West of Babylonia di Emanuele Mengotti, la recensione

West of Babylonia - Recensione | Biografilm Festival 2020

Mentre stavamo intervistando un abitante di Slab City, intanto un altro stava sparando delle patate in aria, allora abbiamo deciso di mettere da parte le parole e di riprendere la vita” Emanuele Mengotti

Gli ultimi anni sono stati gli anni d’oro del documentario (anche la vittoria a Venezia di un documentario atipico come All the Beauty and Bloodshed di Laura Potrais lo dimostra), c’è tutto un filone di registi italiani di nascita, ma cresciuti professionalmente negli Stati Uniti che fa documentari basati sulla forza visiva e le immagini: Gianfranco Rosi, Roberto Minervini e anche Emanuele Mengotti, potrebbe essere considerato tra questi. La critica che spesso viene fatta a questo filone è che si mettono davanti le belle immagini a discapito della verità.

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CROCK OF GOLD: A FEW ROUNDS WITH SHANE MACGOWAN di Julien Temple – La recensione

 

Dopo aver raccontato i Sex Pistols e Joe Strummer, il brillante bad boy del documentario musicale Julien Temple non poteva farsi mancare un excursus sull’altro eroe del punk: con i Pogues, Shane MacGowan ha fuso il genere con la musica tradizionale irlandese scrivendo una pagina epocale della scena londinese degli anni 80. Crock of Gold: A Few Rounds With Shane MacGowan è un doc assolutamente imperdibile per i fan, folle, delizioso e adorabilmente strabordante come il suo protagonista. Esiste in home video e in Italia è stato presentato nel festival in streaming Seeyousound Music Film Festival.

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DENTRO L’INFERNO di Werner Herzog (2016)

 

Il crollo delle galassie avverrà con la stessa, grandiosa bellezza della creazione.”

Nel 1999, in occasione di una visita al Walker Art Center di Minneapolis, Werner Herzog ha stilato un compendio della sua visione del mondo ribattezzato “Dichiarazione del Minnesota”. Il dodicesimo e ultimo punto di questo Manifesto del pensiero herzoghiano recita così: “La vita negli oceani deve essere un totale inferno. Un vasto, spietato inferno di pericolo costante e immediato. Un inferno tale che nel corso dell’evoluzione alcune specie – uomo compreso – sono strisciate fuori, sono fuggite su piccoli continenti di terraferma, dove le Lezioni di Tenebra continuano.” Per Werner Herzog la natura, elemento chiave intorno a cui ruota tutto il suo cinema di sfide impossibili, è polemos ed è caos, entropia creatrice e distruttrice ad un tempo. Un Totem con cui gli uomini, sempre più ripiegati su se stessi e incapaci di guardare oltre la superficiale evidenza dei fatti, sembrano aver perso il contatto. Accecati da una ubris che ha cancellato dalla loro mente ogni traccia residua di rispetto nei suoi confronti, molti dei folli eroi herzoghiani riescono a concepire la natura soltanto come ostacolo da superare, in una assurda corsa oltre i confini dell’umano.

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ENEMY di Denis Villeneuve (2013)

Che il famoso libro “L’uomo duplicato” di Josè Saramago fosse destinato a diventare un film lo aveva profetizzato lo stesso scrittore portoghese quando, durante un’ intervista promozionale , disse a proposito della sua opera: “sembra un film di fantascienza scritto, diretto e interpretato da cloni agli ordini di uno scienziato pazzo”. A portare sul grande schermo il metafisico romanzo del premio Nobel portoghese ci ha così pensato Denis Villeneuve, acclamato genietto del thriller contemporaneo, reduce dal successo internazionale di Prisoners e con alle spalle due lavori solidi come La donna che canta e Polytechnique; Denis Villeneuve che per l’occasione ha cercato di trasformare i sottili giochi psicologici del libro in un moderno incubo Lynchano ad alto tasso di tensione.

Enemy racconta la storia di Adam Bell ( Gyllenghall), inquieto professore universitario di storia che vive in una moderna megalopoli di cui non conosciamo il nome. Un giorno un collega consiglia ad Adam di guardare un film, Volere è Potere, che a suo avviso potrebbe piacergli molto. Il film è poco interessante, tuttavia, durante la visione, il protagonista nota che una delle comparse è, in tutto e per tutto, uguale a lui: uno scherzo? Un sosia? Un clone? Adam si metterà così sulle tracce di questa persona, cercando di risolvere il mistero.

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LA MEMORIA DEGLI ULTIMI di Samuele Rossi (2013)

Memoria di una stagione epocale della storia italiana, che generazione dopo generazione rischia di sparire nella nebbia dell’oblio. Memoria che sembra appannarsi persino nelle celebrazioni ufficiali, sempre più eventi obbligati che nemmeno le istituzioni (e buona parte della classe dirigente) “sentono” davvero.

La memoria degli ultimi è il racconto della Resistenza, rievocata a sette decenni di distanza nelle parole di un piccolo gruppo di sopravvissuti: sette partigiani (sei uomini e una donna) che offrono al pubblico una straordinaria esperienza di vita.

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OLTRE IL GUADO di Lorenzo Bianchini (2013)

Dobbiamo essere grati al regista friulano Lorenzo Bianchini. A lui va dovuto il massimo rispetto, e tutta la più sincera ammirazione, sia per la coerenza stilistica, che per il rigore formale che egli, pur fra mille difficoltà produttive, mostra da dieci anni a questa parte. Ma dobbiamo essergli grati anche perché Bianchini non si è mai considerato il primo della classe alla scuola serale diretta da Argento (istituto, per altro, chiuso da almeno vent’anni, forse di più), non ha mai pensato di cedere ad efferati arsenali sadici pour épater le bourgeois, né, tantomeno, si è mai sognato di salire sul carretto insanguinato del “Torture Porn”. No, Bianchini vuole semplicemente farci paura, cosa che gli riesce dannatamente bene… Bianchini appartiene ad una razza sempre più rara: egli è un Puro Regista dell’Orrore.

 

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CINEMA ANNO ZERO – Viaggio tra i miracoli e le macerie del cinema libero con Renzo Rossellini di Michele Diomà

Nato nel 1941 dal matrimonio tra il grande Roberto e Marcella De Marchis, Renzo Rossellini è una figura che ha attraversato cinquant’anni di storia del cinema italiano: prima come assistente alla regia del padre e autore di alcuni documentari (e di un episodio del film collettivo L’amore a vent’anni), poi come produttore per registi come Federico Fellini (Prova d’orchestra, La città delle donne, E la nave va), Marco Ferreri (Chiedo asilo), Mario Monicelli (Il Marchese del Grillo), Ingmar Bergamn (Fanny e Alexander) e moltissimi altri, nonché come fondatore di una delle prime radio libere italiane (Radio Città Futura). Un personaggio straordinario, che si racconta nel film-intervista Cinema Anno Zero, diretto dal giovane regista indipendente Michele Diomà.

Interamente girato con un filtro in bianco e nero che omaggia il cinema d’epoca, il documentario si snoda attraverso questo eccezionale percorso professionale ed esistenziale, partendo dai ricordi di Renzo dedicati al genitore e al fortunato sodalizio artistico con Fellini. Rivive così una stagione irripetibile del nostro cinema attraverso le parole, lucide e toccanti, di uno dei suoi silenziosi protagonisti.

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ANTIVIRAL di Brandon Cronenberg (2012)

“From her body to your body. From her cells to your cells.”

 Cronenberg, Brandon. Agli appassionati cinefili (ma anche ai profani) questo cognome risulterà sicuramente familiare. Ad esordire dietro la macchina da presa con Antiviral (in concorso nella sezione Un Certain Regard del 65º Festival di Cannes) è nientemeno che il figlio del geniale David, profeta della nuova carne ossessionato dal corpo e dalle sue (dis)funzioni, che negli ultimi tempi ha virato la sua filmografia verso qualcosa di più complesso e concettuale (Cosmopolis), rimanendo legato a doppio filo ai suoi comunque rintracciabili feticci.

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ARRUGAS di Ignacio Ferreras (2011)

 Un film di animazione per raccontare la vecchiaia in modo crudo, senza mezzi termini e al contempo delicato e commovente: una scelta decisamente inusuale. Eppure la scommessa dello spagnolo Arrugas-Rughe funziona dal primo all’ultimo frame, attanagliando allo stomaco lo spettatore, tanto realistico e lontano da ogni possibile edulcorazione da sembrare quasi un documentario.

Tratto dall’omonima graphic novel di Paco Roca e presentato al Festival di San Sebastiàn nel 2011, il film è uscito in poche copie in Italia in versione originale sottotitolata. Un peccato che non abbia trovato una vera e propria distribuzione, nonostante i due premi Goya (gli Oscar del cinema spagnolo) vinti in patria.

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42 di Brian Helgeland (2013)

42Succede spesso nello sport, e nel calcio è quasi diventata una moda senza valore, che una squadra decida di ritirare un numero di maglia, in ricordo di un particolare giocatore, delle sue gesta, talmente importante da essere elevato a simbolo, entrando nell’assoluto. Quello che stupisce è che nel baseball americano, dal 1997, sia stato imposto a tutte le squadre di ritirare il 42, permettendo solo a chi già lo indossava di mantenerlo (ora è rimasto solo a Mariano Rivera, degli Yankees). Perché? È un ricordo, la memoria di un giocatore che ha cambiato per sempre la storia del baseball, e forse non solo.

Quando Branch Rickey (Harrison Ford) decise di portare Jackie Robinson (Chadwick Boseman) a firmare per I Brooklyn Dodgers, in molti devono aver pensato fosse pazzo. È il 1945, e Jackie è un afroamericano, giocare nella MLB, in mezzo alle discriminazioni razziali, era un’utopia: esistevano infatti le Negro League, riservate ai ragazzi di colore. Eppure Rickey ci crede, contro tutto e tutti.

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WEEKEND TRA AMICI di Stefano Simone (2013)

Viene dalla giungla del cinema italiano indipendente quest’opera del giovane filmaker pugliese Stefano Simone (classe 1986), autore di piccolissimi film autoprodotti: Weekend tra amici è il suo terzo lungometraggio dopo Una vita nel mistero e Unfacebook.

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Ma quante belle figlie, Madama Dorè!

 

Viviamo con esseri che noi stessi abbiamo creato, baciamo fantasmi, difendiamo spettri: discutiamo d’arte con lupi mannari, trattiamo d’affari con spiriti, andiamo in giro con ombre di persone mai esistite

 

(Contessa Maria degli Obrapali)

 

 

 

Non esistono film belli o film brutti: esistono film utili e film inutili

 

(Ersilia Vallifuoco)

 

 

Un leggenda, confermata dallo stesso Pupi Avati pre-Beatificazione- vuole che Salò fosse un adattamento filologico del romanzo sadiano, pensato da Sergio Citti (reduce dal successo di “Storie scellerate”), coadiuvato- appunto- dal papà di Zeder. Quando Pasolini prese in mano il progetto, gettandosi nelle paludi della Meta-storia, fra le varie novità, impose che i quattro Signori citassero a tutto spiano versi estrapolati da “I fiori del Male”…Il sontuoso Romanticismo necrofilo di Baudelaire abbinato, in un gelido abbraccio, a Pierre Klossowsky (“Sade prossimo mio”), a Maurice Blanchot (“Lautréamont e Sade”), ma anche alle barzellette atroci del Presidente e ai cori alpini: questo il progetto di un disincantato Pasolini, per chiudere la porta in faccia al mondo così come lo conosciamo. Operazione esoterica ed aristocratica oltre ogni dire, ma che non deve stupire nel Calvario del Poeta, immaginifico Aedo della Arcaica Bellezza, se già ai tempi di Porcile, egli aveva definito il proprio “opus” come “un sonetto del Petrarca tradotto da Lautréamont”… E tutto questo nel 1975 (o era il 1974?).

 

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VISINS DI CJASE di Marco Londero e Giulio Venier (2012)

Per ogni film che sbarca al cinema, ce ne sono molti altri che probabilmente non vedranno mai il buio della sala. Visins di Cjase, lungometraggio d’esordio di Marco Londero e Giulio Venier, in realtà è stato presentato diverse volte nel corso del 2012 in Friuli Venezia Giulia (dove viene tuttora proiettato periodicamente), ma non ha ancora una vera distribuzione sul territorio nazionale.

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PRIMER di Shane Carruth (2004)

“Do you believe in time travel?” Questa è la domanda che il coniglio Frank rivolge ad un Donnie Darko strafatto di farmaci, ed è la stessa domanda a cui tanti sci-fi geeks vorrebbero avere una risposta, la possibilità di piegare la linea retta del tempo per raggiungere uno qualsiasi dei punti che la compongono. Il cinema non si è mai posto tanti problemi ed ha sfruttato, con risultati altalenanti, un’ idea affascinante con tutte le sue possibili applicazioni narrative: basti pensare all’ immortale trilogia di Zemeckis, Ritorno al Futuro. Ma anche titoli più o meno conosciuti più o meno recenti, come Deja vu del compianto Tony Scott, lo stesso Donnie Darko di Richard Kelly poco sopra citato, Butterfly Effect, L’ esercito delle Dodici Scimmie di Terry Gilliam e, perchè no, anche il capolavoro di Lynch, Strade Perdute. E poi c’è Primer.

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THE RAID, di Gareth Evans (2011)
Appena rientrato dalla trentesima edizione del Torino Film Festival, ho avuto modo di riflettere su come questa rassegna scelga e proponga costantemente titoli coraggiosi ed intelligenti. Caratteristiche che The Raid, di Gareth Huw Evans, non nasconde minimamente (motivo per cui abbiamo potuto apprezzarlo nella rassegna torinese dello scorso anno). 
 
La trama è elementare e lineare. In Indonesia, una squadra Swat organizza un blitz in un condominio governato da un boss mafioso e abitato da tutti i suoi aguzzini. Inevitabilmente la copertura salterà e inizierà una guerra alla sopravvivenza a porte chiuse. Non è tanto il “cosa” a farci apprezzare questo film, ma il “come”. Il regista gira molto bene, a mano sicura, con uno stile che non ha da invidiare nessuno dei grandi capolavori d’azione. Ma la cosa ancor più sorprendente è che lo fa in un lungometraggio che parte si da un plot semplice, ma si addentra in campi ben più intimi e profondi. 
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GERRY di Gus Van Sant (2002)

Due giovani amici con lo stesso nome, Gerry, affrontano un viaggio nel deserto americano, senza il minimo bagaglio né una meta chiara. La macchina da presa li segue ossessivamente attraverso il loro cammino ostinato ma confuso, sempre più disperato, che può approdare solo a una conclusione estrema e tragica.

Il nono lungometraggio di Gus Van Sant è uno dei più insoliti e antinarrativi film americani degli ultimi anni: puro cinema minimale, spogliato di ogni orpello scenografico e visivo, incorniciato in perfette unità di luogo, tempo e azione. Due attori (gli ottimi Casey Affleck e Matt Damon), qualche comparsa, l’infinito di una landa desolata e nient’altro. Dedicato alla memoria dello scrittore Ken Kesey (morto nel novembre 2001) e presentato al Sundance Film Festival e al Toronto Film Festival nel 2002, il film è stato distribuito in patria solo nel 2003 in pochissime copie. In Italia, e la cosa non deve stupire, non è mai arrivato.

 

 

 

 

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INTO THE ABYSS di Werner Herzog (2011)

Qualcuno ha suggerito che Into The Abyss sarebbe potuto essere il titolo perfetto per moltissimi film di Werner Herzog. Da sempre il suo è cinema dell’inabissamento in acque profonde e in luoghi oscuri, scandaglio degli insondabili crepacci che attraversano la crosta terrestre e l’interiorità umana. Il viaggio di Werner Herzog negli Stati Uniti è cominciato qualche decennio fa. Per afferrare la dimensione “definitiva” e ultima, oltre che escatologica, della più recente tappa di questo viaggio può essere utile ricapitolare, per sommi capi, le precedenti. E’ del lontano 1977 il film che per primo battezza l’unione tra l’occhio herzoghiano e il suolo americano, e già in quel memorabile La ballata di Stroszek Herzog condensa le frattaglie di un immaginario americano di grandezza e splendore andato in frantumi.  Leggi tutto

CALIFORNIA DREAMIN’ di Christian Nemescu (2008)

 

A volte il destino è davvero crudele… Christian Nemescu nasce a Bucarest il 31 marzo 1979. Fin da ragazzo coltiva il sogno di diventare un regista cinematografico e per questo si iscrive all’Accademia di cinema e teatro di Bucarest, dove si laurea nel 2003.
Dopo aver realizzato alcuni cortometraggi, si afferma con un film di 45 minuti, Marilena de la P7, che vince un importante premio al Milano Film Festival.

 

 

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VEGAS: BASED ON A TRUE STORY di Amir Naderi (2008)

 

Luci scintillanti, cappelle matrimoniali aperte 24/7, contanti che viaggiano a velocità supersonica: questa è la mecca del divertimento americana per il grande schermo, meta di lisergici pellegrinaggi (Paura e delirio a Las Vegas) o di addii al celibato dagli esiti tanto sboccati quanto demenziali (Una notte da leoni). Eppure esiste anche un altro, ben più dimesso, risvolto della medaglia, che non viene quasi mai raccontato perché privo di appeal, squallido, deprimente. È il vero volto di Las Vegas, quello fatto di disperazione umana centellinata in silenzio a ogni tiro di slot-machine, quello della povertà estrema, della dipendenza e della desolazione assoluta dei prefabbricati a schiera, che infestano la città al di là della celeberrima e ultrapacchiana Strip, sede di quei monumenti alla falsità cartonata che sono i casino tematici.

 

 

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