, affidando molto della propria forza alla componente musicale: i numeri cantati, inseriti come contrappunto continuo alla narrazione, costituiscono l’elemento più riuscito e identitario dell’operazione. La colonna sonora, vero motore emotivo del racconto, attraversa registri e decenni, accostando figure segnate da un’intensità malinconica come Dalida e Claude Nougaro (Cécile, ma fille), l’inevitabile passaggio dai 2Be3 – il cui brano Partir un jour dà titolo al film – fino ad arrivare a Stromae e alla sua Alors on danse.
Il cuore tematico resta quello dei legami spezzati con il passato, da affrontare e rimettere insieme per tentare una riconciliazione con se stessi, quasi fosse una seduta medianica con i fantasmi di un tempo rimosso. A funzionare solo parzialmente è però l’uso insistito del canto come dispositivo di rottura delle convenzioni narrative e l’alternanza di registri che finisce per rendere il racconto instabile: partire equivale sì a una piccola morte, ma anche a una possibile rinascita, concetto ribadito con una certa insistenza.
Spicca la prova di Juliette Armamet, convincente nei panni di una chef reduce dalla vittoria a Top Chef!, mentre il resto del cast sostiene il film con eleganza e leggerezza – incluso il padre, capace di cantare mentre pela patate e di attraversare il ridicolo senza timori – pur risentendo talvolta di una direzione non sempre precisa. La messa in scena insiste su una contrapposizione piuttosto esplicita tra passato e presente, tra la presunta purezza di valori “di una volta”, incarnati dalla cucina tradizionale francese, e il caos emotivo e relazionale del contemporaneo, così come risultano affrettati gli snodi legati al tema della maternità. Più riuscito, invece, il finale ambientato sul treno, di notevole delicatezza poetica.
Presentato con una scelta coraggiosa come film d’apertura del 78° Festival di Cannes e distribuito contemporaneamente nelle sale francesi, Partir un jour segna anche un primato simbolico: è il primo lungometraggio diretto da una donna ad inaugurare ufficialmente la storica rassegna della Croisette.
Voto: ★★/☆☆☆☆
Two Prosecutors
Tornando alla fiction con il suo quinto lungometraggio non documentaristico, Sergei Loznitsa riafferma con decisione il proprio sguardo implacabile sulla Storia, riportandoci dritti – senza filtri né attenuanti – nella Russia delle grandi purghe staliniane. Dopo l’esordio nella finzione con My Joy nel 2010, il cineasta ucraino adatta il romanzo omonimo di Gueorgui Demitov, fisico e sopravvissuto ai gulag, costruendo un racconto che segue l’itinerario di un giovane procuratore appena nominato, deciso a incontrare un detenuto vittima degli abusi della polizia segreta. Ne nasce un film asciutto e implacabile, un esercizio di rigore che si muove all’interno delle pieghe di un potere cieco e feroce, fondato sulla repressione sistematica e sulla violenza come strumento ordinario di governo.
Le dinamiche di coercizione messe in scena risultano oggi difficili da confinare al solo passato: è inevitabile cogliere risonanze con la Russia contemporanea, soprattutto alla luce dell’era putiniana e della guerra russo-ucraina, conflitto che Loznitsa aveva già osservato e in parte prefigurato nel suo lavoro documentaristico. Reduce da The Invasion (2024), diario della quotidianità ucraina sotto le bombe, il regista aggiunge così un nuovo tassello alla sua lunga e coerente indagine sulle rovine morali, politiche e simboliche dell’ex blocco sovietico. L’attacco al comunismo storico è frontale, senza indulgenze né timori reverenziali, e si estende tanto alle sue derive burocratiche quanto alle sue distorsioni nell’amministrazione della giustizia, colpendo senza esitazione anche l’iconografia sacralizzata di Lenin.
Numerose le sequenze di grande forza visiva, costruite attraverso un controllo rigorosissimo dell’inquadratura: l’uso dell’immagine è calcolato, simmetrico, spesso di una compostezza quasi pittorica, come se ogni scena fosse il risultato di un preciso progetto estetico-formale. Tuttavia, proprio questa tensione verso il controllo assoluto finisce talvolta per irrigidire il disegno complessivo. La messa in scena, pur coerente con la brutalità del mondo rappresentato, risulta a tratti eccessivamente schematica, appesantita da una scrittura narrativa piuttosto prevedibile e da dialoghi che non sempre riescono a restituire una piena verosimiglianza, dando l’impressione di una rielaborazione meccanica della realtà storica.
Resta comunque significativa la forza della denuncia storico-politica, sostenuta da un cast solido e da un lavoro visivo tutt’altro che trascurabile: la composizione dei campi lunghi, l’attenzione alla profondità di campo e ai dettagli contribuiscono a costruire un universo oppressivo e paranoico, nonostante una stilizzazione talvolta ridondante. L’approccio generale, sospeso tra astrazione e automatismo, richiama per certi versi il cinema più tardo di Manoel de Oliveira e genera una tessitura visiva – nel formato chiuso e claustrofobico dell’1.33:1 – che sembra guardare anche a un immaginario letterario kafkiano.
Non a caso tornano alla mente le parole pronunciate dallo stesso Loznitsa a proposito del suo debutto: «Volevo fare un film d’amore, ma come succede spesso con i russi, qualunque sia il tuo progetto, finisci con un kalashnikov». Una dichiarazione che sembra adattarsi perfettamente anche a questo nuovo capitolo della sua filmografia, presentato in Concorso al Festival di Cannes 2025.
Voto: ★★★/☆☆☆☆
