West of Babylonia di Emanuele Mengotti, la recensione

“Mentre stavamo intervistando un abitante di Slab City, intanto un altro stava sparando delle patate in aria, allora abbiamo deciso di mettere da parte le parole e di riprendere la vita” Emanuele Mengotti
Gli ultimi anni sono stati gli anni d’oro del documentario (anche la vittoria a Venezia di un documentario atipico come All the Beauty and Bloodshed di Laura Potrais lo dimostra), c’è tutto un filone di registi italiani di nascita, ma cresciuti professionalmente negli Stati Uniti che fa documentari basati sulla forza visiva e le immagini: Gianfranco Rosi, Roberto Minervini e anche Emanuele Mengotti, potrebbe essere considerato tra questi. La critica che spesso viene fatta a questo filone è che si mettono davanti le belle immagini a discapito della verità.



Succede spesso nello sport, e nel calcio è quasi diventata una moda senza valore, che una squadra decida di ritirare un numero di maglia, in ricordo di un particolare giocatore, delle sue gesta, talmente importante da essere elevato a simbolo, entrando nell’assoluto. Quello che stupisce è che nel baseball americano, dal 1997, sia stato imposto a tutte le squadre di ritirare il 42, permettendo solo a chi già lo indossava di mantenerlo (ora è rimasto solo a Mariano Rivera, degli Yankees). Perché? È un ricordo, la memoria di un giocatore che ha cambiato per sempre la storia del baseball, e forse non solo.