Morti a Venezia
E’ giunta mezzanotte, si spengono i rumori, si spegne anche l’insegna di quell’ultimo caffè… con il rito della consegna dei Leoni, delle Coppe, delle Oselle si chiude l’esperienza lidense con tanto di bolla papale. Si spegne anche il tristo sbrilluccichio di un Red Carpet, sempre più simile al Palo dei Supplizianti di Barkeriana memoria. E le feste, i party in terrazza, stretti stretti tra uno spigolo di balaustra ed un tramezzino che offenderebbe qualsiasi chef, strangolato da mani rapaci e adunche. Un po’ modello “Principe Prospero” senza- purtroppo- Morte Rossa annessa.
E’ un vero peccato che le cronache, avvezze a parlar di morti, non abbian potuto dir nulla del “Gran Macabre”, la Sontuosa festa dei Morti che si è svolta tra i ruderi abbandonati dell’Hotel Des Baines che, per una notte, a mezzanotte, si è illuminato di una medusea luccicanza, dando l’impressione che quei marmi danzassero tra “Dark Waters” spiritate. Qualche burlone (moltissimi i nobili, e i nobili, si sa…) fa trascinare catene su quei parquet immacolati, ma a vincere sono le risate cristalline, che rendono unica l’atmosfera della Gatta Dalle Mille Soffitte (non si sa bene perché i morti chiamino così il Des Bains, ma forse è meglio così).


Anche l’edizione numero 70 della Mostra del Cinema sta volgendo al termine. Sono stati giorni intensi, popolati di visioni più o meno edificanti per la redazione de I-FILMSonline in trasferta al Lido: dall’apertura con lo spettacolare Gravity fino al delizioso omaggio di Scola a Fellini, Che strano chiamarsi Federico.
Un maestro ne racconta un altro: Che strano chiamarsi Federico è il toccante omaggio di Ettore Scola a Federico Fellini, uno dei titoli più emozionanti dell’intera Mostra di Venezia 2013.
Innanzitutto, facciamo una premessa: sarebbe sbagliato definire questo lavoro come documentaristico. Sacro GRA è un’opera troppo scritta, troppo precisa e studiata, troppo inquadrata e finta per risultare spontanea. Si potrebbe parlare piuttosto di un cinema del reale (una tendenza che negli ultimi anni trova altri esponenti come ad esempio Le Quattro Volte di Frammartino o Il Castello di D’Anolfi e Parenti), là dove il regista Gianfrancesco Rosi spende circa due anni della sua vita a raccogliere testimonianze e frammenti di realtà per poi metterli sullo schermo utilizzando le medesime persone da lui incontrate.
Spesso il cinema si è interrogato sul valore feticistico del filmare, powellianamente concepito come attrazione scopofila verso la morte al lavoro o inscritto dentro dinamiche di innocenza/colpevolezza nell’opera di cineasti come De Palma o Haneke. L’ultima devastante opera di Kim Ki-duk, fuori concorso a Venezia e già in uscita nelle sale italiane, rielabora molte di queste ossessioni alla luce di una poetica, come quella del regista coreano, unica nel panorama cinematografico internazionale.
Sarà un altro Leone d’oro? Dopo aver vinto il riconoscimento più importante alla Mostra di Venezia del 1994 con Vive l’amour, Tsai Ming-liang ha conquistato la critica con Stray Dogs, pellicola tra le più applaudite del concorso di quest’anno.
Sbarca al Lido anche il francese Philippe Garrel che presenta in concorso il suo La jalousie; protagonisti, il figlio Louis, ormai una costante nella filmografia paterna, e un’ottima Anna Mouglalis.
Era il 1998. Gianni Amelio vinceva il Leone d’oro per Così ridevano.
L’eclettico sceneggiatore e regista francese Patrice Leconte sbarca al Lido presentando una pellicola sentimentale di stampo classico che arricchisce il già variegato (e molto valido) quadro che va a comporre la sezione “fuori concorso”. Titolo annunciato alcuni giorni dopo la conferenza stampa ufficiale di presentazione della mostra, Une promesse segna il ritorno di Leconte al cinema classico dopo il film di animazione La bottega dei suicidi, che suscitò non poche polemiche.
“El vin xè la salute,
“Bisogna essere forti, non conta cosa pensano gli altri. Guarda e impara.”
E’ da un po’ di tempo che Terry Gilliam va cercando “il senso della vita”. Perche’ viviamo? Dove andiamo? Qual e’ il nostro significato?
Arriva in concorso uno dei titoli più attesi di tutta la kermesse veneziana. Quarto lungometraggio dell’enfant prodige canadese Xavier Dolan (classe 1989), Tom à la ferme, basato sull’omonima pièce teatrale dello scrittore Michel Marc Bouchard, è un film mutevole, sfuggente, perfetto nella sua calcolata imperfezione, che parte come un film intimista per poi assumere i tratti del melò classico prima di sfociare in un thriller dei sentimenti.
Ci sono momenti storici condannati a restare indelebili nella coscienza di una nazione: l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, 11 settembre a parte, è probabilmente l’evento che ha influenzato maggiormente la storia degli Stati Uniti. A cinquant’anni esatti di distanza dal quel 22 novembre 1963, arriva in concorso a Venezia 70 Parkland, firmato dall’esordiente Peter Landesman.
“Mi chiedo sempre chi ha il potere: colui che colpisce o chi invece sente il dolore? La violenza più dura è quella del silenzio e del non detto.” (Alexandros Avranas)
Il cinema tedesco arriva in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia grazie all’affascinante dramma psicologico di Philip Gröning, autore interessato alla medicina e alla filosofia noto principalmente per il documentario sulla vita dei monaci certosini in un convento francese Il grande silenzio del 2005 (di cui curò regia, soggetto, sceneggiatura, fotografia e montaggio) che riscosse un notevole successo di critica, aggiudicandosi il Premio speciale della giuria al Sundance Film Festival, dopo essere stato presentato nella sezione Orizzonti alla kermesse veneziana.
L’ottusità è la cifra stilistica dell’atteso The Canyons, fuori concorso a Venezia. Esordio alla sceneggiatura dell’ex autore di culto Bret Easton Ellis, ormai lontano dai fasti dei suoi American Psycho e Glamorama, il film, di rara bruttezza, mette in scena un campionario umano di facce attonite e scolorite. Ottusi sono i dialoghi e il pessimo script (sorry about that, Bret), ottuse le espressioni dei protagonisti, ottuso lo sguardo dello spettatore che subisce la noia, l’insensata inutilità e i cliché ritriti senza capire dove The Canyons stia andando.
“Fuck to this day.”
Ad aprire il concorso della 70^ Mostra del Cinema è il primo dei tre film italiani in gara: opera prima della regista e drammaturga teatrale Emma Dante, Via Castellana Bandiera è uno degli esordi più interessanti e promettenti del recente cinema italiano.
Presentato in concorso alla 70ª edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, prima di approdare anche al Toronto International Film Festival, Tracks è il settimo lungometraggio del regista e sceneggiatore statunitense John Curran, autore versatile capace di muoversi all’interno di un cinema mainstream non privo di velleità autoriali, frutto del suo solido background nelle produzioni indipendenti. In questa sua ultima fatica, però, ricerca formale e spunti personali lasciano il posto ad una vicenda tanto piatta quanto noiosa, studiata con il solo scopo di incontrare i favori di un grande pubblico senza particolari pretese.
Film di apertura delle Giornate degli Autori veneziane è Gerontophilia, opera di un provocatore per eccellenza. Bruce LaBruce, canadese fautore del porno gay-zombie, abbandona il tema a lui caro degli omo-morti viventi scegliendo un racconto di amour fou tra un ragazzino attratto da uomini anziani e l’eccentrico paziente di una casa di riposo.
“I hate space.”
In attesa della Mostra di Venezia 2013, che i-FilmsOnline seguiranno quotidianamente con recensioni e approfondimenti, abbiamo pensato di giocare un po’ con il programma del festival, svelando il nostro film più atteso e provando a pronosticare il possibile vincitori.
In diretta dal Lido di Venezia, I-FILMSonline seguirà da vicino la 70° Mostra del Cinema.