Ink, la recensione del film di Danny Boyle

Di Francesco Pozzo

Chi ben comincia è a metà dell’opera, motivo per cui, se così è, Venezia 83 sarà una catastrofe.

Ink, film d’apertura di un concorso che per tante ragioni si prospetta già sulla carta (molto) fiacco, non ultimo per il rifiuto ormai secco e sonoro degli studios di portare i film al Lido temendo fragorose débâcle (Joker: Folie à Deux: anyone?), è, come previsto, la solita bazzecola effettistica cui Danny Boyle ci ha da lustri abituati (non è mai stato un asso: e il suo unico titolo rilevante – ed emozionante -, il solo in cui il piegamento della tecnologia è funzionale al cinema e quindi all’investigazione dell’umano, resta tutt’oggi Steve Jobs).

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Paper Tiger di James Gray, la recensione

di Valeria Morini

Dopo un percorso cinematografico che l’ha portato a spaziare tra generi e confini, dall’avventura con Civiltà perduta ai viaggi interstellari di Ad Astra passando per il dramma in costume di C’era una volta a New York, James Gray ha sentito evidentemente un forte richiamo delle proprie origini. Se già con l’autobiografico Armageddon Time era rientrato nel suo Queens, Paper Tiger segna il ritorno agli stilemi del noir con venature da gangster movie, quello di Little Odessa, The Yards e I padroni della notte. Il film ha concorso al Festival di Cannes 2026 e successivamente è stato proiettato a Locarno dove Gray ha ricevuto il Pardo d’Oro alla carriera.

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Locarno Film Festival 2026, i vincitori: Pardo d’oro a You Don’t Belong Here

Il 79esimo Locarno Film Festival incorona con il Pardo d’oro You Don’t Belong Here (Nu e locul tau aici) di Florin Șerban, ribadendo l’ottimo stato di salute del cinema romeno dopo la Palma d’oro per Fjord a Cannes. Dramma incentrato sul rapporto tra un padre e un figlio, il film è stato premiato dalla giuria ufficiale del Concorso Internazionale “per la forza della sua sceneggiatura, la singolarità della sua visione e la straordinaria padronanza del linguaggio cinematografico”. Da notare il premio alla nostra Monica Bellucci, che fa rientrare anche l’Italia tra i premiati per la sua interpretazione in Ketticè di Giovanni Tortorici.

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Frank & Louis di Petra Volpe, la recensione

di Valeria Morini

Petra Volpe, regista svizzera nota soprattutto per L’ultimo turno, sul frenetico e stressante lavoro di un’infermiera, gira il suo primo film in lingua inglese portandoci stavolta tra le mura di un carcere americano. La prospettiva è però qualcosa di sostanzialmente inedito rispetto ai classici prison movie cui ci ha abituato tanto cinema e tv: Frank & Louis, presentato in anteprima nella Piazza Grande del Locarno Film Festival 2026, parla dei detenuti affetti da malattie come demenza senile e morbo di Alzheimer, a loro volta curati da altri carcerati.

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I film più attesi di Locarno 2026

A cura di Valeria Morini

Con i suoi 233 titoli, il 79esimo Locarno Film Festival schiera un programma che mixa cinema d’autore a omaggi a Darren Aronofsky, Isabella Rossellini, Asia Argento e Rick Baker, senza dimenticare la retrospettiva sulla Hollywood Blacklist americana (con titoli come Mezzogiorno di fuoco, Fronte del porto, Le forze del male, L’amante indiana). Non scordiamo poi i grandi classici che avranno spazio sull’enorme schermo di Piazza Grande: Cuore selvaggio di David Lynch, Balla coi lupi di Kevin Costner e Taxi Driver di Martin Scorsese. Andiamo però a esplorare i titoli inediti più attesi della kermesse guidata dal direttore artistico Giona A. Nazzaro.

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Mostra di Venezia 2026, il programma: 5 italiani in concorso, torna Nanni Moretti

Alberto Barbera ha annunciato i titoli della 83esima Mostra di Venezia, al Lido dal 2 al 12 settembre 2026. Ben cinque sono i titoli italiani che concorrono al Leone d’oro (tra cui spicca il ritorno dopo oltre 30 anni di Nanni Moretti), ma il Concorso comprende anche autori come Werner Herzog, Shinya Tsukamoto, Stéphane Brizé, Hirokazu Koreeda. Si apre con Ink di Danny Boyle (sulla storia del Sun e di Murdoch), si chiude con Dio ride di Giovanni Veronesi. I Leoni alla carriera saranno assegnati a George Clooney ed Ellen Burstyn.

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Locarno Film Festival 2026, il programma

Annunciato il programma del 79esimo Festival di Locarno, tra i grandi titoli di Piazza Grande, il concorso e i tanti ospiti. Tra i premiati, Isabella Rossellini, Darren Aronofsky, Rick Baker, Virginie Efira e Asia Argento. La retrospettiva sarà Red & Black – La sinistra hollywoodiana e la lista nera, dedicata a titoli di cineasti e sceneggiatori vittime della caccia alle streghe ai tempi del maccartismo. L’appuntamento è dal 5 al 15 agosto 2026.

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Le bambine di Valentina e Nicole Bertani, la recensione: un promettente esordio che omaggia gli anni 90

di Valeria Morini

Dopo gli anni 70 e gli 80, il revival dei 90 è il nuovo trend del grande schermo (e di quello piccolo: pensiamo ad Hanno ucciso l’Uomo Ragno e al suo sequel Nord Sud Ovest Est). Un passato vicino e ancora vivido, eppure per certi versi lontano anni luce: pre-social, pre-smartphone, pre-Google, genuino e materialista. Un esempio è Le bambine, opera prima di finzione delle sorelle mantovane Valentina e Nicole Bertani. La prima aveva già diretto il documentario La timidezza delle chiome sui gemelli Benjamin e Joshua Israel, che hanno un piccolo ruolo anche in questo film.

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Amarga Navidad di Pedro Almodovar, la recensione

di Valeria Morini

Amarga Navidad è un Natale amaro, come il titolo della canzone di Chavela Vargas, leggendaria cantante messicana la cui voce appare nelle scene più riuscite del 25esimo film di Pedro Almodóvar. C’è ben poco di atmosfera natalizia ma molta amarezza e malinconia in un’opera, presentata in concorso al Festival di Cannes 2026, che è una sorta di autoconfessione del regista spagnolo tanto da fargli ammettere che è “film dove sono stato più impietoso verso me stesso”.

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Festival di Cannes 2026, i vincitori: Palma d’oro a Fjord di Cristian Mungiu

Si è tenuta la cerimonia di premiazione al 79esimo Festival di Cannes, con Cristian Mungiu che conquista la sua seconda Palma d’oro in carriera con Fjord, a 19 anni da quella vinta con 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni. Questi i vincitori incoronati dalla giuria guidata da Park Chan-wook e formata da Diego Céspedes, Isaach de Bankolé, Paul Laverty, Demi Moore, Ruth Negga, Stellan Skarsgård, Laura Wandel, Chloé Zhao. Dopo quelle a Peter Jackson e a John Travolta, è stata inoltre assegnata la Palma d’onore anche a Barbra Streisand, assente però alla cerimonia e celebrata da Isabelle Huppert.

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E i figli dopo di loro, la recensione del potente coming of age di Ludovic e Zoran Boukherma

di Valeria Morini

La giovinezza raccontata in quattro atti: quattro estati roventi, violente e romantiche tra il 1992 e il 1998. Il quarto film dei gemelli registi Ludovic e Zoran Boukherma (nati proprio nell’anno in cui inizia la pellicola) è un adattamento del romanzo di Nicolas Mathieu, un bildungsroman di feroce intensità e malinconica nostalgia presentato in concorso alla Mostra di Venezia 2024 dove il giovane protagonista Paul Kircher (bravissimo, già capace di regalare un’ottima interpretazione in The Animal Kingdom) ha vinto il Premio Marcello Mastroianni come talento emergente.

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Far East Festival 26: la Grande Onda

di Giulia Pugliese

Partendo dalle parole degli organizzatori: «Numeri solidi, entusiasmo diffuso e una sensazione condivisa: il festival ha raggiunto un equilibrio maturo tra qualità cinematografica, partecipazione popolare e impatto sul territorio». Si può assolutamente dire che, dopo l’edizione fallimentare dell’anno scorso, il Far East Film Festival si sia ripreso appieno, dimostrando che anche un festival già consolidato deve porsi delle domande e variare.

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FEFF 2026, la recensione di Tunnels: Sun In The Dark

di Valeria Morini

Da Il cacciatore ad Apocalypse Now, da Full Metal Jacket a Platoon, per anni il cinema ci ha raccontato quella tragica e violenta pagina storica che è stata la guerra del Vietnam. In molti casi, come quelli citati, lo ha fatto con film di altissima qualità che rientrano tra i massimi capolavori del genere bellico, e non solo. Quasi sempre ha ritratto il conflitto con tutta la sua atrocità e i suoi orrori oltre la retorica patriottica (“Ogni grande film di guerra è un film contro la guerra”, diceva del resto Michael Cimino), spesso attaccando apertamente e aspramente la politica americana o comunque raccontando il conflitto in modo disincantato e critico anche quando trattato in modo più leggero (Good Morning Vietnam, Forrest Gump) o defilato (Rambo). In ognuno di questi film, tuttavia, il punto di vista è sempre stato quello dei soldati americani, con i guerriglieri Viet Cong lasciati sullo sfondo, mere comparse e nemici senza nome in una guerriglia tra foreste e paludi. Tunnels: Sun In The Dark, presentato al Far East Film Festival, ci mostra invece, finalmente, la guerra dal punto di vista del Fronte di Liberazione Nazionale, concentrandosi in particolare su un gruppo di combattenti stanziati in uno dei tunnel sotterranei che sono stati elemento chiave dell’azione bellica contro Usa e Vietnam del Sud.

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Desiderio e paure nelle Filippine del 1981: In The Wink Of An Eye di Mike De Leon e Macho Dancer di Lino Brocka

di Giulia Pugliese

Il cinema filippino ha una lunga storia: nasce già ai tempi del muto e trova la sua età dell’oro negli anni ’50. È un’industria dove prodotti commerciali e d’autore si alternano, dove c’è ampio respiro per il racconto del presente, della società e anche per un cinema differente dalle logiche occidentali e dalle narrazioni convenzionali, oltre che per parlare della storia pesante del Paese. Le Filippine, dopo la dominazione coloniale di Spagna e Stati Uniti, hanno subito la dittatura di Fernando Marcos e la successiva legge marziale; ad oggi è ancora un paese con una forte migrazione e con molte disuguaglianze al suo interno, come ha raccontato il film Filipiñana, presentato al Far East Film Festival 2026.

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FEFF 2026, la recensione di Blades of The Guardians: Wind Rises in the Desert di Yuen Woo-ping

“Come posso far sbocciare i fiori, se non riesco a salvare neanche una vita?”

Yuen Woo-ping, oltre la sua storia hollywoodiana e oltre le arti marziali, è un uomo di cinema e lo dimostra con Blades of The Guardians: Wind Rises in the Desert, che unisce il cinema di Hong Kong al western, tratto da una serie cinese a fumetti, Biao Ren. Il film di Yuen Woo-ping ha un immaginario, dei personaggi e una grana dell’immagine degni degli spaghetti western; numerosi i riferimenti a Sergio Leone, tra cui inquadrature e vere e proprie scene riprese dai suoi film, come la famosa scena in cui Armonica di C’era una volta il West tiene le gambe del fratello perché non muoia impiccato.

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FEFF 2026, la recensione di Linka Linka

di Giulia Pugliese

“I film sono sempre più belli della vita reale”

Del Tibet sappiamo poco, è un Paese dalla storia travagliata per le questioni politiche con la Cina.
La sua cinematografia non è molto nota, alcuni film importanti sono riusciti ad attraversare i
confini, come Jinpa di Pema Tseden, che ha vinto alla Mostra del Cinema di Venezia del 2018,
nella sezione Orizzonti come miglior sceneggiatura, e Tharlo dello stesso regista che è stato
selezionato nel 2015 al Festival di Locarno.

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FEFF 2026, la recensione di Ciao UFO di Patrick Leung

di Giulia Pugliese

“Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a 12 anni. Gesù, ma chi li ha?” Stand by Me


I protagonisti di Ciao UFO, Kin, Hoy e Heem condividono un’esperienza da bambini, pensano che il loro legame durerà per sempre e che quel vissuto extraterrestre li renda diversi da tutti gli altri. Nella vita spesso si pensa di essere speciali e destinati a grandi cose, ma in realtà l’età adulta ci piega a certe consapevolezze e compromessi. Di questo parla Ciao UFO. Tuttavia, anche grazie alla fantasia e ritagliandosi delle piccole bolle di gioia, si ritorna alla spensieratezza di quando si era bambini.

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FEFF 2026, la recensione di A Foggy Tale di Chen Yu

di Giulia Pugliese

“Dove saremmo tra 5 anni?”

È difficile per noi occidentali essere informati sulla storia dei Paesi asiatici, per fortuna il Far East Film Festival permette di approfondire attraverso film storici che parlano di questo. Quest’anno si è parlato infatti della storia recente della Corea con The Seoul Guardians e delle conseguenze del trattato anglo-siamese nei territori di confine tra la Malesia e la Thailandia, in Mother Bhumi.

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FEFF 2026, Speciale Koji Yakusho: The Woodsman and The Rain di Okita Shuichi

di Giulia Pugliese

“Quell’albero ha all’incirca la tua età, mentre quello che vedi accanto ha all’incirca la mia”
“Non mi sembra ci sia tanta differenza” “Perché gli alberi diventano adulti dopo i 100 anni”

The Woodsman and The Rain porta in scena due personaggi apparentemente molto diversi, ma che trovano un punto di contatto nel cinema. Koichi è un giovane aspirante regista che sta girando il suo primo film, in una zona boscosa del Giappone, non pensa di avere le carte per farlo, tanto che cerca pure di scappare dal set, non sa come rapportarsi con gli attori, i membri dello staff ed è insicuro quando li dirige. L’incontro con Katsu, vecchio boscaiolo sessantenne, gli permetterà di cambiare la concezione di se stesso.

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FEFF 2026, la recensione di All Greens di Koyama Takashi

di Giulia Pugliese

“Marzo la pianti e aspetti che spunti
Aprile la bagni e cresce
Da maggio a settembre le vedi fiorire
A ottobre raccogli e puoi dire
“L’ho coltivata io
Non me ne pento neanche un po’!”

Punkreas


Spesso Hollywood copia o meglio ruba dai film giapponesi: questa volta All Greens attinge dal cultura e dal cinema americano, con tanto di musica rap e un bellissimo gruppo di eroine sconsiderate. La provincia giapponese, come fosse la provincia americana, non luogo di calore, famiglie felici e tradizione, ma viene rappresentata come spazio, specie per le donne, di marginalità, solitudine e violenza.

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FEFF 2026, la recensione di Number One di Kim Tae-yong

di Giulia Pugliese

“Qual è il piatto che vorresti mangiare prima di morire?”

Number One è un film bizzarro, alterna commedia, dramma ed elementi fantastici. Ci parla di un mondo ossessionato dal cibo, ma anche dell’incapacità di volersi bene senza ferirsi. Trova la sua forza nei due interpreti principali Choi Woo-shik e Jang Hye-jin, il figlio e la madre della famiglia povera di Parasite, che anche in questo film si confermano degli ottimi attori.

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FEFF 2026, la recensione di The King’s Warden 

di Valeria Morini

Dopo un periodo di enorme crisi al botteghino, il cinema coreano è tornato ad attirare le masse nelle sale nazionali con il grandioso successo di The King’s Warden. Un film che ha le carte in regola per piacere al grande pubblico locale: rielaborazione di una pagina storica del lontano passato, struttura imponente con scenografie e costumi curatissimi, atmosfera tra l’epico e il comico che alleggerisce il tutto per la gioia degli spettatori meno impegnati.

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FEFF 2026, la recensione di The Snowball on the Sunny Day di Philip Yung

di Giulia Pugliese

The Snowball on the Sunny Day è una commedia leggera che unisce risate e buoni sentimenti, con un’ottima idea centrale: una giovane ragazza squattrinata, Sunnie Lami, vive con la nonna, a cui è molto affezionata. Ogni anno l’anziana signora gioca sempre gli stessi numeri alla lotteria durante il capodanno lunare. La ragazza si dimentica di giocare i numeri, perché la sua vita è troppo caotica, e quando i numeri della nonna si scoprono essere i vincenti, dovrà tessere una tela di bugie per non deludere la sua famiglia.

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FEFF 2026, la recensione di We are Nothing At All di Herman Yau

di Giulia Pugliese

“Se decidessi di ucciderti verrei con te”


We are Nothing At All di Herman Yau è un thriller ben costruito e orchestrato che però si perde in tematiche di emarginazione ed eccessivo dramma. Il regista, veterano del genere di Hong Kong, partendo da una storia vera, costruisce un castello di carte legato a un possibile attentato, dove tutto sembra qualcosa che non è.

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FEFF 2026, la recensione di 5 Centimeters Per Second di Okuyama Yoshiyuki

di Giulia Pugliese

“Non mi servono 50.000 parole, me ne basta una”

5 centimeters per second è il tempo di caduta dei fiori di pesco e della neve, un’immagine poetica
che pervade tutto il film. L’opera è un live action della trilogia anime giapponese con lo stesso nome, è ampiamente esistenzialista e malinconica, mette avanti la bellezza della natura e dello spazio per dimostrarci che gli incontri della vita possono cambiarci, ma a volte in maniera opposta.

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FEFF 2026, la recensione di Dopamine

di Valeria Morini

Malik e Alya sono i classici sposini innamorati che potrebbero essere felici se non fosse per le pressioni della società e i rovesci della fortuna. Lui è disoccupato da un anno, ha accumulato debiti giganteschi e le difficoltà a tirare avanti crescono ogni giorno. La svolta del tutto inaspettata si presenta un giorno alla loro porta nelle sembianze del misterioso Arief, che aiuta Malik quando questi buca una gomma. Accolto in casa come ospite, il giorno dopo riserva una curiosa sorpresa ai due coniugi: lo trovano morto, con una montagna di soldi che i due pensano di tenersi, finendo però con il cacciarsi nei guai.

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FEFF 2026, la recensione di Kung Fu di Giddens Ko

di Giulia Pugliese

“Inchinati e chiedimi di diventare il tuo maestro per insegnarti il vero kung fu”

Come reagireste se un barbone vi chiedesse se volete apprendere il vero kung fu e di inchinarvi a lui per farlo diventare il vostro maestro? Probabilmente, come il protagonista del film, scappereste via spaventati. Kung Fu è un’enorme mash-up, un’ibridazione e una citazione di film: i film sulle arti marziali non possono e non vogliono più essere quelli degli anni ’80 e ’90, quindi perché non ibridarli con il fantasy, il wuxia, il fumetto, la rom-com, il melodramma, il videogioco e la commedia demenziale?

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FEFF 2026, Speciale Koji Yakusho: Under the Open Sky di Nishikawa Miwa

di Giulia Pugliese

“Noi andremmo incontro al nostro destino, ma almeno tu potrai stare sotto il cielo aperto”

Un problema molto forte in Giappone è lo stigma sociale e la discriminazione: se non si è dei cittadini perfetti, si rischia di rimanere al di fuori della società. Il film si interroga su come un vecchio detenuto possa essere reintegrato nella comunità dopo aver vissuto gran parte della vita in prigione. Koji Yakusho sembra essere affezionato ai ruoli degli ex prigionieri che faticano ad avere una vita normale fuori dal carcere; anche in L’anguilla di Shōhei Imamura interpretava un personaggio simile. Se però il personaggio del film di Imamura era schivo, taciturno, sicuro di voler rientrare nella società e pentito dei suoi crimini, il personaggio interpretato in Under the Open Sky, Mikami Masao, è un energico ex detenuto che si arrabbia facilmente e che spesso sembra perdere la retta via.

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Festival di Cannes 2026, il programma

Nessun italiano in concorso al 79esimo Festival di Cannes, che schiera tra i grandi nomi della competizione Pedro Almodovar, Asghar Farhadi, Hirokazu Kore-eda, Cristian Mungiu e Ryusuke Hamaguchi. Dal 12 al 23 maggio si va in scena alla Croisette, con la giuria guidata da Park Chan-wook chiamata a scegliere tra i 21 titoli in competizione (cinque quelli diretti da registe). Ma non trascuriamo le altre sezioni in cui non mancano sorprese, come il nuovo film di Ron Howard e l’esordio alla regia di John Travolta. La Palma alla carriera sarà assegnata a Barbra Streisand e Peter Jackson.

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Far East Film Festival 2026, il programma

Annunciato il programma del 28esimo Far East Film Festival, la rassegna cinematografica che anche quest’anno, dal 24 aprile al 2 maggio, porta a Udine il meglio del cinema popolare asiatico proveniente dai Paesi dell’Estremo Oriente. 76 titoli, 52 in concorso e 24 fuori concorso, provenienti da 12 nazioni. Più esattamente, 8 world premiere, 18 anteprime internazionali, 22 anteprime europee e 20 anteprime italiane sono i numeri di un festival che resta iconico nel panorama europeo. Si parte venerdì 24 aprile con il film d’apertura di Anthony Chen. Il Gelso d’Oro alla Carriera andrà al leggendario regista e coreografo di Matrix e La tigre e il dragone Yuen Woo-ping (il suo nuovo film Blades of the Guardians sarà il titolo di chiusura), alla diva cinese Fan Bingbing e all’attore giapponese Yakusho Koji, protagonista del bellissimo Perfect Days di Wim Wenders. Sarà proprio il regista tedesco a consegnare a quest’ultimoi il premio al Teatro Nuovo Giovanni da Udine. A seguire, il programma: di questi film, 14 titoli saranno disponibili anche in streaming su MYmovies.

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Bergamo Film Meeting 2026: ecco i vincitori della 44a edizione

È Porte Bagage di Abdelkarim El-Fassi (Paesi Bassi, 2025) il film vincitore della Mostra Concorso della 44aedizione di Bergamo Film Meeting. Al film, che è stato votato dal pubblico, va il Premio Bergamo Film Meeting del valore di 5.000 euro. Al contempo la giuria internazionale, composta da Gabriella Manfrè (produttrice), Patrice Toye (regista) e Miguel Valverde (direttore di IndieLisboa – International Film Festival), assegna il Premio per la migliore regia del valore di 2.000 a Der Frosch und das Wasser/The Frog and the Water di Thomas Stuber (Germania, 2025).

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Bergamo Film Meeting 2026: masterclass con Ildikó Enyedi

di Enrico Riziero

Lo sguardo di un neonato che ci guarda, che ci scruta, quindi ci sorride e rimane a contemplarci buffamente. E poi, un ginkgo biloba secolare, rigoglioso e bagnato dal sole primaverile. Con queste due immagini potentissime si apre e si chiude l’ultimo film della regista ungherese Ildikó Enyedi, dal titolo internazionale Silent Friend, al suo terzo passaggio festivaliero dopo Venezia e Trieste e a breve nelle sale italiane. Un vero e proprio inno alla vita che ha come focus di riferimento il mondo vegetale (e come l’uomo ad esso si approccia, anche goffamente) e che si “ramifica” in tre diverse linee temporali. E proprio di temi come la vita, la natura, ma anche l’evoluzione del cinema stesso, si è parlato all’interno della meravigliosa cornice della Sala Galmozzi del comune di Bergamo, proprio in concomitanza della quarantaquattresima edizione del Bergamo Film Meeting, in corso dal sette al quindici di marzo.

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Blue Moon di Richard Linklater, la recensione

di Giulia Pugliese

Nessuno mi amerà mai così tanto

Richard Linklater è uno degli autori più prolifici di un cinema americano che cerca di creare qualcosa di diverso ed è una fucina d’idee sempre nuove, che possono riuscire o meno, ma è di sicuro uno sperimentatore. Questo film è riuscito, non in toto, ma in gran parte. Va premiata questa volontà creativa di essere differente e di portare il cinema a un altro livello. Il suo rapporto con Ethan Hawke è una delle collaborazioni creative più durature e prolifiche di Hollywood, paragonabile a quella di Martin Scorsese e Robert De Niro. Ci hanno sempre regalato prodotti artistici di grande valore e, anche in questo film, l’autore e l’interprete inseriscono un nuovo tassello di grande cinema, diverso da tutto quello che hanno fatto in precedenza.

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Berlinale 2026, Speciale Generation

di Giulia Pugliese

Ghost School di Seemab Gul

212 milioni di giovani donne e bambine non riescono a frequentare la scuola, a volte neanche quella primaria per imparare a leggere e scrivere. Il Pakistan ha il più grande tasso di abbandono scolastico femminile: la mancanza d’insegnanti donne, di servizi igienici e la povertà fanno sì che moltissime ragazze pakistane non studino; questo gap poi aumenta nelle zone rurali.

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La mattina scrivo di Valérie Donzelli, la recensione

di Valeria Morini

A confermare l’ottimo stato di salute del cinema d’autore francese e la sua tendenza a parlare di temi sociali, La mattina scrivo (À pied d’œuvre) di Valérie Donzelli è una sommessa e rigorosa fotografia del mondo di oggi e di cosa significhi scegliere tra compromesso e libertà. Paul (Bastien Bouillon, attore feticcio della regista) è un fotografo freelance di successo, con ottimi guadagni. A 42 anni, decide però di mollare tutto e diventare scrittore a tempo pieno. Una scelta radicale che lo porterà a vivere in uno stato di povertà e lo spingerà a mantenersi con piccoli lavori saltuari.

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Berlinale 2026, la recensione di The Weight di Padraic McKinley

di Giulia Pugliese

L’opera, presentata nella sezione Berlinale Special Gala, prende diverse strade: il dramma, il
survival movie e il racconto storico, portando in scena una narrazione ibrida poco convincente, ma piacevole. The Weight narra di quando Franklin Delano Roosevelt, durante la Grande Depressione, decise di nazionalizzare l’oro delle miniere e dei privati per rilanciare l’economia nazionale, una storia poco narrata e che è capace di creare immaginari western e avventurosi.

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Berlinale 2026, la recensione di The Only Living Pickpocket in New York di Noah Segan

di Giulia Pugliese

“New York, I love you, but you’re bringing me down”

Il film inizia con la canzone degli LCD, canto d’amore e d’odio per la Grande Mela, come è questo film. The Only Living Pickpocket in New York è un’operazione nostalgia su un’idea di New York che non esiste più: concetti semplici ma presentati in maniera elegante, creando scatole cinesi e personaggi a cui è facile affezionarsi, sono gli elementi di forza di questo film.

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Berlinale 2026, la recensione di Saccharine di Natalie Erika James

di Giulia Pugliese

L’horror sta diventando un prodotto sempre più femminile, lo sa bene Natalie Erika James, regista australiano-americana che di horror ne ha girati diversi, sempre con protagoniste femminili e sulle ossessioni delle donne: l’invecchiamento, la famiglia e la maternità, con l’interessante esordio Relic e il troppo ambizioso Appartamento 7A, prequel di Rosemary’s Baby.

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Berlinale 2026, la recensione di A New Dawn di Yoshitoshi Shinomiya

di Giulia Pugliese

Il primo lungometraggio di Yoshitoshi Shinomiya ci parla di mondi morenti e di legami familiari, due tematiche non nuove per i film di animazione giapponesi; tuttavia, quello che stupisce di più è l’impianto pittorico dell’animazione: le sfumature di luce, le chiome degli alberi che si muovono, gli uccellini che escono da essi, i dettagli sui corpi dei protagonisti, i volti e le mani.

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Berlinale 2026, la recensione di Dust di Anke Blondé

di Giulia Pugliese

Il film inizia con la frase “forse è vero che la verità non esiste e forse va bene così”: non è chiaro come questa frase si allacci alla storia di due imprenditori, Luc e Geert, che hanno inventato un sistema vocale che permette di scrivere al computer, il futuro nonno dell’intelligenza artificiale, di Siri e di Alexa, subito quotato in borsa e voluto da tutti. Mentre la loro azienda cresce, insieme alla loro avidità, i due creano una serie di aziende fittizie con dei prestanome.

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Berlinale 2026, la recensione di A Prayer for Dying di Dara Van Dusen

di Giulia Pugliese

La regista americana, ma che attualmente vive e lavora in Norvegia, mette in scena un western
atipico e autoriale che ci parla di paure moderne: il contagio e i traumi da disordine post-traumatico
dovuto alla guerra. Dara Van Dusen racconta questo attraverso una narrazione legata al non-sense, all’assurdo e allo straniamento che ritroviamo nei film di Martin McDonagh, una versione western di The Banshees of Inisherin, con due protagonisti eccellenti come l’attore Johnny Flynn, vera scoperta del film e già visto nella serie Netflix Ripley, e John C. Reilly.

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Berlinale 2026, la recensione di The Blood Countess di Ulrike Ottinger

di Giulia Pugliese

Ulrike Ottinger crede nelle immagini, raffigurazioni che crea lei, nata come fotografa; nella sua filmografia ha messo al centro la narrazione visiva. Nei suoi film la trama non esiste: le sue opere ricreano immaginari mischiando novità, surrealismo, immagini vive, pescando dall’arte, dalla moda e dalla fotografia. La regista permea le sue opere, che scrive, gira, di cui crea le scenografie e produce: opere che sono profondamente personali, uniche e diverse dal resto del cinema.

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Berlinale 2026, la recensione di We Are All Strangers di Antony Chen

di Giulia Pugliese

Il regista di Singapore rimane fedele ai temi dei legami famigliari e all’importanza dei territori liberi dalla Cina come la sua Singapore. Un film che trova il suo centro nel percorso di crescita di un ragazzo, Junyang, ma anche sul confronto generazionale, sulla lotta alla sopravvivenza, sull’importanza dell’amore e della famiglia, come luogo in cui ritrovarsi nelle diversità, anche se si è poveri e per godersi l’aria condizionata bisogna prendere l’autobus.

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Berlinale 2026, la recensione di At the Sea di Kornél Mundruczó

di Giulia Pugliese

Il regista si era distinto per i suoi racconti non convenzionali sulla società ungherese in White God e sul dramma dei migranti in Europa, con Una luna chiamata Europa, molla questo tipo di narrazioni per concentrarsi sul racconto dei traumi femminili, che gli hanno permesso di essere consacrato da
Hollywood, di cui utilizza i migliori volti come Vanessa Kirby in Pieces of a Woman e in questo caso una strepitosa Amy Adams.

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Berlinale 2026: la recensione di Nina Roza di Geneviève Dulude-de Celles

di Giulia Pugliese

Il film della regista canadese si domanda cosa sia l’identità, se in nome di un’omologazione culturale ci si possa dimenticare delle proprie origini e, dall’altro canto, si pone delle domande sul mondo dell’arte contemporanea, fatto di sensazionalismo e di ricerca di nuovi artisti, la cui storia possa smuovere il compratore, più che apportare un contributo alla comunità, anche se queste storie non sono genuine e le opere non sono interessanti. Sembra, dal film, che il mondo dell’arte ricerchi più storie che opere.

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I premi della Berlinale 2026: Orso d’oro a Yellow Letters

In una Berlinale segnata non solo dall’intensità dei titoli ma anche dal dibattito geopolitico, ha trionfato con l’Orso d’oro il turco-tedesco Ilker Catak insieme al suo film Yellow Letters. Questi tutti i premi assegnati dalla giuria guidata da Wim Wenders, oltre ai riconoscimenti nelle altre sezioni. Da notare la vittoria come miglior attrice di Sandra Huller, già nota al pubblico per Anatomia di una caduta e La zona d’interesse.

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Il mago del Cremlino di Olivier Assayas, la recensione

di Valeria Morini

“Il potere logora chi non ce l’ha”, sentenziava Giulio Andreotti, uno che di dinamiche politiche se ne intendeva parecchio. Effettivamente l’aforisma sembra applicarsi alla Russia, da fine anni 90 dominata da un unico personaggio, Vladimir Putin, il quale nonostante crisi interne, conflitti e oppositori regna quasi incontrastato in un Paese che nella sua lunga e affascinante quanto infelice Storia non ha mai conosciuto la democrazia. Nel bel mezzo della torbida e spietata guerra contro l’Ucraina, il regista francese Olivier Assayas ha trovato la forza e il tempismo di confezionare una sorta di “biopic romanzato” sull’ascesa al potere di Putin che è soprattutto il racconto di una Nazione lungo trent’anni.

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Sentimental Value di Joachim Trier, la recensione

di Valeria Morini

Dopo il viaggio nell’educazione sentimentale di La persona peggiore al mondo, il regista norvegese Joachim Trier ci parla della difficile ricostruzione di un rapporto famigliare in Sentimental Value, dove la sua attrice feticcio Renate Reinsve è affiancata da due superstar come il granitico ed eclettico svedese Stellan Skarsgård e l’americana Elle Fanning.

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No Other Choice – Non c’è altra scelta di Park Chan-wook, la recensione: una black comedy sul crudele mondo del lavoro

di Valeria Morini

Grottesco, crudele, strabordante, terribilmente capace di mostrarci l’umanità in tutta la sua mediocre mostruosità: è il cinema di Park Chan-wook signore e signori, e non vi è alcun dubbio che sia uno dei più grandi registi cinematografici del terzo millennio. La sua trilogia della vendetta resta forse inarrivabile, ma il cineasta coreano continua a proporre uno stile e un linguaggio inconfondibili. A tre anni dal fiammeggiante e straordinario noir mélo Decision to Leave, Park riadatta il romanzo di Donald E. Westlake The Ax già portato sullo schermo nel 2005 con Cacciatore di teste da Costa-Gavras (cui questo film è dedicato; la vedova Michèle Ray-Gavras figura tra i produttori).

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Father Mother Sister Brother, la recensione: la famiglia secondo Jim Jarmusch

di Valeria Morini

Il cinema di Jim Jarmusch è fatto di piccole cose, quotidianità, racconti quasi privi di trama, ironia sottile e rarefatta. A sei anni dalla parentesi zombie di I morti non muoiono e a nove dall’acclamato Paterson, il regista indie americano torna un po’ alle sue origini, con un film strutturato a episodi come lo erano Mystery Train, Taxisti di notte e Coffee and Cigarettes. Al centro, la famiglia, attraverso tre nuclei in cui i rapporti tra genitori e figli sono fondati sulla distanza o sull’assenza.

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