Morti a Venezia

elanaveva19 1E’ giunta mezzanotte, si spengono i rumori, si spegne anche l’insegna di quell’ultimo caffè… con il rito della consegna dei Leoni, delle Coppe, delle Oselle si chiude l’esperienza lidense con tanto di bolla papale. Si spegne anche il tristo sbrilluccichio di un Red Carpet, sempre più simile al Palo dei Supplizianti di Barkeriana memoria. E le feste, i party in terrazza, stretti stretti tra uno spigolo di balaustra ed un tramezzino che offenderebbe qualsiasi chef, strangolato da mani rapaci e adunche. Un po’ modello “Principe Prospero” senza- purtroppo- Morte Rossa annessa.

E’ un vero peccato che le cronache, avvezze a parlar di morti, non abbian  potuto dir nulla del “Gran Macabre”, la Sontuosa festa dei Morti che si è svolta tra i ruderi abbandonati dell’Hotel Des Baines che, per una notte, a mezzanotte, si è illuminato di una medusea luccicanza, dando l’impressione che quei marmi danzassero tra “Dark Waters” spiritate. Qualche burlone (moltissimi i nobili, e i nobili, si sa…) fa trascinare catene su quei parquet immacolati, ma a vincere sono le risate cristalline, che rendono unica l’atmosfera della Gatta Dalle Mille Soffitte (non si sa bene perché i morti chiamino così il Des Bains, ma forse è meglio così).

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VENEZIA 70 – Il Leone d’oro va a SACRO GRA di Gianfranco Rosi

sacro-gra-il-teaser-poster-283778Dopo quindici anni (l’ultimo Leone d’oro era stato nel 1998, con un Gianni Amelio allora in forma), l’Italia torna a trionfare a Venezia. Complici il settantesimo compleanno della Mostra del Cinema e la presidenza di giuria affidata a Bernardo Bertolucci, era nell’aria che il premio più importante potesse andare a un film di casa nostra.

Si profilano discussioni all’orizzonte, perchè Sacro GRA è un documentario (sul Grande Raccordo Anulare romano) che racconta un intreccio di storie, secondo alcuni troppo costruite per essere vero.

In attesa di ascoltare le tradizionali polemiche del giorno dopo, vi salutiamo dal Lido con un elenco di tutti i premi assegnati.

Arrivederci a Venezia 71!

 

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In attesa del verdetto della giuria, i nostri migliori e peggiori della Mostra di Venezia 2013

Leone doro-2Anche l’edizione numero 70 della Mostra del Cinema sta volgendo al termine. Sono stati giorni intensi, popolati di visioni più o meno edificanti per la redazione de I-FILMSonline in trasferta al Lido: dall’apertura con lo spettacolare Gravity fino al delizioso omaggio di Scola a Fellini, Che strano chiamarsi Federico.


In attesa di scoprire questa sera il verdetto della giuria ufficiale, la redazione de I-FILMSonline ha assegnato il proprio Leone d’Oro. L’anno scorso eravamo tutti unanimi sulla preferenza a Pietà di Kim Ki-duk, mentre questa volta ci sono pareri differenti e una piccola aggiunta: oltre al migliore abbiamo deciso di aggiungere anche il nostro peggiore del concorso veneziano 2013.

 

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CHE STRANO CHIAMARSI FEDERICO di Ettore Scola (2013)

Che strano chiamarsi FedericoUn maestro ne racconta un altro: Che strano chiamarsi Federico è il toccante omaggio di Ettore Scola a Federico Fellini, uno dei titoli più emozionanti dell’intera Mostra di Venezia 2013.
In occasione del ventennale della morte del regista riminese, Scola decide di raccontarne il cinema, lo spirito, gli esordi, il privato.
La sua posizione è quella di un ammiratore devoto che trasmette, con straordinaria lucidità, il privilegio di aver conosciuto (fino a diventarne grande amico) una delle figure più significative del novecento italiano.
Non è un documentario Che strano chiamarsi Federico, non segue schemi o regole programmatiche ma si affida unicamente al ricordo e alle sensazioni.

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SACRO GRA di Gianfranco Rosi (2013)

sacro graInnanzitutto, facciamo una premessa: sarebbe sbagliato definire questo lavoro come documentaristico. Sacro GRA è un’opera troppo scritta, troppo precisa e studiata, troppo inquadrata e finta per risultare spontanea. Si potrebbe parlare piuttosto di un cinema del reale (una tendenza che negli ultimi anni trova altri esponenti come ad esempio Le Quattro Volte di Frammartino o Il Castello di D’Anolfi e Parenti), là dove il regista Gianfrancesco Rosi spende circa due anni della sua vita a raccogliere testimonianze e frammenti di realtà per poi metterli sullo schermo utilizzando le medesime persone da lui incontrate.

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MOEBIUS di Kim Ki-duk (2013)

moebius locandinaSpesso il cinema si è interrogato sul valore feticistico del filmare, powellianamente concepito come attrazione scopofila verso la morte al lavoro o inscritto dentro dinamiche di innocenza/colpevolezza nell’opera di cineasti come De Palma o Haneke. L’ultima devastante opera di Kim Ki-duk, fuori concorso a Venezia e già in uscita nelle sale italiane, rielabora molte di queste ossessioni alla luce di una poetica, come quella del regista coreano, unica nel panorama cinematografico internazionale.

Moebius è il tassello più estremo all’interno di una filmografia già tra le più radicali del cinema contemporaneo. Loop allucinato di incendiaria intensità, parabola di soppressione/sublimazione del desiderio sessuale che continuamente si riavvolge su se stessa, catartico e violentissimo itinerario verso una ridefinizione profonda del senso ultimo del filmare, amputazione di qualsiasi linguaggio verbale dal corpo del film, che scopre di poter vivere soltanto di gesti, rumori, sguardi.

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STRAY DOGS di Tsai Ming-liang (2013)

Stray DogsSarà un altro Leone d’oro? Dopo aver vinto il riconoscimento più importante alla Mostra di Venezia del 1994 con Vive l’amour, Tsai Ming-liang ha conquistato la critica con Stray Dogs, pellicola tra le più applaudite del concorso di quest’anno.
Annunciato come l’ultimo lavoro della sua carriera, il film ruota attorno a una famiglia, composta da un padre e due figli piccoli, che cercano di sopravvivere nella Taipei contemporanea: l’uomo racimola una misera paga come “cartello umano” per appartamenti di lusso, mentre i due bambini tentano di sfamarsi con campioni di cibo distribuiti gratuitamente nei supermercati e nei centri commerciali. Ogni sera trovano riparo in un edificio abbandonato: qui il padre è stranamente colpito da un’ipnotica immagine murale che decora una delle pareti di questa casa improvvisata.

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LA JALOUSIE di Philippe Garrel (2013)

locandina-la-jalousieSbarca al Lido anche il francese Philippe Garrel che presenta in concorso il suo La jalousie; protagonisti, il figlio Louis, ormai una costante nella filmografia paterna, e un’ottima Anna Mouglalis.

 

Louis, trentenne in crisi con la compagna Charlotte, da cui ha avuto una figlia, inizia una relazione con una attrice ormai decaduta. L’iniziale coinvolgimento da parte di entrambi lascia ben presto spazio alla noia e all’inquietudine, facendo naufragare il rapporto. Dopo aver tentato il suicidio, forse Louis sarà in grado di ricominciare a vivere.

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L’INTREPIDO di Gianni Amelio (2013)

locandina-lintrepidoEra il 1998. Gianni Amelio vinceva il Leone d’oro per Così ridevano.

1998, l’ultimo anno in cui trionfava un film italiano alla kermesse veneziana.

Quei tempi sono ormai lontani. Oggi Amelio si ripresenta in concorso con L’intrepido, opera su cui è stato mantenuto strettissimo riserbo durante la lavorazione. Protagonista assoluto, Antonio Albanese nei panni di Antonio Pane, precario che per vivere fa il rimpiazzo: sostituisce lavoratori assenti finendo per essere, di volta in volta, manovale, fattorino, conducente di autobus, e così via. Sullo schermo scorrono la sua quotidianità, i suoi incontri e il rapporto con il figlio.

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UNE PROMESSE di Patrice Leconte (2013)

locandina-film-une-promesseL’eclettico sceneggiatore e regista francese Patrice Leconte sbarca al Lido presentando una pellicola sentimentale di stampo classico che arricchisce il già variegato (e molto valido) quadro che va a comporre la sezione “fuori concorso”. Titolo annunciato alcuni giorni dopo la conferenza stampa ufficiale di presentazione della mostra, Une promesse segna il ritorno di Leconte al cinema classico dopo il film di animazione La bottega dei suicidi, che suscitò non poche polemiche.

Basato sul romanzo Le Voyage dans le passé (1929) dello scrittore austriaco Stefan Zweig, il film narra la vicenda di un giovane laureto che, nella Germania di inizio ‘900, prova un sentimento di amore puro verso la bella moglie dell’anziano industriale che gli ha garantito protezione e sicurezza economica, assumendolo come segretario privato nella sua acciaieria. Fugaci esplosioni di passione e lunghi periodo di lontananza tra i due si risolveranno nel tanto desiderato happy ending.

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UNDER THE SKIN di Jonathan Glazer (2013)

Under the Skin posterUnder The Skin si guadagna tranquillamente un gradino del podio dei film più brutti del concorso sinora.

Jonathan Glazer, famoso più che altro per i suoi lavori nel mondo dei videoclip, sembra davvero spaesato e poco affezionato alla materia che tratta. Un alieno sbarca sulla terra con lo scopo di studiare gli uomini. Prima li seduce grazie alle sue forme, e poi li uccide. Va da sè che con il procedere dei minuti la nostra protagonista inizierà a provare sentimenti più umani per poi ritornare ancora spietata ecc.

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VENEZIA 70. Fuori Concorso. Giorni 4, 5, 6 e 7

arnstrong lieTHE ARMSTRONG LIE, di Alex Gibney (2013) – Fuori Concorso

Presentato nella sezione Fuori Concorso Proiezioni Speciali, quello di Alex Gibney è un riuscitissimo documentario. Una storia che sfiora l’incredibile, soprattutto per la sua importanza sportiva, viene messa sotto la lente d’ingrandimento del regista che da primo tifoso del ciclista americano, è anche il primo a rimanere scotto dalle interviste rilasciate dal suo beniamino. Lance Armstrong vinse 7 Tour de France consecutivamente. Paladino dello sport in quanto risultato sempre positivo ai controlli anti doping e in quanto esempio umano da seguire (Lance uscì vincitore dalla lotta contro il cancro prima di iniziare a vincere in pista). Il film segue passo per passo le sue avventure sportive e non, intervistando le persone che più gli sono state vicine. Ma lo fa prendendo le mosse dalle dichiarazioni shock di qualche mese fa in cui il campione affermò di essersi sempre “drogato” per riuscire a vincere. Dottori, giornalisti, compagni di squadra, amici e Lance in prima persona si mettono a nudo nel film. Un mosaico toccante e riuscito che sarà apprezzato sia dagli appassionati di ciclismo sia dai neofiti. Infatti un altro pregio della pellicola è quello di spiegare per filo e per segno ogni singolo aspetto delle corse (tattiche, visite mediche, allenamenti) senza dare nulla per scontato. Si racconta di Armstrong, ma si racconta anche di tutta una macchina politico-organizzativa che sta dietro le quinte di quello che da molti è definito lo sport più facile del mondo. Unica pecca, la durata un po’ eccessiva.

Voto: 3/4

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ZORAN, IL MIO NIPOTE SCEMO di Matteo Oleotto (2013)

zoran il mio nipote scemo locandinaEl vin xè la salute,

l’acqua xè il funeral.

Chi lassa il vin terran

xè propri un fiol de un can”

 

Non è presente in concorso ma viene dalla Settimana della Critica il vero fenomeno italiano di Venezia 70, almeno a giudicare dal suo incredibile seguito di pubblico: parliamo di Zoran, il mio nipote scemo, coproduzione italo-slovena diretta dall’esordiente Matteo Oleotto e interpretata da un gigantesco (in tutti i sensi) Giuseppe Battiston.

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ANA ARABIA di Amos Gitai (2013)

 Da sempre attento ad esplorare le condizioni socioculturali che l’eterno conflitto tra Israele e Palestina ha prodotto nella società mediorientale, il regista e sceneggiatore israeliano Amos Gitai, torna in concorso alla 70esima edizione del Festival di Venezia con Ana Arabia, opera che per coerenza stilistica e tematica si posiziona perfettamente all’interno della sua vasta filmografia. Protagonista della vicenda è Yael (Yuval Scharf), avvenente giornalista israeliana che si reca all’interno di una ristretta comunità di reietti formata da ebrei ed arabi, i quali vivono insieme in un angolo terrestre dimenticato dai più, al confine tra Jaffa e Bat Yam in Israele. In questi luoghi viveva Ana Arabia, nata in Polonia, emigrata in Terra Santa dopo la Seconda Guerra Mondiale, sposata ad un arabo e per questo motivo divenuta la fonte principale delle malelingue di amici e benpensanti.

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