La zona d’interesse, la recensione del film di Jonathan Glazer

A cura di Francesco Pozzo


“Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso.”

(Hannah Arendt)


Ci sono film dai quali si esce consapevoli di non essere più gli stessi. La zona d’interesse, monolitico oggetto liberamente tratto dal romanzo di Martin Amis, è senz’ombra di dubbio uno di questi.

Liberamente perché Jonathan Glazer (uno di quelli che, come Andrew Dominik, gira un film ogni dieci anni per rimettere puntualmente in discussione la grammatica del cinema) ha completamente scarnificato la struttura narrativa del libro (una famiglia come tante; al di là della rete, l’indicibile) per sublimare visivamente, come già in passato ma in modo ancor più asettico, radicale e meticoloso, un’astrazione (parecchie, le somiglianze col precedente Under the Skin, proprio per la metodologia con cui lavora sul perturbante attraverso la combinazione di immagine e sonoro: ormai un suo evidente tratto distintivo). E l’astrazione, questa volta, è il delicatissimo tema dell’Olocausto, che Glazer ha – per l’appunto – astratto così a fondo da rendere la sua quarta opera per il cinema più potente e scioccante di qualunque cosa finora vista, scritta, detta o concepita sulla questione.

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Foglie al vento di Aki Kaurismäki, la recensione

di Mirta Tealdi

Dopo tanti film violenti e irrilevanti, […] sono l’unico responsabile di questo catastrofico fallimento!

Ecco cosa lo stesso Aki Kaurismäki dichiara (nel suo tipico modo autoironico) del suo ultimo lungometraggio: Foglie al vento (in arrivo nelle sale italiane il 21 dicembre 2023); una commedia sentimentale e tenera in cui prevale lo stile inconfondibile e irriverente del direttore finlandese. Già presentato in concorso al Festival di Cannes, dove ha vinto il Premio della Giuria, ha avuto anche cinque candidature agli Efa.

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Le règne animal, la recensione del film di Thomas Cailley

di Valeria Morini

Bisogna dirlo: il cinema francese di questi tempi ha una marcia in più. S’impone ai festival, sorprende nelle opere d’autore, rischia affrontando con originalità il genere rendendolo metafora dei nostri tempi. Così, ormai, non stupisce neanche più che venga proprio da Oltralpe un prodotto bizzarro e coraggioso come Le règne animal, conferma di una capacità di affrontare territori nuovi senza perdere di vista lo sguardo autoriale.

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Anatomia di una caduta di Justine Triet, la recensione

di Giulia Pugliese

Monica: “Non possiamo sempre capire”. Daniel: ”Ma io devo capire”


Anatomia di una caduta inizia con una caduta di una pallina da una scala, poi si passa a una scena che, anche se non sappiamo nulla dei personaggi, ci sembra molto chiara e che poi ci verrà spiegata e scardinata diverse volte. Il film si basa sulla ricostruzione del suicidio/omicidio del marito di Sandra (l’incredibile Sandra Huller), Samuel (Samuel Theis), ma con il termine caduta ci si riferisce anche alle cadute metaforiche dei personaggi: una moglie insoddisfatta del rapporto con il marito, un marito che cova rancore per il successo della moglie e un senso di colpa nei confronti della disabilità del figlio.

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The Old Oak di Ken Loach, la recensione

Mirta Tealdi

T.J Ballantyne (Dave Turner) è il proprietario del The Old Oak, l’unico pub e unico punto di ritrovo degli abitanti di un piccolo paese del nord dell’Inghilterra (un tempo località mineraria). In paese serpeggia il malcontento da quando le autorità vi hanno spostato dei profughi siriani. Durante uno di questi arrivi, si è già riunita una piccola folla di persone che dimostrano con urla animate, anche T.J è presente e assiste alle incalzanti recriminazioni. Prima di scendere dal pulmino, una ragazza siriana fa delle foto e la persona fotografata, un tipo particolarmente aggressivo, le strappa di mano la macchina (per cancellare le immagini), che nel trambusto cade a terra e si rompe.

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Killers of the Flower Moon, la recensione del film di Martin Scorsese

A cura di Francesco Pozzo

Nascita di una nazione, Scorsese Edition.

Che possiamo dire, di Martin Scorsese? Tanto per cominciare, come ricordato giorni fa via social dall’illustre collega che non necessita d’introduzioni Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, semplicemente, è il più grande regista vivente. E già qui, potrebbe chiudersi la questione. Ma sarebbe ingiusto, perché il da poco ottantenne genio italoamericano, a differenza della stragrande maggioranza dei colleghi che s’affaccia non di rado malamente alle porte della terza età (almeno per quanto concerne la loro arte), riesce puntualmente in quel miracolo elettrizzante che accomuna invero una quantità estremamente sparuta di filmmakers: a superarsi. A far sì che noi, spettatori d’ogni latitudine, possiamo immancabilmente confidare che il film migliore sia quello che deve ancora venire.

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Asteroid City di Wes Anderson, la recensione

È un alieno-folletto Wes Anderson, proprio come uno dei personaggi del suo ultimo film Asteroid City che rappresenta un altro tassello di una filmografia così unica e personale, fatta di sfumature retro, rapporti famigliari sghembi, scenografie di cartapesta e sentimenti inespressi. Texano che vive a Parigi, re dell’estetica hipster, radunatore di cast stellari numerosi come le comparse di un kolossal, ambienta nel deserto americano questa curiosa storia di elaborazione del lutto, confronti genitori-figli, adolescenti plusdotati e microvillaggi visitati dagli Ufo, passata in concorso al Festival di Cannes 2023.

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Indiana Jones e il quadrante del destino di James Mangold, la recensione

 

“Non sono gli anni, amore, sono i chilometri”, diceva Henry Jones jr. in una celeberrima scena de I predatori dell’arca perduta che nel 1981 apriva la saga dedicata all’archeologo più famoso del grande schermo. Ora pure gli anni sul groppone sono tanti per Harrison Ford (80 all’anagrafe), che nel quinto capitolo Indiana Jones e il quadrante del destino torna per l’ultima volta nei panni di uno tra i personaggi più iconici della storia cinematografica, ennesimo tassello del grande puzzle con cui Disney riprende e riciccia la sua sterminata library. E la domanda che ci poniamo all’uscita da questo film (la stessa già sorta quando nel 2016 si iniziò a parlare di Indiana Jones 5, primo passo di una lavorazione travagliata durata sette anni): qual è il senso dell’operazione?

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Cannes 2023: le recensioni di Asteroid City e Rapito

di Simone Soranna

ASTEROID CITY (Concorso):

Sono passati due anni da The French Dispatch e Wes Anderson prosegue su una linea teorica sempre più distante dalle logiche commerciali, in cui – in maniera tanto coraggiosa quanto, forse, autolesionista – opta per fare il cinema che più gli interessa, senza più pensare troppo al suo (ex?) pubblico di riferimento. Anni Cinquanta, nell’immaginaria e remota cittadina desertica di Asteroid City si svolge un convegno di astronomia, noto come Junior Stargazer.

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Cannes 2023: le recensioni di Foglie al vento e Club Zero

di Simone Soranna

FOGLIE AL VENTO (Concorso):

Sei anni dopo il bellissimo L’altro volto della speranza (2017), Aki Kaurismäki torna dietro la macchina da presa per raccontare una storia intrisa di tutti quegli ingredienti che hanno reso così unico il suo cinema: dal raccontare tutta la poesia che può stare anche nei luoghi considerati più degradati dalla società, passando per la sua ironia velata di malinconia.

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Cannes 2023: le recensioni di Indiana Jones e il quadrante del destino e Black Flies

di Simone Soranna

INDIANA JONES E IL QUADRANTE DEL DESTINO (Fuori Concorso):

Giunta al quinto capitolo, la saga di Indiana Jones, per la prima volta orfana di Steven Spielberg alla regia, si trova al momento cruciale di dover dare nuova linfa a un personaggio leggendario, nel tentativo di mantenere in qualche modo alto l’appeal spettacolare alla base delle sue mirabolanti avventure. Il tentativo, però, dopo un incipit action coreografato in maniera mirabile, appare quanto mai modesto e privo di verve.

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Cannes 2023, le recensioni di Monster, Il disprezzo e Le retour

di Simone Soranna

MONSTER (Concorso):

Dopo due trasferte consecutive, in Francia per Le verità e in Corea del Sud per Le buone stelle – Broker, Hirokazu Kore-Eda torna in Giappone per un film pienamente nelle sue corde, tanto nelle tematiche generali (il rapporto tra genitori e figli, in primis) quanto nel simbolismo messo in campo (il passaggio di un treno come metafora del percorso di formazione raccontato).

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Cannes 2023: le recensioni di Jeanne Du Barry e Underground

JEANNE DU BARRY (Fuori Concorso)

La storia di Madame du Barry è stata già portata al cinema diverse volte, a partire dai tempi del muto in cui anche un grande regista come Ernst Lubitsch aveva scelto di raccontarla, nel 1919 con protagonista Pola Negri, per arrivare alla contemporaneità con la sua presenza in Marie Antoinette di Sofia Coppola, in cui a vestirne i panni è stata chiamata Asia Argento.

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Il sol dell’avvenire di Nanni Moretti, la recensione

“Con questo film io voglio ribadire la forza del cinema, l’impatto che può avere un film al cinema sulle persone” Nanni Moretti

Il sol dell’avvenire è un gioco molto raffinato di citazioni e patchwork di topics, dove Nanni Moretti riprende il suo passato, ma delinea anche una nuova strada verso il futuro della sua cinematografia. Quindi non consideratelo solo come il film felliniano di Moretti (please!).

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