Saltburn di Emerald Fennell, la recensione

di Valeria Morini

L’inizio di Saltburn, se si conosce già un po’ la trama, ti dà la sensazione che ti troverai di fronte a una versione erotica di Harry Potter, citato in modo smaccato nell’ingresso del protagonista Oliver a Oxford. Quasi uno sberleffo alla più nota saga britannica da parte di Emerald Fennell, regista che, dopo l’esordio interessante benché a tratti acerbo di Una donna promettente, porta a maturazione la sua estetica pop e sfrenata con questo film disponibile su Prime Video.

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Rebel Moon – Parte 1: Figlia del fuoco di Zack Snyder, la recensione

di Valeria Morini

Il sottotitolo di Rebel Moon, film diretto Zack Snyder uscito direttamente su Netflix, è Parte 1: Figlia del fuoco, ma potrebbe tranquillamente essere “O dell’abuso del ralenti nelle scene d’azione”. Uno dei registi più divisivi del cinema mainstream hollywoodiano torna dopo il turbolento periodo passato dei film DC e la delusione di Army of the Dead (un ottimo soggetto sviluppato male), con l’ambizione di creare un nuovo universo cinematografico: di Rebel Moon è stato girato anche il sequel Parte 2: la sfregiatrice (in piattaforma ad aprile 2024), ma l’idea è di realizzare una trilogia, senza dimenticare lo sviluppo di un videogioco, un corto animato e una graphic novel, nonché una versione estesa dello stesso Figlia del fuoco. Insomma, quello che è stato già definito “lo Star Wars di Snyder” è un progetto a dir poco complesso: peccato che questo capitolo iniziale sia un disastro evidente sotto diversi punti di vista.

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Suspiria: maestri a confronto

A cura di Francesco Pozzo

Il 2018 fu l’anno della svolta per Luca Guadagnino: quello in cui l’ormai celebre regista girò due film che più dissimili – e importanti, in primis per sé stesso – non potrebbero essere: nella primavera, in quel di Crema, Call Me by Your Name; in autunno, a Varese e poi a Berlino, Suspiria: un film passato in sordina (al di là degli sfolgorii festivalieri) ma che era (ed è) un bellissimo poliedro: una matrioska in sei atti e un epilogo che mette da parte i colori psichedelici del gioiello cui s’ispira per concentrarsi su ciò che viene taciuto.

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Sussurri e grida, di Ingmar Bergman

Su Prime Premium

A cura di Francesco Pozzo

Verrebbe da chiedersi: ma coloro che idolatrano la bieca pornografia del dolore che è Vortex di Gaspar Noé, o – peggio – il The Whale di Darren Aronofsky, avranno mai visto Sussurri e grida del maestro Ingmar Bergman? Un film che potrebbe aver girato Dio, se Dio esistesse o fosse esistito (o forse Dio era Ingmar Bergman, semplicemente: avrebbe molto più senso), oltre che la prova concreta e tangibile che ogni grande cineasta fa un unico film per tutta la vita con qualche sottile variazione sul tema: un concetto che allo svedese si applica millimetricamente: dal Posto delle fragole a questo, dal Flauto magico a Luci d’inverno, da Sinfonia d’autunno a Fanny & Alexander, il bisogno e il senso profondo dell’amore e dell’affetto umano, del calore e della vicinanza prima di ogni cosa e prima ancora di un dialogo con un dio assente ma opprimente, è sempre stato il suo comune denominatore: e questo, si badi bene (sembrerà paradossale, ma è così), è un film medicatore: distrugge, ma purifica.

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The Killer di David Fincher, la recensione

“When you say “it’s gonna happen now”. Well when exactly do you mean?” “How Soon is Now”

The Smiths

The Killer era un film che destava parecchia curiosità: per il connubio David Fincher e Michael Fassbender e per il ritorno di Fincher al thriller, genere che lo ha reso famoso e di cui prende gli archetipi per trasformarli in altro.

Il film parla di un sicario che non sbaglia mai. Fincher riesce a mettere in scena un film dove il narrato e il come viene narrato vanno di pari passo. Un protagonista altamente meticoloso, preciso, metodico, per un film dove nulla viene lasciato al caso, ma dove comunque il fato entra.

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El Conde di Pablo Larraín, la recensione

“Anibal: yo soy asì. Estoy sempre piensando si la cosas estan bien o estan mal. Y por supuesto, siempre opto por el bien” Ema: ”Bueno, entonces hay un problema porque yo soy el MAL” Ema (2019)

Nel mondo che ci presenta Pablo Larraín, il bene ha già perso. È un mondo dove la brama di potere, la crudeltà, la stupidità e la perversione imperversano. Il film inizia in un mondo in bianco e nero dai colori seppia (lo stesso tono usato dal regista per un video musicale del 2013 del gruppo “Eletrodomesticos” della canzone “Detras del Alma”), la scelta è azzeccata perché ci da l’idea di vecchio come il personaggio che lo abita: Augusto Pinochet vampiro. Il generale è un uomo stanco della vita dopo ben 250 anni ad aiutare i peggiori genocidi e le dittature più sanguinolente e a compiere i crimini più efferati. Il vecchio vampiro si sta affamando per morire e arriva la sua famiglia al suo capezzale creando momenti esilaranti.

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Aftersun di Charlotte Wells, la recensione

Aftersun, la recensione: il peso specifico dei ricordi e un film strepitoso  - Movieplayer.it

Su MUBI e in alcune sale

Ci sono degli esordi al Cinema che sono folgoranti e l’acclamato Aftersun di Charlotte Wells non fa eccezione. E a proposito di esordi come non ricordare J’ai toué ma mère (Can, 2009) opera prima semiautobiografica (scritta a soli sedici anni) del talentuoso e pluripremiato regista canadese Xavier Dolan. Anche in questo caso, come in Aftersun si affronta il rapporto più o meno conflittuale tra genitori e figli. Per Dolan il rapporto con la madre è feroce e violento, per la Wells c’è il ricordo (altrettanto autobiografico), tenero e nostalgico di una figlia ormai adulta e di una vacanza a undici anni col padre separato, rivissuta attraverso un filmino.

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Rumore bianco di Noah Baumbach, la recensione

Com'è 'White Noise' di Noah Baumbach, il film d'apertura di Venezia 79 |  Rolling Stone Italia

Con Rumore bianco si ripete la stessa modalità del precedente film di Noah Baumbach, Storia di un matrimonio: passaggio alla Mostra di Venezia 2022, in questo caso come film d’apertura, e poi sbarco su Netflix. Per il suo lavoro più ambizioso, adattamento del celebre romanzo di Don DeLillo, il regista newyorchese ha richiamato l’ormai sodale Adam Driver, affiancato dalla musa e compagna di Baumbach Greta Gerwig e da un bel cast di contorno in cui spiccano Don Cheadle, Jodie Turner-Smith e il Lars Eidinger visto anche in Irma Vep.

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Athena di Romain Gavras, la recensione

Athena - Film (2022) - MYmovies.it

La rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia, la rivoluzione è un atto di violenza” Mao Zedong

Athena è il nome di una fantomatica banlieue, dove scoppia una rivolta perché è stato brutalmente ucciso dalla polizia un ragazzino di 12 anni, di nome Idir. I due fratelli di Idir sono entrambi determinati a scoprire la verità, ma si trovano dalla parte opposta della barricata: Abdel, che si è assimilato allo Stato francese prendendo la strada della rettitudine e diventando poliziotto, mentre Karim è il leader della rivolta, un personaggio tra Che Guevara e Sandokan, anche lui con una sua moralità e rettitudine.

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Blonde di Andrew Dominik, la recensione del film con Ana de Armas

Su Netflix

A cura di Francesco Pozzo

Blonde, quarto lungometraggio lungamente covato di Andrew Dominik – che già mostrò tutto il suo ribollente e sconfinato talento con quella pellicola mitica e sfolgorante che è L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford (ma non solo: riguardatevi Chopper), e che alcuni ridussero, e continuano stoltamente a ridurre, a sterile e compiaciuto manierismo autoriale d’alta classe – trionfa nell’apparentemente impossibile impresa che mai nessuno è riuscito a compiere: restituirci l’abissale, opaca e distruttiva complessità di Norma Jeane Mortenson. Tradotto: Marilyn Monroe.

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The Tender Bar di George Clooney, la recensione

The Tender Bar, il film carino di George Clooney | Wired Italia

In parallelo con la carriera di superstar, George Clooney insiste a portare avanti il percorso di regista e giunge all’opus numero 8 di una carriera discontinua e non esaltante (pur se non priva di casi interessanti come l’ottimo Le idi di marzo), con The Tender Bar, disponibile su Amazon Prime Video. L’eclettico Clooney, che qui resta dietro la macchina da presa, firma l’adattamento del romanzo autobiografico Il bar delle grandi speranze di J. R. Moehringer, un tenero racconto di formazione ambientato nella Long Island degli anni 70 e 80.

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LUCA di Enrico Casarosa – La recensione

Luca (film 2021) - Wikipedia

Tre film in due anni per la Pixar, che dopo Onward e Soul fa uscire a distanza abbastanza ravvicinata anche Luca, rilasciato esclusivamente nella piattaforma di Disney+ (senza costi aggiuntivi). Peccato non godere delle bellezze della riviera ligure e del mare su grande schermo, ma – si sa – la tendenza ormai è quella. Resta comunque inalterato l’orgoglio tricolore, nel vedere il primo film Pixar ambientato totalmente in Italia e girato dal nostro Enrico Casarosa, genovese trapiantato in America all’esordio nel lungo dopo il corto candidato all’Oscar La luna.

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Godzilla vs. Kong, la recensione

A cura di Francesco Pozzo

Storie di mostri che si menano ad infinitum: Covid Edition. Rincuora sapere che, nei pochi cinema aperti dei non pochi paesi che se la passano meglio del nostro, questo film abbia già totalizzato la ragguardevole cifra di 120 milioni d’incasso: un indubbio segnale di speranza circa il mai così periclitante futuro dell’esperienza cinematografica in sala, in barba ad HBO Max e al cinismo ostile dei dirigenti Warner.

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Zack Snyder’s Justice League, la recensione

A cura di Francesco Pozzo

Zack Snyder’s Justice League è un’opera a suo modo senza precedenti che ci ricorda con epicità solenne il buco abissale che ci separa dai nostri padri: quel vuoto nero, incolmabile e assordante che cambia il corso delle nostre vite mutandole non di rado in peggio. Flash, Cyborg, Superman, Batman, Aquaman, Wonder Woman: non ce n’è uno che abbia un rapporto conciliante con le figure genitoriali (quando presenti); questo nocciolo tematico, spesso presente nell’affollato mondo dei superuomini in calzamaglia, è sviscerato nell’occasione specifica in maniera esemplare.

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LEI MI PARLA ANCORA di Pupi Avati, la recensione

Lei mi parla ancora - Sentieri Del Cinema

Chi l’avrebbe mai detto che Renato Pozzetto ci avrebbe regalato il ruolo della vita a ottant’anni compiuti grazie a Pupi Avati, altro eterno ragazzino del cinema che continua a fare il suo cinema intimista e nostalgico con Lei mi parla ancora, pensato per le sale ma poi approdato su Sky. Il regista bolognese torna nei luoghi del cuore (la bassa padana, tra Emilia e Veneto) con la storia vera dei genitori di Elisabetta e Vittorio Sgarbi, raccontata nel libro Lei mi parla ancora – Memorie edite e inedite di un farmacista che il papà Giuseppe Sgarbi ha pubblicato a 93 anni.

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PIECES OF A WOMAN di Kornél Mundruczó – La recensione

Pieces of a Woman alla Mostra di Venezia | Artribune

Su Netflix

Martha (Vanessa Kirby) è una giovane madre costretta a vedere morire la figlia pochi minuti dopo averla data alla luce. Contro l’ostetrica presente durante il parto, accusata di negligenza, viene intentata una causa. Ma né la giustizia né il legame con il compagno Sean (Shia LaBeouf) potranno restituire a Martha ciò che le è stato tolto.

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Mank di David Fincher, la recensione

Su Netflix

A cura di Francesco Pozzo

Mank di David Fincher è un capolavoro. Una parabola sull’oggi illuminata dalle luci della Hollywood che fu che ci permette di capire a fondo che i tempi saranno forse cambiati, ma che in fondo non è cambiato nulla. Un film assolutamente straordinario e impossibile all’infuori di Netflix perché nessuno l’avrebbe prodotto e nessuno l’avrebbe visto: una realtà avvilente considerato che si tratta di cinema nella forma più pura, sublime e rifulgente.

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LA VITA DAVANTI A SÉ di Emilio Ponti, la recensione

Bari su Netflix con Sophia Loren: arriva "La vita davanti a sé" -  Borderline24.com

Su Netflix

In una Bari “gonfia di odori”, come potrebbe cantare De André, una Bari abitata da spacciatori, transessuali e immigrati, una sopravvissuta all’Olocausto di nome Madame Rosa (Sophia Loren) si prende cura dei figli delle prostitute. Tra i bambini arrivati per ultimi, c’è il dodicenne senegalese Momo (Ibrahima Gueye), con cui nascerà un rapporto profondo per quanto tormentato.

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Borat 2 di Jason Woliner, la recensione

Su Amazon Prime Video

A cura di Francesco Pozzo

Sacha Baron Cohen (equivalente londinese del nostro Checco Zalone, che da lui ha preso molto) è uno dei pochi artisti viventi capaci di decrittare realmente i malesseri della società americana e del mondo in cui ci è dato vivere: l’unico in grado di riflettere amaramente con astuzia e una certa dose di audacia e genuina incoscienza sul legno storto e puzzolente dell’umanità, sulla doppiezza e sull’inganno insito nell’american way of life e negli anfratti oscuri di una nazione mai così smarrita e periclitante: non a caso il titolo completo del film è Borat – Seguito di film cinema: consegna di portentosa bustarella a regime americano per beneficio di fu gloriosa nazione di Kazakistan (Borat Subsequent Moviefilm: Delivery of Prodigious Bribe to American Regime for Make Benefit Once Glorious Nation of Kazakhstan).

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Diamanti grezzi di Josh e Benny Safdie, la recensione

Su Netflix

A cura di Francesco Pozzo

Un grande film dovrebbe possedere almeno tre requisiti fondamentali: investigare l’esperienza umana, farci identificare con gli individui che mette in scena (anche se con noi, quantomeno all’apparenza, hanno poco da spartire) e restituirci l’anima e la personalità di chi sta dietro la macchina da presa: ciò intendendo non attraverso sterili virtuosismi à la Sam Mendes, ma tramite la precisione e l’essenzialità dello sguardo.

Diamanti grezzi (Uncut Gems), secondo film dei fratelli Safdie, è un’opera che incapsula meravigliosamente tutte e tre le componenti.

Perché in questo Carlito’s Way trucido e psichedelico cui dona l’acqua della vita un immenso Adam Sandler mai così tragico e sgargiantemente sublime, è cristallizzata tutta l’inesprimibile contraddittorietà delle più o meno deliranti battaglie che noi tutti combattiamo quotidianamente, delle debolezze e delle mancanze, del furore e della malinconia. In una parola: dell’inadeguatezza.

E quanta straziante umanità e dolcezza, quanta disperata e toccante voglia di fare il salto per emergere dal grigiore svilente della giornaliera mediocrità, quanta encomiabile bravura nel creare un ritmo allucinato e vorticoso in cui tutto combacia con precisione chirurgica alimentandosi e compenetrandosi vicendevolmente e ogni scelta s’intreccia e si sovrappone in un flusso febbrile e ininterrotto di musica, gesti, suoni, parole, scorrere impetuoso e contagiante del denaro e del tempo.

I due fratelli, che non sbagliano un colpo e che sono una stupefacente e prevedibile conferma, maneggiano la materia narrativa come maestri navigati, scelgono volti inediti e perfetti (un autentico colpo di genio trasfigurare in questa maniera il personaggio reale e bigger than life di Kevin Garnett), si destreggiano abilmente fra scarti di ritmo e di stile, omaggi e citazioni, virate di tono e lampi di fantasia: prorompenti alfieri di un cinema lisergico e vorticoso, libero e selvaggio, barocco e rutilante, che ti prende e non ti lascia più, ti scuote e ti confonde, ti ammalia, ti stordisce e t’induce a riflettere su te stesso e su ciò che guardi lasciandoti addosso la sgradevole sensazione di una gelida coperta di fango regalandoti al tempo stesso un inebriante e disperato sorriso; un cinema sovreccitato e genuinamente anarchico che ci sbatte in faccia tutto il caos e la violenza soffocante del mondo ma anche la tenerezza e la tristezza innata di un goffo individuo perennemente ai margini che ricorda a tratti la drogata frenesia dell’Emile Hirsch di Killer Joe, uno dei tanti sgraziati e amabili perdenti ciclicamente sospinti verso il basso da miserie e difetti che si ripercuotono fatalmente su ognuno di noi, e con i quali è impossibile non provare ad identificarsi (se non altro per semplice compassione ed umano sentire).

Un personaggio, questo Howard, in grado di riconsegnarci una confusione che è parte integrante e inestricabile dell’esistenza: un inguaribile, maldestro e caracollante loser col vizio e la foga delle scommesse costantemente accompagnato da un tessuto sonoro che ne segue ed esalta le tragicomiche gesta nell’estatico e chimerico inseguimento della scommessa della vita: quella che potrebbe cambiare tutto o farlo sprofondare ancora più giù, nella burella della perdizione, in un marasma stroboscopico capace di calarci nel suo mondo slabbrato e nella caoticità della sua psiche cogliendo perfettamente l’anima e la poesia sporca di una New York lugubre e kitsch che da anni non si vedeva così vera e pulsante nel suo fuligginoso e infettante squallore.

Perché quegli scatti nevrotici, quelle corse contro il tempo tanto frenetiche quanto vane, gli amori e i sentimenti sbilenchi, le frustrazioni e il disagio penetrante che arduamente riusciamo a comunicare a chi ci sta intorno sono cose che ci toccano da vicino, e che sono parte integrante del nostro vissuto di spettatori e di esseri umani: per questo ci appassioniamo e parteggiamo con la vitalità di questo viscido omuncolo umano, troppo umano che pecca improvvidamente di ὕβϱις, e per questo, fino al termine della corsa, vorremmo istintivamente allontanarlo dal pericolo imminente salvandolo dalla catastrofe, dall’ineludibile resa dei conti di uno di quei finali crudeli e sferzanti che non si vedevano da molto tempo, e che t’incollano alla poltrona mozzandoti il fiato: di quelli a cui assisti stringendo i pugni col cuore in gola e facendo letteralmente il tifo, anche se dentro di te già sai come andrà a finire.

I Safdie, come sottolinea eloquentemente il padre spirituale Scorsese, sono dei banditi. Banditi dello sguardo e del linguaggio filmico: due ragazzacci estrosi, brillanti e ardimentosi che hanno assimilato e immagazzinato il meglio del cinema che li ha formati riplasmandolo sapientemente in un piccolo capolavoro di grazia e di tensione che pare uscito da un’epoca passata ma senza mai risultare sterilmente manierista o fine a sé stesso (Dio benedica la lucente consistenza della pellicola): un gioiello multicolore che riporta alla mente l’energia elettrica e rinfrescante di Mean Streets ma anche gli splendidi funambolismi del miglior De Palma (occhio alla meravigliosa sequenza notturna memore di Body Double), l’intima e toccante universalità del cinema di Cassavetes e la poetica del degrado di Harmony Korine.

Perché l’opale, che racchiude il segreto dell’universo e che viene dalla terra, è parte di Howard e del nostro percorso di individui, delle sconfitte e dei baluginanti fulgori di gioia che costellano le nostre vite e che si dissolvono nel conclusivo movimento di macchina che si ricollega all’infinità del cosmo scavando dentro Howard e dentro di noi, nella sua e nella nostra essenza: perché polvere siamo e polvere ritorneremo.

Voto: 3½/4

APOSTOLO di Gareth Evans – La recensione

APOSTOLO' DI GARETH EVANS, LA LIBERTÀ AUTORIALE IN CASA NETFLIX  

Su Netflix Dopo le eccellenti prove registiche offerte con The Raid – Redenzione e The Raid 2 – Berandal, in cui ha saputo rivoluzionare il cinema action grazie a una direzione ipercinetica e virtuosistica in grado di riscrivere a pieno i dogmi di tale genere, Gareth Evans, con la sua ultima opera Apostolo intraprende una nuova sfida, cimentandosi con atmosfere folk-horror, tentando anche qui di portare la propria visione autoriale. Siamo agli inizi del Novecento e ci ritroviamo a seguire la vicenda che vede come protagonista Thomas Richardson (Dan Stevens), ex missionario ormai privo di fede, alla ricerca sull’isola di Erisden della sorella Jennifer (Elen Rhys) rapita dalla setta religiosa che governa tale territorio, devota ad una divinità della zona chiamata dagli abitanti con il semplice appellativo di “Lei”. Qui si ritroverà a scoprire che, dietro ad una patina di perbenismo, nulla è come sembra e l’idilliaca vita decantata dal Profeta Malcolm (Michael Sheen), leader e guida spirituale dalle apparenze miti ed affabili, nasconde in realtà ben più di un lato oscuro.

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UNTOGETHER di Emma Forrest – La recensione

Emma Forrest Directs the Romantic Comedy Untogether - Jamie Dornan Stars in  the New Movie

Su Chili

Il cinema indipendente americano fatica da sempre ad arrivare nelle sale italiane: è anche il caso di questo film del 2018, inedito nei nostri cinema ma disponibile sulla piattaforma di streaming Chili. Esordio alla regia di Emma Forrest, Untogether è una commedia dolceamara con protagonista Jemima Kirke, attrice della serie cult Girls. Al suo fianco, la sorella Lola Kirke (Mozart in the Jungle), Jamie Dornan (The Fall, 50 sfumature), Ben Mendelsohn (Rogue One, The Outsider, all’epoca marito della regista), insieme a due volti cardine della commedia anni 80 come Billy Crystal e Jennifer Grey.

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LILLI E IL VAGABONDO di Charlie Bean – La recensione

Lilli e il vagabondo, di Charlie Bean. La recensione - Sentieri Selvaggi

Su Disney+

Era il 1955 quando Lilli e il vagabondo usciva per la prima volta nelle sale cinematografiche. Ora, il classico Disney torna in veste di live-action sulla piattaforma Disney+, diretto da Charlie Bean (The LEGO Movie: Ninjago). La trama non differisce da quella del 1955. Lilli, nell’edizione inglese doppiata da Tessa Thompson, è sempre la cocker spaniel viziata dai padroni, i raffinati coniugi Gianni Caro (Thomas Mann) e Tesoro (Kiersey Clemons), mentre Biagio, che nel film non ha nome e parla con la voce di Justin Theroux, è il randagio dal cuore d’oro pronto a gustare con Lilli la vita di strada e un piatto di spaghetti.

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IL SOMMELIER di Prentice Penny – La recensione

Il Sommelier: recensione del film Netflix di Prentice Penny -  Cinematographe.it

Su Netflix

Diretto da Prentice Penny, Il Sommelier (Uncorked) è una nuova produzione Netflix, da qualche giorno nella Top Ten dei titoli più popolari in Italia. Un film tragicomico che narra una storia classica, ma comunque apprezzabile, di riscatto sociale e desiderio di realizzare i propri sogni. Sullo sfondo, il mondo dell’enologia, oggetto ricorrente di molte trame cinematografiche da Sideways (Alexander Payne, 2005) a Un’ottima annata (Ridley Scott, 2006).

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FAVOLACCE di Fabio e Damiano D’Innocenzo – La recensione

Recensione film "Favolacce" di Fabio D'Innocenzo e Damiano D'Innocenzo

In una provincia italiana non meglio definita, un gruppo di famiglie coabita nel medesimo quartiere. I giorni scorrono senza troppo entusiasmo in quella che potrebbe essere ricordata con una delle tanti estati dal caldo torrido. Qui, le vicende di adulti e bambini si susseguono e si intrecciano. I primi sono disillusi, cinici, covano una rabbia repressa che sfocia in repressione e frustrazione. I secondi osservano tutto e arrivano alle loro conclusioni. Vorrebbero godere di un esempio migliore, ma il divario generazionale che li separa dai loro genitori non ammette sconti.

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DOV’È IL MIO CORPO? di Jérémy Clapin – La recensione

Dov'è il mio corpo? - Wikipedia

Una mosca ronza con insistenza. Nel riflesso dei suoi occhi una mano mutilata e il volto tumefatto di un ragazzo steso a terra, incosciente. È con quest’immagine che Jérémy Clapin apre il suo primo lungometraggio d’animazione Dov’è il mio corpo? (J’ai perdu mon corps), vincitore della Semaine de la Critique al 72esimo Festival di Cannes e attualmente disponibile in streaming su Netflix.

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ATLANTIQUE di Mati Diop – La recensione

Atlantique, di Mati Diop. La recensione - Sentieri Selvaggi

L’esordio alla regia di un lungometraggio per Mati Diop è stato davvero ben visto dalla critica e dalla giuria del Festival di Cannes 2019. Atlantique ha vinto infatti il Gran premio speciale della giuria e inoltre Mati Diop è stata la prima donna di colore a dirigere un film del concorso principale. I numerosi plausi ottenuti hanno portato il colosso statunitense dello streaming Netflix ad acquistarne i diritti di distribuzione.

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STORIA DI UN MATRIMONIO – La recensione

Storia di un matrimonio' è un capolavoro che vi devasterà | Rolling Stone  Italia

Nicole (Scarlett Johansson), un’attrice nata e cresciuta a Los Angeles, si è sposata con Charlie (Adam Driver), regista di teatro adottato da New York. Dopo anni di lavoro e di vita insieme, i due divorziano e devono affrontare tutte le difficoltà che questo comporta, cercando di mettere al primo posto il figlio Henry.

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PANAMA PAPERS di Steven Soderbergh – La recensione

Panama Papers, la recensione del film Netflix - Moviemag.it

Su Netflix

Dopo la morte del marito, avvenuta in un tragico incidente in barca, Ellen Martin (Meryl Streep) cerca di ottenere giustizia ma continua a scontrarsi con i cavilli del mondo assicurativo. Determinata e pronta a tutto, Ellen arriverà a scontrarsi con l’universo delle frodi e delle speculazioni finanziarie, che si trovano dietro le quinte del sistema economico mondiale. Steven Soderbergh si cimenta con il cinema di inchiesta, prendendo spunto dal libro del giornalista Jake Bernstein, Secrecy World: Inside the Panama Papers Investigation of Illicit Money Networks and the Global Elite, per dare al pubblico una panoramica di una vicenda complessa e dettagliata.

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ANNIENTAMENTO di Alex Garland (2018)

Annientamento - Recensione - Moviesource

Una ricetta perfetta è tale quando tutti gli ingredienti sono in grado di mescolarsi in maniera omogenea dando vita ad un risultato finale capace di soddisfare chi ne usufruirà. Questo è il risultato del lavoro fantascientifico di Alex Garland, che in Annientamento ha fatto convergere cinema, scienza e filosofia, impacchettando il tutto e realizzando così uno dei migliori film sci-fi dell’anno. Garland, con Annientamento ha fatto qualcosa di diverso, è riuscito ad andare oltre la fantascienza, non abbandonando, dopo Ex-Machina, quella strada tortuosa nella quale lo spettatore verrà costretto a porsi delle domande esistenziali, alle quali però alla fine non riuscirà a rispondersi: cosa è reale e cosa non lo è? Esiste un altro tipo di vita, diversa da quella che noi umani concepiamo? Ma chi è in grado di rispondere veramente a queste domande?

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