Cannes 66 – Giorno 7. La grande bellezza del cinema italiano con l’attesissimo film di Sorrentino, ma anche Valeria Bruni Tedeschi e Steven Soderbergh

la-grande-bellezza-locandinaLA GRANDE BELLEZZA di Paolo Sorrentino

Scritto da Nicolò Barretta

La grande bellezza (sesto lungometraggio di Paolo Sorrentino) è quella di avere assistito a qualcosa di enorme e potente, un film destinato a suscitare dibattiti e riflessioni di ogni sorta.

Perché mai come in questo film, il regista napoletano si protende così avanti, allungando per certi versi la sua mano allo spettatore, conducendolo nei meandri di quello che è un affresco sociale frenetico e lussurioso, fiammeggiante e indecifrabile, che trova nel giornalista specializzato in costume e società Jep Gambardella alias Toni Servillo la maschera perfetta per raccontarlo e scardinarlo. Un mondo, quello della dolce vita romana contemporanea, contrassegnato da party sfrenati (dove i pettegolezzi sono all’ordine del giorno) che il regista de Il Divo intesse con dirompente maestria registica e visiva.

Quello che più colpisce de La grande bellezza è che ogni singola frase è dotata di significato utile a decifrare una porzione di testo, mentre un semplice sguardo, gesto o battuta di un personaggio suscita emozioni contrastanti: riso, ilarità, malinconia, desolazione. Sorrentino immortala con toni volutamente eccessivi e sberleffi ironici una società che ha smesso di fare progetti e che si è adagiata ormai da tempo su un evanescente letto di piume dorate. Con quest’opera, inoltre, Sorrentino aggiunge al suo curriculum un altro talento ovvero quello di sapere tenere unito un gruppo di attori variegato: se per Servillo ormai gli aggettivi sono esauriti e non resta che incoronarlo direttamente migliore attore del Festival, le sorprese arrivano da una Sabrina Ferilli che calza alla perfezione il vestito cucitole su misura dal sarto Sorrentino, dimostrando una naturale predisposizione per la parte.

Come tutte le opere di statura superiore alla media, La grande bellezza assurgerà a modello filmico da cui trarre ispirazione e insegnamenti per le generazioni future.

 

Voto: 4/4

 

UN CHATEAU EN ITALIE di Valeria Bruni Tedeschi

Scritto da Nicolò Barretta

Valeria Bruni Tedeschi alla sua terza opera da regista dopo E’ più facile per un cammello (2003) e Actrices (2007), porta in concorso a Cannes una storia familiare dal sapore autobiografico, mettendo in scena le vicende di una famiglia altolocata che durante gli anni di piombo si è dovuta trasferire in Francia, trovandosi ora a dovere gestire la vendita di un magnifico castello in Italia (da qui il titolo). Sullo sfondo irromperanno storie d’amore tormentate, malattie, rapporti sociali, che porteranno i personaggi a confrontarsi con le proprie fragilità.

Se la trama poteva far presagire a un film intimo e delicato, il risultato purtroppo non è neanche avvicinabile alle più rosee aspettative: la sorella della ex première dame imbastisce un coacervo di situazioni macchiettistiche, affrontando temi importanti come la crisi delle relazioni umane e il desiderio di maternità in modo superficiale e maldestramente sopra le righe, tanto che in molte sequenze si tocca il comico involontario (vedere per credere la scena in cui la protagonista si avvinghia a una sedia perché la superstizione napoletana dice che aumenti la fertilità). Ma il vero e proprio tasto dolente è l’aspetto della recitazione: se già i personaggi sono tratteggiati dalla Bruni Tedeschi con leggerezza al limite del bozzetto, gli attori che ne prestano le fattezze sono inadeguati. Su tutti un Filippo Timi completamente fuori parte, eccessivo e a tratti insopportabile, che sembra ormai aver perso lo slancio che caratterizzava i suoi primi ruoli. Dulcis in fundo, se le intenzioni della regista erano quelle di omaggiare la sua terra natia, la rappresentazione che offre dell’Italia e del Meridione in particolare, è da cartolina turistica zeppa di luoghi comuni e stereotipi.

Un film del quale non si sentiva il bisogno e che si candida alla Palma di più brutto del concorso.

Voto: 1/4

 

 

BEHIND THE CANDELABRA di Steven Soderbergh

Scritto da Andrea Chimento

Altra opera molto attesa del concorso è Behind the Candelabra, film pensato per la tv e prodotto dalla HBO.«Il film era inizialmente previsto per un’uscita cinematografica, ma la storia era troppo gay per gli studios di Hollywood». Parola di Steven Soderbergh che ha dichiarato di voler abbandonare il cinema dopo questo lungometraggio per dedicarsi al teatro e alle serie TV.

La pellicola è incentrata sulla tormentata relazione sentimentale tra Liberace (Michael Douglas), celebre pianista statunitense nato a Milwaukee nel 1919 e morto a Palm Springs nel 1987, e il suo giovane amante Scott Thornson (Matt Damon). Ambientato nella seconda metà degli anni ’70, il film, ispirato alle memorie dell’artista, va al di là del semplice biopic, restituendo in modo efficace l’atmosfera goliardica e stravagante al limite del kitsch dell’epoca, concentrandosi in particolare sullo stile di vita e sulla parabola artistica di Liberace, vittima di un inesorabile declino, simboleggiato dalla minaccia dell’Aids, dopo aver assaporato i fasti della popolarità.

Previsto per il 2008 ma rinviato per consentire a Michael Douglas di curarsi dal tumore alla golache lo aveva colpito, il film, nonostante si avvalga di due protagonisti in gara di bravura, capaci di calarsi alla perfezione in una realtà psichedelica ricostruita con un notevole gusto per il dettaglio, non riesce a coinvolgere e appassionare come dovrebbe: Soderbergh, virtuoso della macchina da presa, dopo le efficaci suggestioni stilistiche proposte in Magic Mike e Effetti collaterali, si accomoda su una messinscena piatta e convenzionale che non valorizza fino in fondo un materiale narrativo a disposizione. Tutto funziona, ma era lecito aspettarsi qualcosa di più. Peccato.

Voto: 2,5/4