Far East Film Festival 2024, la recensione di Old Fox

di Valeria Morini

Nella Taiwan del 1989, l’undicenne Liao Jie, orfano di mamma, vive con il papà in modeste condizioni. La loro esistenza trascorre placida ed è dominata da un sogno: entro qualche anno avranno risparmiato abbastanza per aprire un’attività di parrucchiere in proprio. Un giorno, la vita del bambino cambia all’incontro con l’anziano Boss Xie, rapace speculatore proprietario del quartiere in cui risiedono nonché del ristorante dove lavora il padre. Con i suoi insegnamenti che lo spingono ad abbandonare empatia e idealismo per abbracciare un individualismo sfrontato ed egocentrico, il magnate diventa una figura di riferimento per Liao Jie, nettamente contrapposta a quella del padre, uomo gentile e premuroso.

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Far East Film Festival 2024, la recensione di The Movie Emperor

di Valeria Morini

Il cinema racconta se stesso da sempre, in una tradizione che perdura da Cantando sotto la pioggia a Effetto notte, da C’era una volta a… Hollywood a Babylon. E non è raro che lo faccia in modo autoironico, con star del cinema che regalano una sorta di caricatura di se stessi. È quanto capita in The Movie Emperor, commedia con Andy Lau chiamato alla parodia del suo stesso status di superstar. Il film è stato inserito sia nel programma del Far East Film Festival di Udine che in quello del Fescaaal 2024 di Milano.

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Far East Film Festival 2024, la recensione di The Midsummer’s Voice

di Valeria Morini

La tradizione musicale e culturale asiatica è stata un leitmotiv ricorrente della 26esima edizione del Far East Film Festival. Dal teatro popolare giapponese e dal j-pop delle idol di Confetti al mondo dei parolieri di musica Cantopop in The Lyricist Wannabe, non poteva mancare la storica e celeberrima Opera di Pechino, al centro di The Midsummer’s Voice. Si parla di “voce del solstizio” per i giovani cantanti che temono di perdere la propria qualità vocale con l’arrivo della pubertà che rende difficoltoso mantenere il difficilissimo falsetto richiesto in questo genere.

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Far East Film Festival 2024, la recensione del film vincitore Takano Tofu

di Matteo Soi

Padre e figlia gestiscono un piccolo laboratorio di produzione e vendita di tofu artigianale in una cittadina marittima di provincia. Lui è convinto che il suo prodotto debba essere preservato e confinato alla piccola realtà in cui vivono. Lei pensa invece che il loro tofu meriti di trovare spazio in un mercato più ampio e di arrivare ad essere commercializzato perfino in una grande metropoli come Tokyo.

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Far East Film Festival 2024, la recensione di A Normal Family

di Valeria Morini

I remake internazionali sono ormai una consuetudine, basti pensare alla replicazione infinita del nostro Perfetti sconosciuti che è oggetto di rifacimento in decine di nazioni di tutto il mondo. Sta succedendo qualcosa di simile con La cena, romanzo dell’olandese Herman Koch adattato prima in patria e quindi negli Stati Uniti con The Dinner (tra i protagonisti Richard Gere) ma anche in Italia con I nostri ragazzi di Ivano De Matteo (con Gassmann, Lo Cascio, Mezzogiorno e Bobulova). A Normal Family, presentato al Far East Film Festival, ne è la trasposizione sudcoreana, diretta da Hur Jin-ho.

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Far East Film Festival 2024, la recensione di Confetti

di Valeria Morini

In Giappone è chiamato seishun eiga il cinema che affronta temi adolescenziali. Ne è un esempio Confetti, opera prima del regista Fujita Naoya, che l’ha presentato commosso al Far East Film Festival numero 26. Opera di rara delicatezza, ruota intorno a Yuki, ragazzino appena trasferitosi in una scuola di Tokyo. Non è la prima volta che cambia casa: il piccolo si sposta in continuazione con il padre e la sua compagnia di taishu engeki, forma di teatro popolare nipponico.

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Aimless Bullett di Yu Hyun-mok, la recensione

Nel 1999, Aimless Bullett (1961) venne votato come il più grande film della storia sudcoreana. Da lì a poco, la cultura della nazione asiatica sarebbe stata scossa da una rivoluzionaria new wave trainata da registi come Kim Ki-duk, Park Chan-wook e Bong Joon-ho, che ha reso la cinematografia made in Seoul tra le più significative, belle e importanti al mondo. Ma il film di Yu Hyun-mok (in originale Obaltan) resta un grande classico, nonché l’ulteriore dimostrazione di quanto il neorealismo italiano abbia fatto scuola in ogni parte del mondo.

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No Heaven, But Love di Han Jay, la recensione

di Valeria Morini

Se le istanze femministe e la tematica queer sono al centro del cinema di questi anni, non si può dire che No Heaven, But Love non sia pienamente al passo con i tempi. Ma il secondo film della regista Han Jay, presentato nella sezione K-Independent del Florence Korea Film Fest, non è solo un adeguarsi alle tendenze e al dibattito culturale, ma un’opera intensa e profonda, aspra e delicata al tempo stesso.

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Hail to Hell di Lim Oh-jeong, la recensione

di Valeria Morini

Il Florence Korea Film Fest è una piccola oasi di gioia per gli amanti del cinema sudcoreano, una finestra su una delle cinematografie più amate del mondo e, più in generale, su una cultura che sta diventando sempre più popolare. Dall’edizione 2024, Hail to Hell di Lim Oh-jeong, presentato anche in madrepatria al Festival di Busan, è un coming of age che mescola in modo insolito e curioso il coming age e il teen movie con il drama dalle tinte thriller.

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HONG KONG EXPRESS di Wong Kar-Wai, la recensione

Hong Kong Express. La recensione del film di Wong Kar-wai

Sognare la California da un chiosco delle Chungking Mansions di Hong Kong, o mangiare ananas scadute per dimenticare una storia d’amore finita. Dal 1994 le note di California Dreamin’ o di Dreams dei Cranberries rifatta da Faye Wong, la scala mobile percorsa da quest’ultima o gli occhiali neri e il soprabito di Brigitte Lin, sono elementi sedimentati nell’iconografia del cinema romantico, quello che racconta i turbamenti dell’animo umano e i dolori del cuore. I più cinefili riconoscono al primo frame Hong Kong Express, il secondo tassello della filmografia di Wong Kar Wai, dopo In the Mood for Love, che Tucker Film riporta nelle sale italiane con restauro in 4K, a 17 anni dall’uscita. 

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IN THE MOOD FOR LOVE di Wong Kar-Wai, la recensione

In the Mood for Love - Film (2000) - MYmovies.it

Il ritorno di In the Mood for Love nei cinema non è solo un segno della ripartenza delle sale ma un gesto davvero coraggioso per rilanciare la centralità del grande schermo nell’esperienza dello spettatore. Il sommo capolavoro di Wong Kar-Wai, opera spartiacque del cinema d’autore che aprì il terzo millennio, ha subito un accurato prezioso restauro da parte dell’Immagine ritrovata di Bologna e della Criterion di New York, approvato e supervisionato dallo stesso regista, e viene riproposto in 4K.

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OLD BOY di Park Chan-wook (2003)

“Sebbene io sappia di essere peggio di una bestia, non crede che abbia anch’io il diritto di vivere?”

 
Prima di Old Boy il cinema coreano nel nostro Paese era conosciuto quasi esclusivamente per il talento immenso di Kim Ki-duk e qualche film horror arrivato nelle nostre sale sulla scia del successo del J-Horror giapponese. Il nome stesso di Park Chan-wook era noto unicamente da quella ristretta comunità cinefila che, in barba alla miope distribuzione italiana, trovava nell’estremo oriente veri e propri tesori.

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MAD DETECTIVE di Johnnie To e Wai Ka-Fai (2007)

 Il sodalizio tra Johnnie To e Wai Ka Fai non ha portato solo alla fondazione di quella fucina di talenti e grande cinema nota come Milkyway, ma anche ad un gran numero di collaborazioni tra i due, sia come produzioni che come regia. Presentato come film a sorpresa durante Venezia 2007 e nella selezione del Far East Film Festival di Udine l’ anno successivo, Mad Detective è sicuramente ascrivibile tra queste ultime.

Girata a quattro mani da To e Wai, la pellicola ruota intorno al personaggio di Bun, il miglior investigatore della polizia di Hong Kong dotato di un grandissimo intuito e di un innato talento nell’immedesimarsi tanto nelle vittime che nei carnefici. Ma quel che lo rende un gradino superiore agli altri è la capacità di vedere la reale personalità di ogni individuo, particolarità che, unita a comportamenti estremi, gli sono valsi una diagnosi di schizofrenia e la perdita del suo lavoro. Quando un poliziotto scopare durante un inseguimento e con la sua pistola vengono uccise delle persone in tre diverse rapine, Bun è richiamato in servizio per aiutare un giovane collega a risolvere il caso.

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AKIRA di Katsuhiro Otomo (1988)

 16 Luglio 1988. Una violenta esplosione rade al suolo la città di Tokyo dando inizio alla terza Guerra Mondiale. Trent’ anni dopo, sulle ceneri della vecchia capitale giapponese sorge Neo Tokyo, il cui skyline futuristico nasconde un malcontento che cresce e si agita nei suoi bassifondi dove la gente si ribella ed invoca a gran voce il ritorno di Akira, il salvatore.

16 Luglio 1988. Akira di Katsuhiro Otomo arriva nelle sale giapponesi con l’ impatto di una violenta esplosione, la cui potenza scuote il mondo intero dell’ animazione arrivando anche a svegliare da un lungo torpore perfino gli Stati Uniti e l’ Europa, anche se con un paio d’ anni di ritardo.

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CONFESSIONS di Tetsuya Nakashima (2010)

“And if I’m gonna talk

I just want to talk

Please don’t interrupt

Just sit back and listen”

Radiohead – Last Flowers

 

Un’ insegnante parla alla sua classe, tono pacato ma deciso, nonostante l’ indifferenza generale. L’attenzione non è importante al momento perché quella arriverà, insieme alle sue parole, in un modo o nell’altro: lei é Yuko Moriguchi (la bravissima Takako Matsu) e quello sarà il suo ultimo giorno di insegnamento. Ma non se ne andrà senza aver messo i colpevoli della morte di sua figlia di fronte alla loro responsabilità, colpevoli che sono li in quella classe inconsapevoli del fatto che lei ha già messo in moto la sua atroce vendetta.

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KIKI-CONSEGNE A DOMICILIO di Hayao Miyazaki (1989)

Ad un anno dall’uscita del film che sarebbe poi diventato il simbolo dello Studio Ghibli, Il Mio Vicino Totoro, Miyazaki torna nelle sale giapponesi (si parla del 1989) con un nuovo lungometraggio animato che, come il precedente, miscela tematiche ed elementi fantasy con altri decisamente radicati nel reale. Ma mentre Totoro si prefiggeva di fare un ritratto universale e toccante dell’ infanzia, con Kiki Consegne a Domicilio ci si sofferma sull’ adolescenza come fase fondamentale di passaggio verso l’ età adulta.

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Joe Hisaishi: il compositore dei sogni


Pensare al cinema senza la musica appare pressoché impossibile, con le note che fungono da complemento delle immagini, ampliandone l’effetto e aiutandole, nei casi migliori, a raggiungere la perfezione e la totalità. Senza nulla togliere al lavoro svolto dai registi, che restano comunque i protagonisti della scena, gli esempi di sodalizi duraturi sono parecchi e viene quasi da chiedersi come sarebbero alcuni capolavori senza le loro colonne sonore: Steven Spielberg e John Williams, Sergio Leone ed Ennio Morricone, Tim Burton e Danny Elfman, Christopher Nolan e Hans Zimmer, Alfred Hitchcock e Bernard Herrman, Robert Zemeckis e Alan Silvestri.

 

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PONYO SULLA SCOGLIERA di Hayao Miyazaki (2008)

Ponyo-sulla-scogliera-27Hayao Miyazaki. Basta pronunciare il nome per capire in quale mondo stiamo per catapultarci, con il solo dubbio dell’effettiva dimensione in cui l’animatore e regista giapponese ha deciso di ambientare la sua prossima avventura. Con La città incantata (premio Oscar) e Il castello errante di Howl ha ottenuto i riconoscimenti che da tempo gli spettavano, prima di misurarsi con una storia più leggera, Ponyo.

Brunilde è una piccola bambina pesce che fugge dalla bolla enorme dove suo padre sembra tenerla prigioniera assieme alle sue sorelle. Sasuke, un bambino di 5 anni, la trova alla riva della scogliera su cui sorge la sua casa, e tra i due nasce subito una spontanea attrazione: il bimbo decide di tenerla e di chiamarla Ponyo. Ma il padre della piccola non è affatto d’accordo con quanto sta accadendo.

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PRINCIPESSA MONONOKE di Hayao Miyazaki (1997)

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Il rapporto fra uomo e natura ha da sempre rappresentato uno dei temi cardine dello Studio Ghibli che ne ha raccontato ed illustrato come i primi siano la principale causa destabilizzante di un equilibrio già di per se precario. Come efficacemente raccontato in Pom Poko di Isao Takahata, l’ iniziale timore reverenziale dell’ uomo verso la natura, alimentato da credenze e superstizioni, ha ceduto il passo al desiderio di espandersi e di conquista, trasformando la necessità in avidità. Anche se non ambientato nei giorni nostri, Principessa Mononoke ha parecchi punti in comune con il film di Takahata e porta il conflitto ai suoi albori, negli anni in cui il Giappone entrava nell’ Età del Ferro trasformando un rapporto di simbiosi in una lotta per la sopravvivenza. Attingendo ai territori della Leggenda, le foreste rappresentate nel film sono popolate da spiriti e divinità dalle sembianze di giganteschi animali, ultimi Guardiani contro l’ espansione dell’ uomo che, per alimentare le sue fornaci, non si fa scrupolo nel procurarsi la materia prima “aggredendo” una natura fino ad allora incontaminata.

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LA CITTA’ INCANTATA di Hayao Miyazaki (2001)

cittaDi fronte ad un film di Hayao Miyazaki è sempre difficile districarsi, dare un’opinione e confrontarlo con i precedenti, cercando di capire quale sia il migliore. L’elevata qualità della sua Opera rende infatti complesso qualsiasi tipo di classificazione gerarchica, e questo è senza dubbio un bene, anche se, è da dire, quando ci si imbatte in un capolavoro come La Città Incantata si sente la differenza. Minima, ma decisiva.

La piccola Chihiro è in viaggio con i suoi genitori verso la sua nuova casa. Durante il tragitto, il padre sbaglia strada e si imbatte in un portone che crede appartenere ad un parco divertimenti abbandonato: i tre si inoltrano e si trovano in una città deserta piena di ristoranti, dove i genitori di Chihiro cominciano ad abbuffarsi, diventando presto maiali. Spaventata, la piccola cerca aiuto e trova Haku, un misterioso ragazzo che le rivela la verità sulla città degli spiriti e sulla potente maga Yubaba.

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NAUSICAÄ DELLA VALLE DEL VENTO di Hayao Miyazaki (1984)

Guardando il panorama cinematografico attuale, ossia ciò che viene prodotto e distribuito in Italia, viene da storcere il naso sapendo che un’opera come Nausicaä della valle del tempo arriva in sala con ben 31 anni di ritardo. Certo, all’epoca Hayao Miyazaki non era ancora famoso e osannato come oggi, per cui, forse, bisognerebbe parlare di poca lungimiranza. Basta come attenuante?

Mille anni dopo che lo “Spirito della Guerra” ha distrutto l’umanità e dilaniato la Terra, i pochi sopravvissuti sono costretti a vivere a contatto con un ecosistema totalmente rinnovato e stravolto, con una immensa giungla che sembra coprire tutta la superficie del globo: la Giungla Tossica. Nausicaä, figlia del capo della Valle del Vento, sembra l’unica determinata a combattere per la difesa della vita, di qualunque forma essa si tratti, ed è disposta a tutto pur di salvare il suo pianeta, minacciato da una nuova guerra tecnologica.

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PORCO ROSSO di Hayao Miyazaki (1992)

 

Marco Pagot è un ex-pilota ritiratosi dopo la Grande Guerra e diventato un cacciatore di taglie conosciuto come Porco Rosso. Il suo nome non deriva solo dall’ idrovolante vermiglio che pilota ma anche dal suo aspetto, simile a quello di un maiale. Tra alberghi costruiti in mezzo alle acque, arcipelaghi e profonde insenature, immerso in un Mar Mediterraneo reso, come sempre ama fare Miyazaki, di uno splendore tanto attinente al reale quanto al fantastico, in Porco Rosso si racconta per immagini la nostra Italia nel periodo fascista. A rendere immediatamente riconoscibile la mano del suo autore, quasi come una firma in calce, c’è sempre quella capacità di infondere nelle sue opere la forza delle sue passioni e di conseguenza quelle tematiche che sono diventate un po’ il segno distintivo del suo cinema.

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IL CASTELLO ERRANTE DI HOWL di Hayao Miyazaki (2011)

 Lo splendore e la magia di cui Hayao Miyazaki è capace sembrano non aver fine. Alla 61°Mostra del Cinema di Venezia, l’autore nipponico ha presentato in concorso la sua nuova opera, Il Castello errante di Howl, dopo essere stato premiato con un meritatissimo Leone d’Oro alla Carriera.

Sophie è una ragazzina che lavora in un negozio di cappelli, conduce una vita tranquilla fino a quando la Strega delle Lande Desolate non le lancia una maledizione per la quale assumerà le sembianze di una vecchietta. Il mago Howl sembra causa e soluzione di questo problema, anche se sul suo conto circolano voci poco rassicuranti, eppure Sophie è pronta a rischiare.

 

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LUPIN III – IL CASTELLO DI CAGLIOSTRO di Hayao Miyazaki (1979)

lupinSe esiste una serie animata conosciuta in tutto il mondo da diverse generazioni è Lupin III. Nel corso degli anni, infatti, il personaggio manga ideato da Monkey Punch ha avuto un successo strepitoso, tanto che sono state create svariate serie tv per raccontarne le avventure. Hayao Miyazaki, che assieme a Osumi e Takahata ha reso possibile la serie del 1971, decide di portare il ladro gentiluomo sul grande schermo in Lupin III – Il castello di Cagliostro.

Lupin e Jigen sono alla ricerca dei falsari della dinastia del Caprone, che da sempre risiedono nel piccolo paesino di Cagliostro. Durante una scorribanda in macchina, i due si imbattono nella principessa Clarisse, promessa sposa al conte di Cagliostro, il quale è alla disperata ricerca del tesoro segreto della sua famiglia. Al conte, però, è indispensabile l’anello che Clarisse ha lasciato a Lupin.

 

 

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IL MIO VICINO TOTORO di Hayao Miyazaki (1988)

La passione per il volo.

Il rapporto, spesso conflittuale, fra uomo e natura.

L’infanzia.

Sono solo alcuni degli elementi ricorrenti nel cinema di Hayao Miyazaki che sono diventati anche segni distintivi delle sue opere, tanto di quelle più complesse e adulte (Princess Mononoke o Il Castello Errante di Howl), che di quelle più “semplici”, contribuendo a creare oggetti cinematografici di rara bellezza e profondità. 

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CROWS ZERO di Takashi Miike (2007)

Il liceo Suzuran non è una scuola come tutte le altre anzi, è l’ esatto opposto dell’ immagine idealizzata che si può avere di un istituto scolastico giapponese. Il corpo docente ha capitolato lasciando il posto alla legge del più forte: infatti gli “studenti”, teppisti e piccoli criminali, passano le giornate a suonarsele di santa ragione per conquistare la vetta dell’ istituto, obiettivo effimero al momento raggiunto da Tamao Serizawa. Ma la sua leadership è messa a rischio dall’ arrivo di Genji, giovane figlio di un boss della Yakuza deciso a conquistare la scuola per dimostrare al padre di avere la stoffa di succedergli alla guida del clan.

 

 

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MEMORIES OF MATSUKO di Tetsuya Nakashima (2006)

 Kamikaze Girls può essere considerato a tutti gli effetti uno spartiacque nella carriera registica di Tetsuya Nakashima, quasi un trampolino di lancio verso la consacrazione, anche a livello internazionale, arrivata con il suo film seguente Memories of Matsuko. Le due pellicole, molto diverse tra loro, sono comunque accomunate dal medesimo approccio visivo ma, dove in Kamikaze Girls questo aveva la principale funzione di sottolinearne la natura Pop e fumettistica, in Memories of Matsuko viene utilizzato come efficace contrasto con le drammatiche vicende della protagonista, Matsuko, trovata morta in un parco. Spetterà al nipote Sho, incaricato dal padre di ripulire l’ appartamento dove viveva la zia, ricostruire, attraverso ricordi e testimonianze di chi l’ ha conosciuta, la vita della donna, nella quale scoprirà di riconoscersi almeno in parte.

 

 

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SUKIYAKI WESTERN DJANGO di Takashi Miike (2007)

 Il cinema giapponese incontra il western. E’ già successo in tempi non certo recenti che il jidai-geki si sia prestato ad interpretazioni in chiave western, basti pensare al capolavoro di Kurosawa, I Sette Samurai e I Magnifici Sette di John Sturges. Ma viceversa? Per un genere considerato di nicchia non dovrebbe sorprendere che praterie, pistoleri e cowboys non abbiano trovato certo spazio nel paese del Sol Levante. Almeno fino a Takashi Miike. Quello che è considerato, a ragione, uno dei più prolifici ed importanti autori del cinema giapponese di oggi, arriva al film di genere (ufficialmente il primo nella sua sterminata filmografia) a suo modo, puntando già dal titolo ad una completa ibridazione: paesaggi polverosi nei quali si stagliano architetture tipicamente nipponiche. Costumi che miscelano componenti orientali ed occidentali. Uomini armati di pistole e katane. Basta il titolo però per capire quanto Sukiyaki Western Django voglia essere una reinterpretazione/omaggio allo Spaghetti Western italiano in generale, e al leggendario pistolero di Sergio Corbucci nello specifico. Ma anche qualcosa in più.

 

 

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CONNECTED di Benny Chan (2008)

 E’ attribuibile all’ uscita di Infernal Affairs, del duo Lau / Mak nel 2002, la nuova alba del poliziesco made in Hong Kong. Il film e i suoi due seguiti trovarono nel pubblico, non solo asiatico, un riscontro positivo cosa che convinse più di un produttore ad investire nel genere. Ad oggi il rappresentante più in vista è certamente Dante Lam con i suoi poliziotti tormentati e la deriva puramente action dei suoi film.

Nel mezzo sarebbe davvero un peccato non citare Benny Chan con il suo New Police Story del 2004 ma sopratutto Connected nel 2008. Lontano dai personaggi “duplici” di Infernal Affairs e dagli intrecci impossibili di un qualsiasi film di Lam, Connected è una pellicola molto più semplice, partendo proprio da personaggi ben inquadrati nei loro ruoli: il protagonista (Louis Koo, Bullets Over Summer), ad esempio, classico uomo qualunque (difatti non sapremo mai il suo vero nome) esattore di crediti e padre fallito che si ritrova suo malgrado a fare l’ eroe per salvare la bella Grace (Barbie Hsu) rapita senza apparente motivo.

 

 

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IP MAN 2 di Wilson Yip (2010)

Locandina-Ip-Man-2Anche volendo escludere l’ importanza storica e sociale di una figura come il Maestro Ip, il successo commerciale del film a lui dedicato, Ip Man, è da ricercarsi soprattutto nella formula studiata in fase di produzione: un budget consistente, un ottimo cast tecnico e artistico ed un’ attenzione particolare al lato puramente spettacolare del progetto, quello che riguarda le arti marziali. Con una base così, ma soprattutto con una storyline concentrata unicamente negli anni dell’ invasione giapponese, non era difficile aspettarsi un seguito che arriva puntualmente con l’aggiunta di un “2” al titolo originale e si concentra nel primo periodo in cui il Maestro si trasferì ad Hong Kong con la famiglia, per sfamare la quale inizia ad insegnare il Wing Chun entrando però in contrasto con i maestri delle altre scuole di kung fu e con i colonizzatori inglesi. “Squadra che vince non si cambia” ed ecco quindi Wilson Yip ancora saldamente al timone della regia, Donnie Yen nei panni di Ip Man e Sammo Hung, che nel precedente capitolo si era occupato esclusivamente dell’ aspetto coreografico, questa volta interpreta anche il Maestro Hong, amico/rivale di Ip.

 

 

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