Palestina 36 di Annemarie Jacir, la recensione

di Valeria Morini

Per capire l’attualità è sempre fondamentale guardare al passato, alla Storia. Palestina 36 torna alle origini del lancinante conflitto mediorientale raccontando i prodromi che hanno portato alla Nakba e alla nascita dello Stato di Israele. Annemarie Jacir, prima regista donna palestinese, è nata a Betlemme e cresciuta anche in Arabia Saudita e Usa nonché esule in Giordania per anni. Con già tre lungometraggi alle spalle, realizza il suo film più ambizioso: un grande affresco storico ambientato per l’appunto nel 1936.

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Un mondo meraviglioso di Giulio Callegari, la recensione: una commedia per riflettere su AI e robot

di Valeria Morini

Siamo alle soglie di un mondo “dominato” da robot? Mentre ovunque, dai social ai telegiornali, impazzano le discussioni su intelligenza artificiale e robotica, il francese Giulio Callegari quel mondo ce lo racconta come già compiuto, con questa leggera e piacevolissima commedia fantascientifica che riflette sull’AI ma ci parla soprattutto dell’importanza degli affetti.

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Toy Story 5, la recensione: Woody e Buzz splendidi trentenni e la rivincita dell’analogico

di Camilla Maccaferri

Ozzy Osbourne

I giocattoli non invecchiano, non muoiono se non di morte violenta (in genere per mano di qualche ragazzino redneck) e sono destinati, tristemente, a sopravviverci, come piccoli vampiri di plastica costretti continuamente ad abbandonare le persone amate, che se ne vanno sul viale della vita, e a imparare ad amarne di nuove. O almeno così credevamo.

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Disclosure Day, la recensione: Steven Spielberg torna a parlare di alieni (ma soprattutto di noi)

di Valeria Morini

Da 50 anni Steven Spielberg ha un grande amore: la fantascienza che parla di extraterrestri. Era il 1976 quando batté il primo ciak di Incontri ravvicinati del terzo tipo, che sarebbe uscito in sala l’anno dopo. Nei cinque decenni successivi sono seguiti E.T. (ovvero la straordinaria trovata di fondere sci-fi e film per famiglie in uno dei prodotti più emozionanti della Storia del cinema) e La guerra dei mondi (dove stavolta gli alieni sono cattivi), senza dimenticare la loro fugace ma significativa apparizione in A.I. – Intelligenza artificiale e Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo e la produzione di serie come Taken e Falling Skies. Nel 2026, Disclosure Day celebra questo “anniversario” e questo amore per il genere facendosi corollario di tutto il cinema del più popolare cineasta americano vivente.

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Le bambine di Valentina e Nicole Bertani, la recensione: un promettente esordio che omaggia gli anni 90

di Valeria Morini

Dopo gli anni 70 e gli 80, il revival dei 90 è il nuovo trend del grande schermo (e di quello piccolo: pensiamo ad Hanno ucciso l’Uomo Ragno e al suo sequel Nord Sud Ovest Est). Un passato vicino e ancora vivido, eppure per certi versi lontano anni luce: pre-social, pre-smartphone, pre-Google, genuino e materialista. Un esempio è Le bambine, opera prima di finzione delle sorelle mantovane Valentina e Nicole Bertani. La prima aveva già diretto il documentario La timidezza delle chiome sui gemelli Benjamin e Joshua Israel, che hanno un piccolo ruolo anche in questo film.

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Amarga Navidad di Pedro Almodovar, la recensione

di Valeria Morini

Amarga Navidad è un Natale amaro, come il titolo della canzone di Chavela Vargas, leggendaria cantante messicana la cui voce appare nelle scene più riuscite del 25esimo film di Pedro Almodóvar. C’è ben poco di atmosfera natalizia ma molta amarezza e malinconia in un’opera, presentata in concorso al Festival di Cannes 2026, che è una sorta di autoconfessione del regista spagnolo tanto da fargli ammettere che è “film dove sono stato più impietoso verso me stesso”.

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E i figli dopo di loro, la recensione del potente coming of age di Ludovic e Zoran Boukherma

di Valeria Morini

La giovinezza raccontata in quattro atti: quattro estati roventi, violente e romantiche tra il 1992 e il 1998. Il quarto film dei gemelli registi Ludovic e Zoran Boukherma (nati proprio nell’anno in cui inizia la pellicola) è un adattamento del romanzo di Nicolas Mathieu, un bildungsroman di feroce intensità e malinconica nostalgia presentato in concorso alla Mostra di Venezia 2024 dove il giovane protagonista Paul Kircher (bravissimo, già capace di regalare un’ottima interpretazione in The Animal Kingdom) ha vinto il Premio Marcello Mastroianni come talento emergente.

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Desiderio e paure nelle Filippine del 1981: In The Wink Of An Eye di Mike De Leon e Macho Dancer di Lino Brocka

di Giulia Pugliese

Il cinema filippino ha una lunga storia: nasce già ai tempi del muto e trova la sua età dell’oro negli anni ’50. È un’industria dove prodotti commerciali e d’autore si alternano, dove c’è ampio respiro per il racconto del presente, della società e anche per un cinema differente dalle logiche occidentali e dalle narrazioni convenzionali, oltre che per parlare della storia pesante del Paese. Le Filippine, dopo la dominazione coloniale di Spagna e Stati Uniti, hanno subito la dittatura di Fernando Marcos e la successiva legge marziale; ad oggi è ancora un paese con una forte migrazione e con molte disuguaglianze al suo interno, come ha raccontato il film Filipiñana, presentato al Far East Film Festival 2026.

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Gli occhi degli altri di Andrea De Sica, la recensione

di Giulia Pugliese

“Ti piacerebbe farti scopare come faccio io!”

La terza opera di Andrea De Sica lo porta alla maturità dopo una serie di film sugli adolescenti come I figli della notte e Non mi uccidere. Gli occhi degli altri è un’opera che con coraggio esplora dettagli poco piacevoli della psiche umana, dei rapporti di coppia e delle classi sociali. Si basa liberamente sull’omicidio-suicidio dei coniugi Casati Stampa: i luoghi sono diversi, ma rimane la parte scandalistica della storia, che tuttavia Andrea De Sica scardina per costruire una narrazione differente insieme a Gianni Romoli e Silvana Tamma, così che il film possa spaziare su tematiche scivolose e poco trattate dal cinema italiano.

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Nouvelle Vague di Richard Linklater, la recensione

di Valeria Morini

Nostalgico e sperimentatore, romantico e sempre orgogliosamente indipendente, capace di passare dalla commedia più ironica alla malinconia più struggente. Richard Linklater, uno dei registi chiave del cinema americano contemporaneo, dopo un periodo altalenante fatto di tanti titoli passati un po’ in sordina (in cui il più popolare e riuscito è la deliziosa black comedy Hit Man), è tornato a dare il meglio regalandoci ben due film nell’arco di appena un anno. Dopo Blue Moon (uscito in Italia solo in streaming), che fu presentato alla Berlinale 2025, ecco Nouvelle Vague, dal concorso del Festival di Cannes.

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Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, la recensione

di Riccardo Tanco

Bobby Ferguson (Leonardo DiCaprio) è un uomo che vive nascosto dalla società assieme alla figlia adolescente Willa (Chase Infiniti) e che 16 anni prima agiva da rivoluzionario e come membro di un gruppo anti sistema noto come French 75. Quando però lo spietato colonnello Steven J. Lockjaw (Sean Penn), un uomo legato al passato di Bobby, va alla ricerca di Willa con l’intento di rapirla, il padre dovrà affrontare una complicata epopea per salvarle la vita.

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L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho, la recensione

di Giulia Pugliese

“Per un Brasile migliore!”

La complessità della storia e della cultura del Sud America è difficile da circostanziare, ci ha provato Eduardo Galeano con Le vene aperte dell’America Latina, ci prova il cinema dei paesi latini sempre più attento nel voler analizzare la sua storia per comprenderla, digerirla e farla entrare nel comune sentire, per andare avanti e creare delle società migliori. Tuttavia L’agente segreto si toglie da queste logiche, perché è un film che non vuole metabolizzare la violenza del regime autoritario militare che ha governato il Brasile tra gli anni ’60 e gli anni ’80, ma vuole denunciare il clima di disinteresse verso quella parte di storia brasiliana.

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Hamnet – Nel nome del figlio di Chloé Zhao, la recensione

di Valeria Morini

Hamnet e Hamlet: solo una lettera separa il nome del figlio di William Shakespeare, morto ad appena 11 anni, da quello del suo personaggio più celebre. Questa commistione tra realtà e fiction, tra vita privata e teatro è al centro del film di Chloé Zhao, già premio Oscar per l’intenso Nomadland che dopo la parentesi blockbuster di The Eternals è tornata a un cinema più contemplativo, dai ritmi lenti, molto interessato a esplorare il legame tra essere umano e natura.

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La mattina scrivo di Valérie Donzelli, la recensione

di Valeria Morini

A confermare l’ottimo stato di salute del cinema d’autore francese e la sua tendenza a parlare di temi sociali, La mattina scrivo (À pied d’œuvre) di Valérie Donzelli è una sommessa e rigorosa fotografia del mondo di oggi e di cosa significhi scegliere tra compromesso e libertà. Paul (Bastien Bouillon, attore feticcio della regista) è un fotografo freelance di successo, con ottimi guadagni. A 42 anni, decide però di mollare tutto e diventare scrittore a tempo pieno. Una scelta radicale che lo porterà a vivere in uno stato di povertà e lo spingerà a mantenersi con piccoli lavori saltuari.

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Cime tempestose, la recensione del film di Emerald Fennell

Di Francesco Pozzo

Dal complessissimo e sottilmente morboso capolavoro di Emily Brontë, uno dei pilastri del romanzo ottocentesco se non Il romanzo ottocentesco per eccellenza, ci sono giunti negli anni non pochi adattamenti cinematografici, fra cui solo un paio (estremamente) buoni: quello (ovviamente) folle e necrofilo di Luis Buñuel (Abismos de pasión), e quello più classico ma altrettanto memorabile di William Wyler (La voce nella tempesta, da noi), maestro assoluto e insuperato di forme, spazi, proporzioni, volumi (i suoi film andrebbero dissezionati): due geni che diedero prova di aver sapientemente assimilato e magnificamente trasfigurato tutta la fosca e disturbante potenza di un racconto che continua a mettere il dito (e lo sguardo) dentro le piaghe aperte: a dar forma – anche oggi, in un’epoca in cui la dimensione del privato e la soglia del proibito sono irrimediabilmente collassate – alle nostre inquietudini più profonde e impronunciabili.

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Il mago del Cremlino di Olivier Assayas, la recensione

di Valeria Morini

“Il potere logora chi non ce l’ha”, sentenziava Giulio Andreotti, uno che di dinamiche politiche se ne intendeva parecchio. Effettivamente l’aforisma sembra applicarsi alla Russia, da fine anni 90 dominata da un unico personaggio, Vladimir Putin, il quale nonostante crisi interne, conflitti e oppositori regna quasi incontrastato in un Paese che nella sua lunga e affascinante quanto infelice Storia non ha mai conosciuto la democrazia. Nel bel mezzo della torbida e spietata guerra contro l’Ucraina, il regista francese Olivier Assayas ha trovato la forza e il tempismo di confezionare una sorta di “biopic romanzato” sull’ascesa al potere di Putin che è soprattutto il racconto di una Nazione lungo trent’anni.

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Sentimental Value di Joachim Trier, la recensione

di Valeria Morini

Dopo il viaggio nell’educazione sentimentale di La persona peggiore al mondo, il regista norvegese Joachim Trier ci parla della difficile ricostruzione di un rapporto famigliare in Sentimental Value, dove la sua attrice feticcio Renate Reinsve è affiancata da due superstar come il granitico ed eclettico svedese Stellan Skarsgård e l’americana Elle Fanning.

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La Grazia di Paolo Sorrentino, la recensione

di Riccardo Tanco

Il Presidente della Repubblica Mariano De Santis (Toni Servillo) passa le giornate al Quirinale tra la routine quotidiana e i vari impegni istituzionali, accompagnato e supportato dalla figlia Dorotea (Anna Ferzetti), un’apprezzata giurista. Entrato nel cosiddetto semestre bianco, il Presidente verrà chiamato a riflettere e decidere su due difficili casi giuridici e sulla complessa legge sull’eutanasia.

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La mia famiglia a Taipei di Shih-Ching Tsou, la recensione

di Giulia Pugliese

Taiwan è una nazione con una sua cultura cinematografica, che è fiorita soprattutto tra gli anni ’80 e i primi 2000. Tuttavia la crisi con la Cina non aiuta un mercato cinematografico, che a oggi appare fragile e anche spesso orientato a raccontare questa volontà di indipendenza. Taiwan è un mistero, certo non si può negare l’influenza cinese, che emerge anche in questo film, come la forte volontà di rimanere una regione democratica. Il suo cinema è da sempre molto interessate e spesso focalizzato a raccontare storie personali che poi diventano chiavi di lettura del Paese.

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Vita privata di Rebecca Zlotowski, la recensione

di Giulia Pugliese

Il nuovo film di Rebecca Zlotowski pesca a piene mani da tanta filmografia e dal rapporto tra cinema e psicoanalisi. Come in tutti i suoi film, c’è molto interesse per la figura femminile, che non è mai un personaggio scontato o “classico”. Questa volta, tra l’altro, a interpretare la protagonista è Jodie Foster, molto giusta e centrata per il personaggio di una donna fredda, razionale e fintamente dedita al suo lavoro per non affrontare i propri problemi, che improvvisamente ha una vera e propria metamorfosi che non si può spiegare con la razionalità, legata a una seduta di ipnosi.

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Il rapimento di Arabella di Carolina Cavalli, la recensione

di Valeria Morini

Dopo Amanda, un altro (doppio) ritratto femminile disfunzionale da parte di Carolina Cavalli, una delle firme autoriali ormai più riconoscibili del cinema contemporaneo italiano. Nell’opera seconda della regista milanese, Il rapimento di Arabella, prosegue il sodalizio con Benedetta Porcaroli: l’intesa tra le due è davvero evidente e l’attrice romana è il volto perfetto per incarnare le antieroine sghembe e fuori dai canoni della Cavalli.

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Orfeo di Virgilio Villoresi, la recensione

di Valeria Morini

Il mito di Orfeo influenza da sempre il cinema e l’arte in generale, storia archetipica sull’amore che dura oltre i confini terreni e sulla difficoltà di elaborare il lutto e accettare la perdita. Da Virgilio e Poliziano a Jean Cocteau e Marcel Camus, il viaggio all’inferno per ricongiungersi all’amata Euridice viene ora ripreso da Virgilio Villoresi, regista, animatore e artista visivo che si rifà, più che alla radice arcaica del racconto, alla rivisitazione di Dino Buzzati con Poema a fumetti, tra le prime graphic novel di sempre.

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The Smashing Machine di Benny Safdie, la recensione

di Giulia Pugliese

I personaggi dei film di Benny Safdie si riconoscono per le loro zone d’ombra, sono degli inguaribili romantici e credono in sogni irraggiungibili. Mark Kerr è un campione, un bravo ragazzo e anche un tossico, è un lottatore e allo stesso tempo è sensibile e facile al pianto. Il protagonista di The Smashing Machine è un uomo pieno di contraddizioni e paure, ed è in qualche maniera l’anti-eroe perfetto per il regista, perché scardina gli stereotipi legati al mondo della lotta e agli sportivi che la praticano.

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Un semplice incidente di Jafar Panahi, la recensione

di Giulia Pugliese


“Non c’entra nulla Dio, hai ammazzato una povera bestia” “Se una cosa deve succedere, succede”

Jafar Panahi è senz’altro un volto che unisce il vecchio e il nuovo cinema iraniano. Da sempre interessato all’arte cinematografica, è stato l’assistente di Abbas Kiarostami, tanto che, nell’incredibile finale de Il sapore delle ciliegie lo si vede mentre muove una telecamera. Ora il regista non è solo il volto del cinema iraniano, ma anche il volto di un Iran libero dal regime: un cineasta politico e militante, che chiede libertà e democrazia per il suo Paese.

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The Ugly Stepsister di Emilie Blichfeldt, la recensione: Cenerentola incontra il body horror

di Valeria Morini

Il body horror non passa di moda ed è anzi più vivo e palpitante che mai. A portare avanti questo sottogenere sono spesso registe europee, come le francesi Julia Ducornau in Titane e Coralie Fargeat con il fenomeno The Substance e anche la norvegese Emilie Blichfeldt. Classe 1991, nel suo lungometraggio d’esordio ci parla di ossessione per la bellezza e accettazione del proprio corpo con una versione nerissima e dai contorni pulp (le scene crude sono poche, ma decisamente ripugnanti) della fiaba forse più celebre di tutte. The Ugly Stepsister è infatti una rivisitazione di Cenerentola, dal punto di vista della sorellastra.

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Frankenstein di Guillermo del Toro, la recensione

di Giulia Pugliese

Guillermo del Toro riporta sullo schermo il classico di Mary Shelley, discostandosi dal libro per alcuni aspetti della trama e dando al film elementi nuovi e diversi dalle altre trasposizioni cinematografiche. Il film ha l’enorme pregio di rivisitare i due personaggi principali: Victor Frankenstein non è l’amorevole padre della Creatura, ma un uomo mosso dall’ambizione, la cui vita è segnata dall’orribile rapporto con il padre e incapace di empatizzare con la sua creazione. Il dottor Frankenstein, nell’opera, è un personaggio psicologicamente problematico e a tratti delirante. Alla Creatura, invece, viene dato spessore psicologico e sensibilità: per certi versi, la Creatura di Guillermo del Toro è qualcosa di puro e infantile, alla ricerca di un padre che Frankenstein non può essere e di qualcuno con cui condividere la vita, perché capisce immediatamente che non sarà accettato dagli uomini.

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Bugonia di Yorgos Lanthimos, la recensione del film con Emma Stone

di Valeria Morini

Lo humour nero di Yorgos Lanthimos incontra ancora una volta la sua attrice feticcio Emma Stone nel quarto film girato insieme. Il regista greco è a tutti gli effetti una presenza fissa di Hollywood e, al suo terzo film in tre anni (dopo Povere creature! e Kinds of Kindness), realizza con Bugonia il remake della pellicola coreana Jigureul jikyeora! di Jang Joon-hwan.

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Eddington di Ari Aster, la recensione

di Valeria Morini

Al suo quarto film, Ari Aster destabilizza ancora una volta, ma lasciandoci incerti sul percorso cinematografico che il regista newyorchese sta intraprendendo. Salutato come uno dei nuovi imprescindibili Maestri dell’horror in virtù di Hereditary e Midsommar, il cineasta aveva poi virato sul fronte della black comedy con l’estenuante passo falso di Beau ha paura e resta ora nell’ambito della satira con Eddington, che vorrebbe essere un saggio sull’America contemporanea fagocitata dalle sue divisioni politiche, sempre più vittima di se stessa.

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Le città di pianura di Francesco Sossai, la recensione

Il Veneto, in fondo, è un po’ come il Far west o il sud degli Stati Uniti. Il road movie si presta a questa terra liminare, immersa nella pianura padana, che non a caso da qualche anno è location frequente di film e serie, tanto che in un certo senso si può parlare di “cinema veneto”: pensiamo alla forte identità territoriale espressa dai film di Antonio Padovan come Finché c’è prosecco c’è speranza e Il grande passo a Delta di Michele Vannucci, ma anche a una serie (purtroppo poco vista) come L’Alligatore. Le città di pianura di Francesco Sossai, acclamato al Festival di Cannes 2025, ribadisce questa centralità del nord est nella cinematografia recente, ma lo fa con una fotografia impietosa quanto teneramente affezionata della regione, sospesa tra un passato rurale che sta scomparendo e un presente privo di una vera identità, fagocitata dal capitalismo industriale e dalla sua stessa crisi.

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A House of Dynamite di Kathryn Bigelow, la recensione

di Giulia Pugliese

Kathryn Bigelow vince per miglior titolo della Mostra del Cinema di Venezia 82: l’immagine di una casa piena di dinamite pronta a esplodere è la perfetta metafora per i nostri tempi così bellicosi. La corsa agli armamenti, che anche l’Europa sta mettendo in atto, è un’escalation difficile da bloccare, peggio se si tratta di armamenti nucleari.

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Together di Michael Shanks, la recensione

di Valeria Morini

Si può raccontare una storia intensamente romantica attraverso il genere del body horror? La risposta a questa domanda è Together, esordio alla regia di Michael Shanks prodotto da Neon, che porta alle estreme conseguenze il racconto di una coppia in crisi, trasformando una storia dalle venature fantasy con ampie dosi di gore in una grande allegoria dell’amore e delle dinamiche interne a una relazione sentimentale.

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La voce di Hind Rijab di Kaouther Ben Hania, la recensione

di Francesca Sozzi

La voce di Hind Rajab della tunisina della tunisina Kaouther Ben Hania, inserisce il reale nella fiction per denunciare il genocidio in corso a Gaza e onorare la morte di una bambina palestinese, insieme ai suoi familiari e a due operatori della Mezzaluna Rossa, sotto il fuoco dell’esercito israeliano. Film militante, necessario e di denuncia, Gran Premio della Giuria a Venezia 82.

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Elisa di Leonardo Di Costanzo, la recensione

di Giulia Pugliese

“Io so chi sei”

Elisa ha delle attinenze con il film precedente del regista, Ariaferma: è un dramma carcerario e ci sono due personaggi, forse agli antipodi. Tuttavia, quello che Leonardo Di Costanzo cerca di fare nei suoi film è scardinare le nostre certezze: il carcere del film, che si trova in Svizzera, è molto diverso dalla nostra idea di una prigione. In mezzo ai boschi, le detenute si muovono liberamente e svolgono diverse attività, anche professionali.

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Warfare – Tempo di guerra di Alex Garland e Ray Mendoza, la recensione

di Valeria Morini

Curioso il percorso registico di Alex Garland, regista e sceneggiatore che nei suoi primi film si è approcciato al genere fantascientifico, per poi raccontarci la distopia, inquietantemente verosimile, di una moderna guerra civile americana in Civil War. Ora il regista, continuando a cimentarsi con il genere bellico, approda definitivamente al realismo con Warfare, film diretto insieme al reduce militare (nonché stuntman) Ray Mendoza che ricostruisce un autentico episodio avvenuto in Iraq nel 2006.

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Unicorni di Michela Andreozzi, la recensione: una commedia su famiglia e inclusione

di Valeria Morini

Mentre organizzazioni di supposti genitori preoccupati chiedono di togliere l’educazione all’affettività nelle scuole, un messaggio di inclusione, tolleranza e apertura arriva da Unicorni, film di Michela Andreozzi destinato probabilmente a dividere e a indignare i tanto accesi paladini anti-gender. Al centro Blu, bambino di 9 anni che non si sente maschio e preferisce indossare abiti femminili, tanto da volersi vestire da sirenetta nello spettacolo di fine anno scolastico. I genitori, interpretati da Edoardo Pesce e Valentina Lodovini, inizialmente decidono di assecondarlo soltanto tra le mura casalinghe, ma pian piano iniziano a manifestare la loro preoccupazione e a interrogarsi su come gestire la fluidità del figlio, tra sedute psicologiche con altri genitori alle prese con vicende analoghe e momenti di disorientamento e scontro che metterà in crisi la stabilità famigliare.

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El Jockey di Luis Ortega, la recensione

di Valeria Morini

Remo Manfredini è un leggendario fantino dell’ippica argentina. I fasti sono però ben lontani: al momento è costantemente ubriaco o strafatto e incapace di reggersi a cavallo, con somma mestizia dei gangster che lo finanziano e della compagna (incinta), anche lei campionessa di galoppo. Da questi presupposti parte il El Jockey di Luis Ortega, che si era fatto notare con la storia di un serial killer argentino in L’angelo del crimine.

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Superman, la recensione del film di James Gunn

Di Francesco Pozzo

Rivedevo giusto tempo fa Slither, e pensavo che James Gunn è un personaggio intrinsecamente incapace di produrre qualcosa di profondo e sostanzioso. Un cazzaro, amichevolmente. Ma di quelli seri. Chi scrive, poi, non concepisce l’horror come giochino sterile. Per dire: quale sarebbe il senso di (ri)mettere in scena le lordure di Society di Brian Yuzna senza la necessità ontologica che c’era dietro? Lui si sollazza, e ci sarà – naturalmente – chi farà altrettanto (lo conferma il fandom molesto che lo segue ovunque pensando forse che sia un vero cineasta). Io no. Spiacente.

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The End di Joshua Oppenheimer: la recensione del film, tra post apocalittico e musical

di Valeria Morini

In un mondo reso inabitale da una non precisata calamità, una famiglia sceglie di vivere sottoterra, in una lussuosa dimora ricostruita all’interno di una miniera di sale. Sono un Padre (Michael Shannon), una Madre (Tilda Swinton) e un Figlio (George MacKay), cui si sono aggiunti un’amica (Bronagh Gallagher), un medico (Lennie James) e un maggiordomo (Tim McInnerny). L’arrivo di una giovane sopravvissuta dall’esterno (Moses Ingram) finisce per scombussolare la vita del ragazzo, nato e cresciuto nel bunker, e soprattutto le dinamiche di quel chiuso microcosmo.

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F1 – Il film di Joseph Kosinski, la recensione del blockbuster con Brad Pitt girato nel mondo della Formula 1

di Valeria Morini

A inizio pista i semafori rossi si accendono in sequenza, per poi spegnersi tutti insieme: i motori rombano, parte la gara a 300 all’ora. È la Formula 1, bellezza, la più importante categoria di automobilismo esistente. Brad Pitt ne è un grandissimo appassionato e con la sua Plan B ha prodotto F1, insieme, tra gli altri, a Jerry Bruckheimer e pure a Lewis Hamilton.

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Tutto l’amore che serve, la recensione: Anne-Sophie Bailly racconta l’essere madri e la disabilità

di Valeria Morini

Raccontare la disabilità e la maternità in modo non convenzionale e al di fuori dei consueti stereotipi: è questo il senso di Tutto l’amore che serve (Mon inséparable), film della francese Anne-Sophie Bailly che conferma – se ancora ce ne fosse bisogno – la bravura di Laure Calamy, una delle interpreti più significative della scena transalpina. Mona è la madre single di un trentenne, Joel, con un ritardo cognitivo: gli equilibri della famiglia si rompono quando la fidanzata di Joel, anche lei con disabilità, resta incinta.

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Tre amiche di Emmanuel Mouret, la recensione

di Valeria Morini

“Mi piacciono i personaggi che sbagliano, ci riprovano e continuano a sbagliare, come Buster Keaton quando ripetutamente cade e si rialza”: così parla Emmanuel Mouret, sintetizzando il percorso delle sue protagoniste in Tre amiche. Non a caso Keaton appare in una scena ambientata in un cinema, strizzatina d’occhio alla cinefilia in un film che nelle premesse potrebbe essere un lavoro di Woody Allen.

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Ballerina, la recensione del film con Ana de Armas

Di Francesco Pozzo

Rules and consequences.

I dubbi erano francamente legittimi. Era l’ottobre 2019 quando, dopo tre vincenti film consecutivi, Chad Stahelski, stuntman e genio dell’action che ha reinventato il genere con la sublime e ormai universalmente nota saga epica di John Wick (progetto sul quale, ricordiamolo, nessuno intendeva investire un soldo, all’inizio), lasciava la regia del primo e arrischiato spin-off del nascente Wickverse nelle mani di Len Wiseman: non esattamente un asso, per usare un eufemismo (suoi il remake di Total Recall e la terrificante saga di Underworld).

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La trama fenicia di Wes Anderson, la recensione

di Valeria Morini

Un magnate spregiudicato e una figlia suora devota con rossetto e unghie laccate, un’avventura intricatissima, Bach, Mussorgsky e Stravinsky che si accompagnano alle musiche originali di Alexander Desplat: il cinema di Wes Anderson ci offre un’altra variazione del suo stile inconfondibile con La trama fenicia, che vede Benicio Del Toro alla guida di un cast stellare (tra gli altri, Michael Cera, Tom Hanks, Benedict Cumberbatch, Scarlett Joahnsson e Mia Threapleton, figlia di Kate Winslet). Dal deserto americano del precedente Asteroid City, passiamo a un immaginario paese mediorientale negli anni 50.

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Shangai Blues di Tsui Hark: un classico del cinema di Hong Kong tra mélo e screwball comedy

di Valeria Morini

C’era una volta il cinema di Hong Kong, quello frizzante, genuino e spettacolare che ha reso la ex colonia britannica un unicum nel panorama filmico mondiale. Da un’isola metropolitana incastonata nel cuore della Cina ma indipendente da essa fino al 1997, teoricamente legata al Regno Unito ma con un’identità precisa e tutta sua, oltre che una sua lingua (il cantonese e non il mandarino), è uscito un universo caleidoscopico, dal cinema di arti marziali al noir/poliziesco, dal wuxia alla meravigliosa stagione d’autore della New Wave, il tutto oggetto di ampi studi anche da parte della critica italiana. Oggi che la situazione politica è stravolta e che il cinema hongkonghese vive una nuova epoca in cui, pur mantenendo una indipendenza artistica da Pechino, soffre di una evidente crisi d’identità, è utile (oltre che una gioia per gli occhi) recuperare un film rappresentativo come Shangai Blues del 1984.

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Cannes 2025: HIGHEST 2 LOWEST e MAGELLAN

di Simone Soranna

HIGHEST 2 LOWEST

A cinque anni da Da 5 Bloods (2020), Spike Lee torna dietro la macchina da presa affrontando una sfida affascinante: rileggere Due colpi in uno di Ed McBain, romanzo già trasformato in cinema da Akira Kurosawa con il capolavoro Anatomia di un rapimento (1963). Da quel modello imprescindibile, Highest 2 Lowest riprende l’impianto narrativo per trasportarlo in una New York pienamente contemporanea, immersa in un paesaggio di luci artificiali, superfici riflettenti e grattacieli ipermoderni, specchio perfetto di un mondo dominato dall’apparenza e dall’autonarrazione social.

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Cannes 2025: PARTIR UN JOUR e TWO PROSECUTORS

di Simone Soranna

Partir un jour

Riprendendo le suggestioni di un suo cortometraggio già premiato con il César nel 2023, Amélie Bonnin compie il passaggio al lungometraggio di finzione spostando lo sguardo dall’universo maschile a quello femminile e scegliendo la forma della commedia musicale per interrogare nostalgia, memoria e ferite mai davvero rimarginate, che continuano a farsi sentire anche oltre la soglia degli “anta”. Partir un jour adotta un tono volutamente irregolare, vitale, attraversato da un gusto per l’ibridazione dei generi e da una vocazione alla tragicommedia esistenziale, mettendo al centro innanzitutto la relazione padre-figlia e provando a restituire il ritratto – come dichiarato dalla regista – di “una generazione di uomini a cui non è mai stato insegnato a esprimere le proprie emozioni”.

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One to One: John & Yoko, la recensione del documentario di Kevin Macdonald e Sam Rice-Edwards

di Valeria Morini

“Well, we all shine on / Like the moon and the stars and the sun”, cantava John Lennon in Instant Karma, uno dei suoi pezzi solisti più noti e tra le esibizioni più trascinanti del concerto One to One a New York City il 30 agosto 1972. Nel documentario di Kevin Macdonald e Sam Rice-Edwards a risplendere è il talento dell’ex Beatle e soprattutto l’importanza che la sua icona ha rivestito nella cultura statunitense, specialmente a livello sociale e politico.

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La volpe a nove code nel cinema coreano: horror e mélo in A Thousand Year Old Fox e The Fox with Nine Tails

di Valeria Morini

L’affascinante folklore dell’Estremo Oriente è popolato da mostri e creature fantastiche che in Occidente sono ancora poco noti. Secondo la mitologia coreana, la volpe a nove code è una creatura leggendaria, una volpe che dopo aver vissuto per mille anni si è trasformata per l’appunto in una gumiho o kumiho, capace di assumere le sembianze di una bella giovane per sedurre uomini e nutrirsi delle loro carni. Il cinema della Corea del Sud si è immancabilmente interessato a questo essere, che ha corrispettivi anche nelle leggende cinesi (Huli jing) e giapponesi (kitsune). A Thousand Year Old Fox (1969) e The Fox with Nine Tails (1994) sono tra gli esempi più significativi, entrambi presentati nella retrospettiva dedicata a “yokai e altri mostri” al Far East Film Festival 2025.

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Queer di Luca Guadagnino, la recensione

di Giulia Pugliese

“Lee sapeva che da Allentorn non avrebbe avuto quello che voleva. Il foro della realtà aveva di
fatto respinto la sua petizione. Eppure non poteva darsi per vinto. Magari riesco a trovare un modo
di cambiare la realtà, si diceva”


Il regista Luca Guadagnino ha dichiarato che questa sarebbe stata la sua opera più personale, ed effettivamente si tratta di una trasposizione propria del romanzo di William S. Burroughs, Queer, da cui riprende ambientazioni e tematiche, portando però il film verso un’altra direzione: il tentativo di Lee, un vecchio junky (tossicodipendente) americano, di instaurare un legame d’amore autentico con un ragazzo più giovane.

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The Shrouds – Segreti sepolti di David Cronenberg, la recensione: Antidoto alla morte

di Giulia Pugliese

David Cronenberg, artista e regista visionario e precursore di tanto cinema che si è visto poi, in questo film parla forse dell’ultimo tabù della società occidentale: la morte. Un tema non nuovo per il regista, in quanto sicuramente in Pasto nudo e in Crash, la morte è sempre presente, ma non è mai stata centrale nella trama di un suo film. Mentre tutto il mondo acclama il body horror di Coralie Fargeat e Julia Ducournau, lui che l’ha inventato, quasi l’abbandona.

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Eden di Ron Howard, la recensione

di Valeria Morini

Ron Howard è un regista che ha affrontato i temi e i generi più vari, ma la cui carriera sembra percorsa da un fil rouge che accomuna vari titoli: l’adattamento di storie vere, che siano biografie o ricostruzioni, dalla vita di John Nash in A Beautiful Mind alle vicende storiche raccontate in Apollo 13, Frost/Nixon o Rush. Anche Eden riprende fatti realmente accaduti ed esplora un evento poco conosciuto: alcune misteriose morti sull’isola di Floreana, nelle Galapagos, dove un gruppo di coloni europei si era stabilito negli anni 20 del 900. In fuga dal mondo per cercare un utopico paradiso terrestre dove lasciarsi alle spalle le brutture dell’umanità, i membri della piccola comunità finiscono per ripetere le dinamiche violente da cui pensavano di essersi liberati, arrivando a scannarsi a vicenda.

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The Last Showgirl di Gia Coppola, la recensione del film con Pamela Anderson

In un’America che torna prepotentemente su posizioni maschiliste e patriarcali, per lo meno il cinema si sta interrogando in modo critico su certi cliché che intrappolano la condizione femminile e in particolare sullo stigma che circonda le donne non più giovani. Dopo la riflessione mutuata attraverso il body horror di The Substance, in cui Demi Moore si è rimessa in gioco a 62 anni, The Last Showgirl di Gia Coppola con Pamela Anderson ne è in un certo senso il controcanto in chiave drama. La tematica è dunque calda e molto discussa, peccato che siano mancati i riconoscimenti a livello istituzionale: la Moore ha clamorosamente perso l’Oscar (guarda caso, a favore della più giovane Mikey Madison), mentre la Anderson non è stata neppure stata candidata, peraltro come pure Nicole Kidman in Babygirl (meno riuscito ma anch’esso incentrato su una donna di mezza età e in parte sul suo rapporto con l’invecchiamento).

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Nonostante di Valerio Mastandrea, la recensione

di Valeria Morini

Sempre più attori italiani scelgono di passare dietro la macchina da presa: già autore dell’esordio Ride nel 2018, sei anni dopo Valerio Mastandrea firma la sua opera seconda con Nonostante. Se nel precedente dirigeva la compagna di vita Chiara Martegiani, qui si ritaglia il ruolo di protagonista, affiancato da un cast che comprende Lino Musella, Laura Morante e l’attrice argentina Dolores Fonzi. Alcune persone si aggirano in un ospedale: vivono e dormono lì, invisibili agli occhi degli altri.

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FolleMente, la recensione del film di Paolo Genovese

di Valeria Morini

Va dato atto a Paolo Genovese di saper perfettamente intercettare i gusti del pubblico italiano o, meglio ancora, di saperlo “guidare” verso prodotti destinati a fare grandi incassi. Dopo quel fenomeno che è stato Perfetti sconosciuti (un successo non solo da noi ma anche all’estero, con il record del maggior numero di remake internazionali), FolleMente è un altro colpaccio sapientemente costruito dal regista e da Rai Cinema/01 Distribution per catturare spettatori e macinare soldi al box office.

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A Real Pain, la recensione del film di Jesse Eisenberg

di Valeria Morini

Secondo impegno da regista dell’attore Jesse Eisenberg, A Real Pain è la dimostrazione del fatto che basta un piccolo film, se scritto bene, a toccare il cuore dello spettatore. Presentato al Sundance Film Festival (e prodotto tra gli altri da Emma Stone), è valso l’Oscar 2025 come miglior attore non protagonista a un intenso e straordinario Kieran Culkin ormai definitivamente consacrato anche su grande schermo dopo la grande prova nella serie Succession.

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Mickey 17, la recensione del film di Bong Joon-ho

Di Francesco Pozzo

Mi sdoppio in 4.

Hollywood, a Bong Joon-ho, fa male. E molto.

Non è certo una novità, considerati i precedenti Snowpiercer (2013) e – peggio – Okja (2017), ma la cosa lascia ugualmente l’amaro in bocca.

Duole dirlo, ma sembra che il nostro, lavorando su committenza o, semplicemente, nelle strette maglie dell’ammaliante ma sempre scivolosissimo sistema al di fuori della sua Corea del Sud, si svenda, si svilisca, si appiattisca.

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