PASSION di Brian De Palma (2012)

 

Presentato nell’ultimo giorno del concorso, Passion rappresenta per Brian De Palma un ritorno alle origini, dopo la bella prova di regia espressa con Redacted, opera dal taglio documentaristico vincitrice del Leone d’Argento per la miglior regia a Venezia nel 2007.

La volontà di riproporre le atmosfere torbide che hanno caratterizzato i suoi primi (e forse migliori) lavori non sembra però concretizzarsi felicemente sullo schermo. L’accostamento ai suoi celebri thriller, (Complesso di colpa, Vestito per uccidere e Omicidio a luci rosse su tutti), è più che altro frutto di uno slancio nostalgico. Tematiche da sempre care a De Palma come “tema del doppio”, “senso di colpa” e “false apparenze” sono inserite in modo posticcio, senza riuscire a fondersi per creare la giusta atmosfera del film.

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Venezia 69: trionfa Kim Ki-duk con Pieta

La Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia ha incoronato, come prevedevano in molti (e come sperato dalla redazione di I-FILMSonline!) Pieta di Kim Ki-duk Leone d’Oro della 69^ edizione. Commovente la consegna al regista coreano, che ha incantato letteralmente il pubblico intonando la canzone Arirang.

Non tornano a casa a mani vuote gli italiani: soddisfazione per È stato il figlio di Daniele Ciprì, che si è guadagnato il premio per il miglior contributo tecnico e quello al miglior attore esordiente, il giovane Fabrizio Falco.

Qui di seguito l’elenco di tutti i premi.

 

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UN GIORNO SPECIALE di Francesca Comencini (2012)

 Nessun fischio e nessun applauso. Il silenzio più eloquente del Festival ha accompagnato la proiezione di Un giorno speciale di Francesca Comencini, tratto dal romanzo Il cielo con un dito di Claudio Bigagli e interpretato da Filippo Scicchitano e Giulia Valentini. L’indifferenza è il sentimento peggiore che un’opera può suscitare e proprio per questo il terzo film italiano in concorso è uno dei peggiori fin qui visti al Lido.

Giulia (Valentini) è una diciannovenne amante dei serpenti che vuole fare carriera in televisione. In Italia si sa, per sfondare a qualcuno la devi pur dare e per questo la mamma la trucca, le compra il vestito nuovo e la spedisce dall’onorevole per una bella raccomandazione. Marco (Scicchitano), l’autista incaricato di accompagnarla all’importante meeting, resterà folgorato da cotanta bellezza e, costretti a passare insieme tutta la giornata, i due piccioncini s’innamoreranno inevitabilmente.

 

 

 

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Il nostro Leone d’Oro: PIETA’ di Kim Ki-duk

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Anche l’edizione numero 69 della Mostra del Cinema volge al termine. Sono stati giorni intensi, popolati di visioni più o meno edificanti per la redazione de I-FILMSonline in trasferta al Lido: dall’apertura trash con Bait (Shark 3D) fino alla chiusura in sordina tra la Comencini di Un giorno speciale e il De Palma di Passion.

Alla fine della kermesse, dopo tanti giorni trascorsi nel buio delle sale e tante notti passate a discutere di cinema, ci siamo trovati unanimemente d’accordo nel decretare il film che per noi merita di vincere il sessantanovesimo Leone d’Oro.
In attesa di scoprire tra poche ore il verdetto della giuria ufficiale, la redazione de I-FILMSonline assegna il suo personale Leone d’Oro a Pieta di Kim ki-duk.

Di seguito, le motivazioni della nostra scelta, con l’augurio di ritrovarci e ritrovarvi per i settant’anni del Festival di Venezia.

 

 

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L’HOMME QUI RIT di Jean-Pierre Améris (2012)

Venezia 69 si chiude con un sorriso amaro, anzi con un ghigno tragico: quello di Gwynplaine, disperato protagonista dell’opera di Victor Hugo L’homme qui rit, che torna sullo schermo dopo la celeberrima versione muta del 1928 firmata da Paul Leni. A dirigere è il francese Jean-Pierre Améris, conosciuto tristemente in Italia per la recente commedia sdolcinata Emotivi anonimi, non proprio una credenziale edificante: eppure, sorprendentemente, l’adattamento si rivela nel complesso convincente.

Forse anche grazie alla grandezza poetica del materiale di partenza, di cui spesso vengono riproposte citazioni letterali, la messinscena della commovente vicenda risulta quasi sempre efficace ed emozionante, con alcune trovate visivamente molto interessanti. La storia è quella di Gwynplaine, rapito da piccolo e sfigurato da due grosse cicatrici ai lati della bocca in modo da apparire sempre sorridente, il viso mutato in un’orrenda e grottesca maschera clownesca. Adottato dal rozzo ma gentile saltimbanco Ursus insieme alla piccola non vedente Dea, diventerà una star del Freak Show fintanto che non emergerà la verità sulla sua vera identità.

 

 

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SPRING BREAKERS di Harmony Korine (2012)

 Le fan urlanti di Selena Gomez e Vanessa Hudgens hanno stravolto il Lido indaffarato nel seguire i film, le conferenze stampa e i red carpet. Le giovani, arrivate da tutta Italia, non sapevano però che un folle regista americano di nome Harmony Korine aveva appena distrutto irrimediabilmente l’immagine delle loro beniamine. In Spring Breakers, presentato in concorso alla 69a Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, tutto ciò che conoscevamo su queste brave ragazze americane crolla come un castello di carte sotto gli scossoni divertiti del regista. Il film è interpretato da James Franco e dalle quattro star Selena Gomez, Ashley Benson, Vanessa Hudgens e Rachel Korine (moglie di Harmony).

L’unico rimedio contro la noia dell’università è una bella vacanza in primavera. Dopo aver rapinato un bar (per rimediare i soldi necessari all’allegra gita), le protagoniste raggiungono la Florida e le sue feste scatenate a base di alcol, sesso e droga. Finite in prigione per il troppo sballo, verranno liberate da un sedicente rapper di nome Alien (Franco) che le farà sprofondare nel suo pericoloso mondo fatto di spaccio e violenza.

 

 

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LA CINQUIEME SAISON di Peter Brosens, Jessica Woodworth (2012)

È inverno in un piccolo paese delle Ardenne, dove si vive di agricoltura e allevamento, dove l’amore adolescenziale nasce teneramente tra gli alberi e la fine della stagione fredda si celebra ancora bruciando il fantoccio di paglia, per lasciarsi alle spalle i rigori e espiare i peccati. Ma accade qualcosa d’inaspettato: il falò non si accende. E, da quel momento, la natura interrompe il suo corso: i campi non producono più frutto, le mucche rifiutano di dare il latte, le api non concedono la dolcezza del loro miele. Le stagioni si susseguono, ma nel villaggio è sempre inverno, grigio, freddo e implacabile. E all’amore e alla solidarietà si sostituiscono la fame e la follia.

 

 

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THREE SISTERS di Wang Bing (2012)

Presenza quasi fissa nella competizione principale nell’era Müller, il cinema cinese nell’edizione targata Barbera ha trovato posto unicamente nel Fuori Concorso, una scelta che risulta più che giustificata alla luce dell’alto livello delle tante pellicole asiatiche proposte in laguna, prime su tutte Pietà di Kim Ki-duk e Thy Womb di Brillante Mendoza, in lizza per il Leone d’Oro.

Tra gli autori cinesi comunque presenti al Lido spicca il nome di Wang Bing, che, con la sua ultima fatica Three Sisters, ha chiuso la sezione Orizzonti. Già conosciuto dal popolo del Festival per aver firmato il film a sorpresa del 2010, lo sconvolgente The Ditch, ambientato nei campi di prigionia cinesi degli anni ’50, che mostrava i soprusi e le umiliazioni subite da chi veniva considerato un oppositore del regime, il regista era tra i grandi attesi del Fuori Concorso.

 

 

 

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KISS OF THE DAMNED di Xan Cassavetes (2012)

Settimana della critica, evento speciale. Alessandra “Xan” Cassavetes, figlia dell’immenso regista John. Kiss of the Damned, horror che cavalca l’onda del vampirismo cinematografico (Twilight docet): c’è di che incuriosirsi e pensare che il film meriti una recensione. La visione smentisce clamorosamente tutto ciò.

Kiss of the Damned è incentrato sulle vicende di due sorelle vampire, opposte una all’altra: la prima (la star francese Josephine de la Baume), infelice della propria condizione, si innamora di un umano (Milo Ventimiglia) e lo trasforma; la seconda (Roxane Mesquida) sguazza allegramente e placidamente (si fa per dire) tra copule e omicidi efferati. Inutile dirlo, i problemi di comunicazione non si faranno attendere.

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THY WOMB di Brillante Mendoza (2012)

La maternità e la condizione delle donne sembrano essere i temi chiave di questa 69^ edizione della Mostra di Venezia: un fil rouge che avvolge diverse pellicole presenti al Lido, dal film di Kim Ki-duk a quello di Bellocchio (in particolare nel personaggio di Isabelle Huppert), dall’algerino Yema all’israeliano Héritage. E la maternità (mancata) è anche l’asse portante del magnifico lavoro di Brillante Mendoza, il più noto e rappresentativo regista filippino. Sinapupunan (Thy Womb), l’ultimo lavoro di quello che è ormai uno dei più osannati autori degli ultimi anni (e che si porta già in tasca un premio vinto a Cannes per Kinatay nel 2011), inizia con una sequenza quanto mai impressionante: un parto, filmato praticamente dal vero.

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THE COMPANY YOU KEEP di Robert Redford (2012)

Quando Frantic incontra Come eravamo. Così si può riassumere in breve la trama dell’ultima fatica di Robert Redford, The company you keep, fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. L’ultrasettantenne Redford veste, poco verosimilmente, i panni di un avvocato, vedovo e padre di una bambina di appena undici anni, che attira l’attenzione di un giovane reporter in seguito all’arresto di una terrorista ricercata da trent’anni dall’FBI. Il reporter scopre che sotto la facciata impeccabile dell’avvocato si nasconde un vecchio amico della terrorista, accusato insieme a lei e ad altre due persone di una rapina con omicidio, costringendolo alla fuga alla ricerca di una prova di innocenza.

A un intrigo in realtà molto più lineare e scontato di quanto vorrebbe essere, si aggiunge l’elemento sociopolitico che il regista, da buon liberal, non si fa mai mancare: il gruppo terroristico sotto accusa è quello realmente esistito dei Weather Underground che durante la guerra del Vietnam organizzò attentati contro il governo americano per protestare contro la mattanza in terra orientale.

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O GEBO E A SOMBRA di Manoel De Oliveira (2012)

Alla veneranda età di 103 anni non si può certo dire che un cineasta come Manoel de Oliveira, con alle spalle una carriera iniziata nel 1931 e più di 60 film, abbia qualcosa da dimostrare a qualcuno. Sempre coerente con la sua idea di cinema, de Oliveira ha rappresentato per decenni l’emblema di un cinema europeo resistenziale, che si oppone con tenace costanza ad ogni compromesso linguistico, ad ogni tentativo di ingerenza altra rispetto allo sguardo e alla sensibilità del suo autore. Un cinema di parole, di voci spesso fuori campo, di quadri che raggelano l’inquadratura in attimi di prolungata sospensione. Cinema che qualcuno ha definito “da camera”, perché predilige gli spazi chiusi, l’intimità della esecuzione raccolta, il piacere del racconto e della narrazione che si dona a pochi, la sobrietà assoluta della messa in scena.

 

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DEN SKALDEDE FRISOR (LOVE IS ALL YOU NEED) di Susanne Bier (2012)

Una gradevole commedia romantica per palati poco esigenti, ambientata nel cuore della costiera amalfitana. L’ultimo film di Susanne Bier, presentato fuori concorso alla 69° Mostra del cinema di Venezia, potrebbe essere semplicemente sintetizzata con queste parole. Sì, perché davvero si fa fatica a trovare spunti narrativi interessanti su cui porre attenzione. Il fascinoso Pierce Brosnan, uomo in carriera dedito alla gestione di una grande azienda e inacidito da una vita solitaria, trova l’amore durante la festa per le nozze del figlio, organizzate a Sorrento. Riscoprendo sentimenti sopiti da anni, non avrà vita facile nel condurre verso un lieto fine la love story in cui è coinvolto, poiché la donna di cui si innamora, interpretata dall’ottima Trine Dyrholm già vista in Festen del 1998, è la madre della futura nuora, a sua volta tradita dal proprio marito.

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BLONDIE di Jesper Ganslandt (2012)

Presentato alla 69° Mostra del cinema di Venezia nella sezione “Giornate degli autori”, Blondie è un tipico dramma familiare nordico declinato al femminile, dove gli uomini sono figure incapaci di inserirsi nel mondo che li circonda, mentre le donne, elevate ad elementi simbolici universali, sono i componenti attivi che tirano le fila dell’intera vicenda.

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LINHAS DE WELLINGTON di Valeria Sarmiento (2012)

Il kolossal d’autore sbarca alla Mostra di Venezia, nelle vesti ottocentesche dell’imponente Linhas De Wellington. La firma è della cilena Valeria Sarmiento: il film nasce in realtà da un progetto di Raul Ruiz (scomparso nel 2011), di cui la regista e montatrice – nonché compagna dell’autore – ha raccolto l’eredità. Coproduzione franco-portoghese, l’opera è un affresco di ampio respiro sulle guerre napoleoniche, raccontate dal punto di vista – decisamente inedito – delle armate portoghesi alleate con l’Inghilterra. Siamo nel 1810 e le truppe di Wellington, coadiuvate dai compagni lusitani, giocano al gatto e al topo con le milizie francesi del generale Massena: dopo un’esaltante vittoria e la ritirata strategica per disparità numerica, li aspetteranno oltre le famigerate linee fortificate fatte costruire dallo stratega britannico. 

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BELLA ADDORMENTATA di Marco Bellocchio (2012)

“Rassicuratevi, o Re e Regina; la vostra figlia non morirà: la Principessa si bucherà la mano con un fuso, ma invece di morire, s’addormenterà soltanto in un profondo sonno, che durerà cento anni, in capo ai quali il figlio di un Re la verrà a svegliare”. Charles Perrault

 

Eluana Englaro dorme da diciassette anni, serena, ignara, mentre intorno è il caos. Il dramma di un padre diventa caso nazionale, smuove le coscienze e le convenienze dei politici, che si affannano a cercare di compiacere il proprio elettorato, spinge alla militanza, pro o contro che sia, tormenta, ironia della sorte, i sonni di un Paese che pare sedato ormai da diversi decenni.

Gli ultimi giorni della Englaro, isterici, frenetici, deliranti per tutto il resto del mondo, tranne che per l’involontaria protagonista, vengono presi a prestito da Bellocchio per riflettere, più che sulla questione spinosissima dell’eutanasia in sé, sulla quale comunque il regista esprime chiaramente il proprio punto di vista, su quella più ampia del libero arbitrio.

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APRES MAI di Olivier Assayas (2012)

A due anni dal pluripremiato Carlos, imponente miniserie sulla figura del noto terrorista e mercenario degli anni 70, il francese Olivier Assayas torna a confrontarsi con la Storia, affrontando un’epoca cruciale che il Grande schermo ha più volte rappresentato, pur se non sempre con risultati eccelsi. Après Mai racconta il Sessantotto, o, meglio, il post-sessantotto: un ritratto di ciò che accadde “dopo il maggio francese”, con tutte le inquietudini, la rabbia e le crisi dei giovani figli della rivoluzione.

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PIETA di Kim Ki-duk (2012)

Non pensi mai, scultore né artefice raro, potere aggiungere di disegno né di grazia, né con fatica poter mai di finezza, pulitezza e di straforare il marmo tanto con arte, quanto Michelagnolo vi fece, perché si scorge in quella tutto il valore et il potere dell’arte

Giorgio Vasari, parlando de La Pietà di Michelangelo

Kim Ki-duk è tornato. È tornato davvero. Al suo livello. In pochi l’avrebbero pronosticato dopo l’evento che lo allontanò dal mondo del cinema nel 2008.

La storia è cosa nota: durante le riprese di Dream, la quindicesima poesia di Kim, un incidente sul set mise a rischio la vita di un’attrice del cast. Da quel momento, il regista sparì in una sorta di ritiro spirituale, una parentesi catartica raccontata nel documentario autobiografico Arirang, che poco più di un anno fa segnò il ritorno dell’autore coreano sulle scene mondiali. A Cannes, dove vinse il premio della sua categoria.

Ma da quel luogo, innevato e surreale, dove l’abbiamo visto, nel documentario sopracitato, piangere, mangiare, soffrire, Kim sembra essere sceso realmente soltanto oggi.

 

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OUTRAGE BEYOND di Takeshi Kitano (2012)

 Nel 2005 ci fu il repentino cambiamento di rotta: i classici Yakuza-movie firmati Takeshi Kitano avevano lasciato spazio alla sperimentazione e alle novità surrealiste di Takeshis’ (2005), Glory to the Filmmaker! (2007) e Achille e la tartaruga (2008). Nel 2010 il regista giapponese riprese la retta via con Outrage (visto a Cannes nel 2010), per la gioia dei suoi fan più accaniti. In concorso alla 69. Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia viene presentato il sequel Outrage Beyond. Leggi tutto

LA NAVE DOLCE di Daniele Vicari (2012)

Non si può certo dire che quest’anno a Venezia siano mancati i documentari. Dopo Enzo Avitabile Music Life di Jonathan Demme, Stories We Tell di Sarah Polley e Bad 25 di Spike Lee, è arrivato, anche per questo “genere”, il momento dell’Italia.

Daniele Vicari, dopo il successo di Diaz, torna alla modalità registica che ha contraddistinto gli inizi della sua carriera con La nave dolce, importante documento di una pagina recente della storia del nostro paese.

Il 7 agosto 1991 la nave Vlora salpa dall’Albania per raggiungere le coste pugliesi. A bordo ci sono circa ventimila persone, molte delle quali stavano prendendo il sole in spiaggia quando la comparsa dell’enorme imbarcazione li convincerà ad abbandonare ogni cosa (senza passare da casa) nella speranza di raggiungere una vita migliore. La nave, un vecchio mercantile, era appena arrivata al porto di Durazzo, da Cuba, con un carico di diecimila tonnellate di zucchero. Mentre si effettuavano le operazioni di scarico, la folla letteralmente impazzita salì sopra costringendo l’equipaggio a fare rotta verso l’amata Italia.

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TO THE WONDER di Terrence Malick (2012)

L’amore ci rende uno. Due. Uno.

In questa frase può essere racchiuso il significato di To the Wonder, ultima opera di Terrence Malick presentata in concorso alla Sessantanovesima Mostra del Cinema di Venezia. E’ infatti l’amore ad essere protagonista assoluto: l’amore vissuto, consumato, sfiorito, rincorso, tra un uomo (Ben Affleck) e una donna (Olga Kurylenko).

 

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FILL THE VOID di Rama Burshtein (2012)

fillthevoidCapita spesso di vedere film in sala che scherzano sugli ebrei e sulla loro tradizione, tra barzellette e satira più o meno velata e crudele, tra situazioni grottesche e critiche feroci di ogni sorta. La lista dei film e degli autori che hanno preso di mira la cultura ebraica sarebbe lunghissima, ma, al contrario, capita raramente che un regista ebreo abbia la capacità di raccontare una storia drammatica riuscendo a far risaltare anche le pecche della sua società, di riderci sopra genuinamente, di evidenziarne i controsensi, con l’autoironia che rende Fill the void una pellicola che funziona. Di fatto il problema dei matrimoni combinati, così lontano dalla nostra cultura, nei paesi arabi e di religione ebraica è ancora molto forte, anche se alcuni ormai  si stanno ribellando a questa situazione, per loro diventata troppo opprimente.

 

 

 

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BAIT (SHARK 3D) di Kimble Randall (2012)

baitChiamarlo Lo Squalo sarebbe stato un atto per cui chiedere perdono a Spielberg…

A volte succede di imbattersi in film che sono al limite del ridicolo, e talvolta il peggio è che le intenzioni non sono affatto comiche. Bait 3D, che in Italia arriverà con il titolo Shark 3D, appartiene a questa schiera, anche se forse meriterebbe di far parte di una categoria ancora più bassa, dato che lo stile e il ritmo ricordano Frozen, non certo un paragone alto.

Su una spiaggia esotica, Josh e la sua ragazza stanno godendosi gli ultimi attimi di sole e di mare, quando improvvisamente un enorme squalo bianco attacca in mezzo all’oceano, uccidendo il fratello della ragazza, che al momento si trovava in mare a sistemare una boa. Dopo 12 anni, il pericolo ricompare, dopo uno tsunami, all’interno di un centro commerciale…

 

 

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E’ STATO IL FIGLIO di Daniele Ciprì (2012)

Primo film italiano ad essere presentato in concorso alla Sessantanovesima edizione della Mostra del cinema di Venezia, E’ stato il figlio è, per il momento, la vera rivelazione di questo Festival. Tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Alajmo, il film diretto da Daniele Ciprì (che firma la regia, per la prima volta, senza Franco Maresco), racconta la deriva di una famiglia palermitana, i Ciraulo, che, dopo la morte della figlioletta uccisa in una sparatoria tra mafiosi, riceve un risarcimento di 220 milioni; l’evento, ancor più del lutto, avrà conseguenze devastanti.

Il romanzo di Alajmo, estremamente crudo e realistico, è stato adattato da Ciprì secondo la sua personale visione registica, seguendo suggestioni fantastiche a cui è stata data comunque una coerenza narrativa. Nell’adattamento sono infatti stati inseriti tocchi originali che donano alla vicenda una dimensione surreale e grottesca la quale, invece di sminuire la drammaticità della storia, ne accentua per contrasto la componente tragica. La figura del capofamiglia Nicola Ciraulo (interpretato da un superbo Toni Servillo, che riesce a creare un personaggio tipicamente caratteristico ed evocativo nelle sue espressioni e gestualità) provoca reale compassione nello spettatore, nonostante i toni da tragicommedia e gli inserti (volutamente) caricaturali.

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AT ANY PRICE di Ramin Bahrani (2012)

Spesso accade che le maggiori contraddizioni di un paese possano essere smascherate meglio da qualcuno che ha conosciuto quel paese attraverso il filtro di un’altra cultura. Nemo propheta in patria, ma può essere vero anche l’esatto opposto. Il cinema è pieno di illustri demistificatori del mito americano che negli States hanno posto la loro dimora artistica d’elezione, da Billy Wilder a Elia Kazan. Altri sul suolo americano ci sono nati, ma da genitori che avevano attraversato l’oceano in cerca di una terra fertile dove piantare il proprio seme.

Nelle vene di Ramin Bahrani, autore di At Any Price in concorso a Venezia, scorre sangue iraniano, ma il suo cinema è un concentrato di valori (e disvalori) dell’America Profonda. Nato, nel 1975 a Winston-Salem, Nord Carolina, da due genitori iraniani, Bahrani, segnalatosi negli ultimi anni in diversi festival e rassegne internazionali, presenta al Lido il suo quarto lungometraggio, dopo il corto diventato fenomeno virale sul web Plastic Bag.

 

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THE MASTER di Paul Thomas Anderson (2012)

Quando si trova un cane randagio e sperduto, che vaga senza meta da un giaciglio all’altro, grattandosi le pulci e accumulando rabbia, può venire la tentazione di salvarlo. Lo si porta a casa, lo si nutre e gli si presentano i membri della famiglia: lo si accoglie. Il cane non è abituato alla vita domestica, viene dalla strada: perciò morderà, sporcherà e distruggerà tutto quello che trova. E quando avrà fatto pipì sul tappeto buono e avrà inzaccherato di fango il divano del salotto, quando avrà morso il postino e rovinato le begonie, ci arrabbieremo così tanto che ci verrà voglia di prenderlo a calci. Ma un attimo prima di riversare la nostra delusione su di lui, colpevole di non aver imparato l’educazione, ci rivolgerà uno sguardo appassionato e disperato a un tempo e noi ci rabboniremo all’istante. “Cane cattivo” gli diremo picchiettandogli il giornale sul naso, ma con delicatezza, senza riuscire ad essere veramente arrabbiati. Senza riuscire a smettere di amarlo per quello che è: un randagio. Leggi tutto

BAD 25 di Spike Lee (2012)

Esattamente nel giorno in cui ricorre il venticinquesimo anniversario dall’uscita dell’album Bad, Spike Lee presenta fuori concorso alla 69^ Mostra del cinema di Venezia la sua ultima fatica Bad 25, un documentario affettuosamente sentito che rende omaggio agli esordi della straordinaria carriera di Michael Jackson, amico stimato ed ammirato prima ancora che popstar internazionale entrata di diritto nell’immaginario collettivo.

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HEAVEN’S GATE (I CANCELLI DEL CIELO) di Michael Cimino (1980)

“Essere tristemente famoso non è divertente”. La frase pronunciata dal regista Michael Cimino ieri, durante la premiazione che ha preceduto la proiezione del suo film I cancelli del cielo, è decisamente significativa. L’opera ha inaugurato una nuova sezione del Festival veneziano 2012, “Venezia Classici”, ed è stata riproposta in versione originale (216’) e restaurata digitalmente dopo essere stata massacrata e resa quasi incomprensibile alla sua uscita, nel 1980.

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ENZO AVITABILE MUSIC LIFE di Jonathan Demme (2012)

Salvamm ‘o munno è un brano di Enzo Avitabile, uno tra i più noti sassofonisti e cantautori napoletani. Salvamm ‘o munno è il brano che ha cambiato la vita di Jonathan Demme.O almeno, così ha dichiarato il regista de Il silenzio degli innocenti e di Philadelphia.

Sta di fatto che da quel brano è venuta l’idea a Demme di realizzare Enzo Avitabile Music Life, ultimo di una lunga serie di documentari dedicati dal regista a figure di spicco della scena musicale internazione: tra questi ricordiamo in particolare i Talking Heads, che hanno accompagnato il suo esordio nel genere Stop Making Sense del 1984, o Neil Young a cui ha dedicato addirittura tre titoli.

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THE ICEMAN di Ariel Vromen (2012)

È difficile sbagliare un film quando si hanno una storia vera che ha dell’incredibile e un interprete come Michael Shannon tra le mani. E infatti The Iceman non è un film sbagliato, almeno non del tutto: ma non è neanche del tutto riuscito.

La storia vera è quella del mastodontico killer Richard Kuklinski, di origine polacca, a metà strada tra la figura di un arrampicatore della malavita e quella di uno psicopatico totale, che, dopo il suo arresto avvenuto nel 1986 si vantò di aver ucciso più di cento uomini. La sua glacialità leggendaria e il suo vezzo di conservare i cadaveri in celle frigorifere per impedire che ne fosse constatata l’ora del decesso, gli valsero il soprannome di The Iceman, l’uomo di ghiaccio, che dà il titolo alla pellicola. Micheal Shannon ha sicuramente il physique du role per interpretare una minaccia incarnata, divisa tra raptus di follia schizoide e imperturbabilità, nonché tra vita da mafioso e ruolo di affettuoso padre e marito.

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