Berlinale 2026, Speciale Generation

di Giulia Pugliese

Ghost School di Seemab Gul

212 milioni di giovani donne e bambine non riescono a frequentare la scuola, a volte neanche quella primaria per imparare a leggere e scrivere. Il Pakistan ha il più grande tasso di abbandono scolastico femminile: la mancanza d’insegnanti donne, di servizi igienici e la povertà fanno sì che moltissime ragazze pakistane non studino; questo gap poi aumenta nelle zone rurali.

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Berlinale 2026, la recensione di The Weight di Padraic McKinley

di Giulia Pugliese

L’opera, presentata nella sezione Berlinale Special Gala, prende diverse strade: il dramma, il
survival movie e il racconto storico, portando in scena una narrazione ibrida poco convincente, ma piacevole. The Weight narra di quando Franklin Delano Roosevelt, durante la Grande Depressione, decise di nazionalizzare l’oro delle miniere e dei privati per rilanciare l’economia nazionale, una storia poco narrata e che è capace di creare immaginari western e avventurosi.

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Berlinale 2026, la recensione di The Only Living Pickpocket in New York di Noah Segan

di Giulia Pugliese

“New York, I love you, but you’re bringing me down”

Il film inizia con la canzone degli LCD, canto d’amore e d’odio per la Grande Mela, come è questo film. The Only Living Pickpocket in New York è un’operazione nostalgia su un’idea di New York che non esiste più: concetti semplici ma presentati in maniera elegante, creando scatole cinesi e personaggi a cui è facile affezionarsi, sono gli elementi di forza di questo film.

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Berlinale 2026, la recensione di Saccharine di Natalie Erika James

di Giulia Pugliese

L’horror sta diventando un prodotto sempre più femminile, lo sa bene Natalie Erika James, regista australiano-americana che di horror ne ha girati diversi, sempre con protagoniste femminili e sulle ossessioni delle donne: l’invecchiamento, la famiglia e la maternità, con l’interessante esordio Relic e il troppo ambizioso Appartamento 7A, prequel di Rosemary’s Baby.

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Berlinale 2026, la recensione di A New Dawn di Yoshitoshi Shinomiya

di Giulia Pugliese

Il primo lungometraggio di Yoshitoshi Shinomiya ci parla di mondi morenti e di legami familiari, due tematiche non nuove per i film di animazione giapponesi; tuttavia, quello che stupisce di più è l’impianto pittorico dell’animazione: le sfumature di luce, le chiome degli alberi che si muovono, gli uccellini che escono da essi, i dettagli sui corpi dei protagonisti, i volti e le mani.

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Berlinale 2026, la recensione di Dust di Anke Blondé

di Giulia Pugliese

Il film inizia con la frase “forse è vero che la verità non esiste e forse va bene così”: non è chiaro come questa frase si allacci alla storia di due imprenditori, Luc e Geert, che hanno inventato un sistema vocale che permette di scrivere al computer, il futuro nonno dell’intelligenza artificiale, di Siri e di Alexa, subito quotato in borsa e voluto da tutti. Mentre la loro azienda cresce, insieme alla loro avidità, i due creano una serie di aziende fittizie con dei prestanome.

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Berlinale 2026, la recensione di A Prayer for Dying di Dara Van Dusen

di Giulia Pugliese

La regista americana, ma che attualmente vive e lavora in Norvegia, mette in scena un western
atipico e autoriale che ci parla di paure moderne: il contagio e i traumi da disordine post-traumatico
dovuto alla guerra. Dara Van Dusen racconta questo attraverso una narrazione legata al non-sense, all’assurdo e allo straniamento che ritroviamo nei film di Martin McDonagh, una versione western di The Banshees of Inisherin, con due protagonisti eccellenti come l’attore Johnny Flynn, vera scoperta del film e già visto nella serie Netflix Ripley, e John C. Reilly.

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Berlinale 2026, la recensione di The Blood Countess di Ulrike Ottinger

di Giulia Pugliese

Ulrike Ottinger crede nelle immagini, raffigurazioni che crea lei, nata come fotografa; nella sua filmografia ha messo al centro la narrazione visiva. Nei suoi film la trama non esiste: le sue opere ricreano immaginari mischiando novità, surrealismo, immagini vive, pescando dall’arte, dalla moda e dalla fotografia. La regista permea le sue opere, che scrive, gira, di cui crea le scenografie e produce: opere che sono profondamente personali, uniche e diverse dal resto del cinema.

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Berlinale 2026, la recensione di We Are All Strangers di Antony Chen

di Giulia Pugliese

Il regista di Singapore rimane fedele ai temi dei legami famigliari e all’importanza dei territori liberi dalla Cina come la sua Singapore. Un film che trova il suo centro nel percorso di crescita di un ragazzo, Junyang, ma anche sul confronto generazionale, sulla lotta alla sopravvivenza, sull’importanza dell’amore e della famiglia, come luogo in cui ritrovarsi nelle diversità, anche se si è poveri e per godersi l’aria condizionata bisogna prendere l’autobus.

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Berlinale 2026, la recensione di At the Sea di Kornél Mundruczó

di Giulia Pugliese

Il regista si era distinto per i suoi racconti non convenzionali sulla società ungherese in White God e sul dramma dei migranti in Europa, con Una luna chiamata Europa, molla questo tipo di narrazioni per concentrarsi sul racconto dei traumi femminili, che gli hanno permesso di essere consacrato da
Hollywood, di cui utilizza i migliori volti come Vanessa Kirby in Pieces of a Woman e in questo caso una strepitosa Amy Adams.

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Berlinale 2026: la recensione di Nina Roza di Geneviève Dulude-de Celles

di Giulia Pugliese

Il film della regista canadese si domanda cosa sia l’identità, se in nome di un’omologazione culturale ci si possa dimenticare delle proprie origini e, dall’altro canto, si pone delle domande sul mondo dell’arte contemporanea, fatto di sensazionalismo e di ricerca di nuovi artisti, la cui storia possa smuovere il compratore, più che apportare un contributo alla comunità, anche se queste storie non sono genuine e le opere non sono interessanti. Sembra, dal film, che il mondo dell’arte ricerchi più storie che opere.

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I premi della Berlinale 2026: Orso d’oro a Yellow Letters

In una Berlinale segnata non solo dall’intensità dei titoli ma anche dal dibattito geopolitico, ha trionfato con l’Orso d’oro il turco-tedesco Ilker Catak insieme al suo film Yellow Letters. Questi tutti i premi assegnati dalla giuria guidata da Wim Wenders, oltre ai riconoscimenti nelle altre sezioni. Da notare la vittoria come miglior attrice di Sandra Huller, già nota al pubblico per Anatomia di una caduta e La zona d’interesse.

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