Challengers, la recensione del film di Luca Guadagnino

A cura di Francesco Pozzo

I grandi registi si autoritraggono. Difatti, se dovessimo stilare un puntuale ed efficace catalogo del Guadagninopensiero, della sua estetica, del suo sguardo sul mondo, della struttura del suo DNA artistico, nessuno fra gli otto lungometraggi girati sarebbe probabilmente più icastico di questo. Luca Guadagnino infonde visibilmente sé stesso in ogni fibra del suo lavoro: la sua filmografia è radicale e goduriosa, tattile, colta, viscerale, febbrile: è come se tutti i suoi amori e il suo sé più intimo venissero costantemente impressionati su pellicola, e mediante questi riuscissimo a delineare un’accurata schermografia dell’uomo. Un vero (e grande) autore. Il suo (nostro) maestro Bernardo Bertolucci, com’è noto, sosteneva che la macchina da presa dovesse necessariamente essere una camera ad infrarossi volta a cogliere l’anima degli attori. Ecco: Guadagnino ne segue l’esempio e si spinge persino oltre, perché è come se puntasse la camera su sé stesso. Il suo è un cinema feticistico, as usual: di dettagli e feticci, appunto, immortalati sensualmente, quando non sessualmente, e che sono assolutamente fondamentali. Un cinema fatto di piedi, churros, banane, mani e corpi sudati, baci, infiniti baci (ma cosa sono, i baci di Guadagnino? Chi filma i baci così meravigliosamente, nel panorama cinematografico attuale? Chi?). Il tennis, dal canto suo, evoca immediatamente scenari hitchcockiani, e già così si parte bene: ma il vero thriller è quello dell’ambigua contraddittorietà delle umane relazioni, che è ciò che al cineasta interessa über alles, sempre (pare di vederlo, il Guadagnino, che intuisce immediatamente il profondo dinamismo cinematografico del soggetto…). Una storia di gente fucked up, persa, non semplice. Disunita, direbbe qualcuno: in balia di sentimenti complessi. L’esatto opposto di tutto ciò che è tedioso e che si è soliti definire molto stoltamente e orrendamente: “vincente”. Perfettamente nelle sue corde. Noi prendiamo. E godiamo.

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Un'immagine di Civil War di Alex Garland
Civil War di Alex Garland, la recensione

di Valeria Morini

È davvero così lontano e inverosimile lo scenario di Civil War? La domanda è lecita di fronte al film del britannico Alex Garland che, dopo aver sondato le frontiere della fantascienza con Ex Machina e Annientamento, ci porta in una distopia poco futuristica, specie se ripensiamo all’assalto al Campidoglio del 2021. Siamo negli Stati Uniti travolti dalla guerra civile, dove milizie separatiste stanno per dare l’ultimo assalto a Washington al fine di deporre il presidente in carica. Garland sceglie però di inquadrare il conflitto dal punto di vista di quattro membri della stampa diretti alla capitale per immortalare la caduta della Casa Bianca: alla premiata fotoreporter di guerra Lee (Kirsten Dunst) e al giornalista Joel (Wagner Moura) si uniscono il veterano del New York Times Sammy (Stephen McKinley Henderson) e la giovanissima aspirante fotografa Jessie (Cailee Spaeny).

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May December di Todd Haynes, la recensione

di Valeria Morini

In sala a un anno dalla presentazione in concorso a Cannes 2023, May December conferma Todd Haynes come autore lucido, personale, rappresentante di un cinema elegante ma mai lezioso o artificioso. Il regista di Carol e I’m Not There (il miglior biopic di sempre?) si cimenta, pur in un piccolo lavoro indipendente dal budget evidentemente risicato, con due stelle del calibro di Natalie Portman e Julianne Moore. Il film è stato sostanzialmente ignorato agli Oscar, che hanno assegnato solo una nomination alla sceneggiatura originale (il premio è andato ad Anatomia di una caduta).

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Dune – Parte Due, la recensione del film di Denis Villeneuve

Di Francesco Pozzo

C’è qualcosa di così profondamente non cinematografico, nel Dune di Denis Villeneuve. Qualcosa che è cristallinamente sintomatico di un problema serio e non certo nuovo: la serializzazione del cinema. Cioè a dire come il linguaggio del cinema, prevalentemente mainstream, venga contaminato da quello delle serie televisive nella forma, nei ritmi, nel contenuto (quando c’è), rifuggendo come una pestilenza una qualunque parvenza di compiutezza: tutto deve continuare ad infinitum, e tutto si regge su ciò che è stato e/o verrà dopo (a tal proposito, e per restare in tema Villeneuve, si veda anche il deludentissimo sequel di Sicario del nostro Stefano Sollima, che grazie a Dio è tornato in patria con Adagio).

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La zona d’interesse, la recensione del film di Jonathan Glazer

A cura di Francesco Pozzo


“Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso.”

(Hannah Arendt)


Ci sono film dai quali si esce consapevoli di non essere più gli stessi. La zona d’interesse, monolitico oggetto liberamente tratto dal romanzo di Martin Amis, è senz’ombra di dubbio uno di questi.

Liberamente perché Jonathan Glazer (uno di quelli che, come Andrew Dominik, gira un film ogni dieci anni per rimettere puntualmente in discussione la grammatica del cinema) ha completamente scarnificato la struttura narrativa del libro (una famiglia come tante; al di là della rete, l’indicibile) per sublimare visivamente, come già in passato ma in modo ancor più asettico, radicale e meticoloso, un’astrazione (parecchie, le somiglianze col precedente Under the Skin, proprio per la metodologia con cui lavora sul perturbante attraverso la combinazione di immagine e sonoro: ormai un suo evidente tratto distintivo). E l’astrazione, questa volta, è il delicatissimo tema dell’Olocausto, che Glazer ha – per l’appunto – astratto così a fondo da rendere la sua quarta opera per il cinema più potente e scioccante di qualunque cosa finora vista, scritta, detta o concepita sulla questione.

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Past Lives di Celine Song, la recensione

di Mirta Tealdi

Past Lives, film d’esordio della regista sudcoreana Celine Song, è un film semiautobiografico. Apprezzato dalla critica, ha ricevuto cinque candidature ai Golden Globe e due ai Premi Oscar. I protagonisti sono Na Young e Hae Sung, due giovani compagni di scuola di dodici anni (numero simbolicamente importante perché ogni dodici anni ci sarà un riavvicinamento). I due ragazzini sono inseparabili, teneramente legati ( i caratteri vengono subito tratteggiati: Na Young è competitiva e indipendente, mentre Hae Sung è dolce e paziente) e passano la maggior parte del tempo insieme mentre tornano a casa da scuola o giocano nei parchi della città di Seoul di cui la Song fa belle vedute con inquadrature angolate e ripide.

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Povere creature!, la recensione del film di Yorgos Lanthimos

A cura di Francesco Pozzo


Mostruoso è chi è nato

dalle viscere di una donna morta.

(Pier Paolo Pasolini)


Vidi il mio primo film di Yorgos Lanthimos nell’ormai lontano 2009. Il titolo era Kynodontas (uscito in Italia, molti anni dopo, come coronamento-contentino del successo mondiale del nostro, con il suo titolo anglofono: Dogtooth), e fui sedotto immediatamente. Mi parve a tutti gli effetti un fulgido esempio di cinema della crudeltà: motivo di solluchero per un ragazzetto solitario cresciuto adorando il cinema di Fassbinder, Ōshima e di tutti coloro che investigavano la crudeltà dei rapporti e dei recessi dell’umana natura senza retrocedere davanti a nulla. Indi, corsi a recuperarmi tutti i titoli precedenti. Famelicamente. Ma rimasi (e lo confermo tutt’oggi) parzialmente deluso; mi parvero film che, a differenza di quel primo, folgorante gioiello scoperto un pomeriggio d’una torrida estate italiana, giravano un po’ a vuoto per il mero gusto di scioccare, senza avere poi troppo da dire. Allora, retrospettivamente, quel Dogtooth mi parve il segno di un’evidente e assai promettente maturazione.

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Al via il Trieste Film Festival, il programma


Appuntamento dal 19 al 27 gennaio con il 35. Trieste Film Festival: la manifestazione diretta da Nicoletta Romeo è il primo festival italiano dell’anno e il principale appuntamento nostrano dedicato al cinema dell’Europa centro-orientale, nato alla vigilia della caduta del Muro di Berlino. Il 19 gennaio la programmazione del Teatro Miela si inaugura con Do Not Expect Too Much from the End of the World di Radu Jude, complessa opera teorica già passata a Locarno con cui il regista rumeno riflette cinicamente sul capitalismo.

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Yannick – La rivincita dello spettatore di Quentin Dupieux, la recensione

di Valeria Morini

Il cinema di Quentin Dupieux è un oggetto bizzarro, tra il nonsense e il surreale. Dai copertoni assassini alle mosche giganti, l’eccentrico e prolifico regista francese mette in scena ancora una volta il suo umorismo nero in Yannick, piccolo film di soli 67 minuti, con budget risicato e girato in appena sei giorni di riprese. L’intero film è ambientato in un teatro dove va in scena lo spettacolo “Le cocu” (ovvero, “Il cornuto”). Almeno fino a quando uno spettatore, Yannick, non interrompe gli attori per protestare contro la scarsa qualità dell’opera e finisce addirittura per prende in ostaggio l’intera sala con il pubblico dentro, dando così il via a una serata a dir poco pazzesca.

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Perfect Days di Wim Wenders, la recensione

di Mirta Tealdi

Vincitore della Palma d’oro per il migliore attore (Kôji Yakusho) all’ultimo Festival di Cannes, Perfect Days è il nuovo film di Wim Wenders. Hirayama (Kôji Yakusho) è un uomo di mezza età, dallo sguardo intenso e dolce e dai sorrisi che fioriscono improvvisamente, sembra felice della sua vita ripetitiva e semplice. I ritmi scanditi dalla sua attività: si sveglia, si lava, si mette la tuta da lavoro con su scritto The Tokyo Toilet (sì, perché Hirayama come lavoro pulisce i bagni pubblici), poi annaffia delicatamente, irrorandole con un nebulizzatore, le diverse piantine che conserva in piccoli vasetti nella stanzetta adiacente alla sua modesta camera. Un luogo frugale negli arredi ma dove non mancano i libri (Faulkner, Highsmith…): perfettamente ordinati in una bassa libreria, e il lettore di musicassette per la sua vasta collezione di pop, rock, e soul degli anni ’60 -’70.

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Il ragazzo e l’airone di Hayao Miyazaki, la recensione

di Fabrizio Guida

Vedendo Il ragazzo e l’airone si intuisce perché Miyazaki abbia aspettato 10 anni dal suo ultimo lavoro, Si alza il ventoIl ragazzo e l’airone infatti è un progetto mastodontico, complice una scrittura molto complessa e un’immersione nella cultura tradizionale giapponese, un viaggio tra il reale e il fantastico in un universo meravigliosamente ricco di contenuti che lo Studio Ghibli fa brillare di una particolare ed emozionante luce.

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Saint Omer: La Medea naufragata

di Giulia Pugliese

NB: Questo pezzo è risultato vincitore al Concorso per giovani critici dedicato a Marco Valerio al Longtake Film Festival 2023, nella categoria over 30

Io e mia madre abbiamo sempre avuto un rapporto conflittuale, non ci siamo mai capite, la vita adulta ci ha allontanate e il contrasto è diminuito.

Saint Omer è un film che parla di un tabù, l’infanticidio e che cosa significa essere una madre tra due culture, quella africana che vede il ruolo della donna solo come madre e quella occidentale, basata sulla realizzazione lavorativa dell’individuo. È un film su un doppio: la protagonista Rama, una francese di seconda generazione, scrittrice, per il suo libro segue il processo di Laurence Coly, una donna senegalese immigrata in Francia che ha ucciso la figlia di 15 mesi. La donna, per diverse motivazioni si riconosce nell’indiziata. Laurence è pazza, è cattiva, è posseduta?

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Foglie al vento di Aki Kaurismäki, la recensione

di Mirta Tealdi

Dopo tanti film violenti e irrilevanti, […] sono l’unico responsabile di questo catastrofico fallimento!

Ecco cosa lo stesso Aki Kaurismäki dichiara (nel suo tipico modo autoironico) del suo ultimo lungometraggio: Foglie al vento (in arrivo nelle sale italiane il 21 dicembre 2023); una commedia sentimentale e tenera in cui prevale lo stile inconfondibile e irriverente del direttore finlandese. Già presentato in concorso al Festival di Cannes, dove ha vinto il Premio della Giuria, ha avuto anche cinque candidature agli Efa.

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The Holdovers – Lezioni di vita di Alexander Payne, la recensione

di Valeria Morini

Sono sempre impegnati in un viaggio, reale e/o dentro se stessi, i protagonisti dei film di Alexander Payne. Un tema che impregna film come Sideways, The Descendants e Nebraska, e che è presente anche in The Holdovers, diviso in una prima parte letteralmente in unità di luogo – tra le mura di un prestigioso liceo americano all’inizio degli anni 70 – e in una seconda che vede i protagonisti lasciare l’interno – rassicurante ma anche soffocante – per spostarsi prima in altri spazi attigui e poi iniziare un percorso on the road.

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Un colpo di fortuna – Coup de Chance di Woody Allen, la recensione

di Valeria Morini

Spesso nella vita basta un colpo di fortuna. Ancora una volta è il caso a regnare nell’universo cinematografico di Woody Allen, che con Coup de chance porta sullo schermo il suo cinquantesimo film, girato totalmente in francese e presentato in anteprima fuori concorso alla 80esima Mostra di Venezia. Se l’ostracismo hollywoodiano costringe il regista a girare lontano dalla sua New York il tocco alleniano non si è perso affatto. Coup de chance è una vera delizia, una brillante commistione tra commedia, dramma e thriller.

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Anatomia di una caduta di Justine Triet, la recensione

di Giulia Pugliese

Monica: “Non possiamo sempre capire”. Daniel: ”Ma io devo capire”


Anatomia di una caduta inizia con una caduta di una pallina da una scala, poi si passa a una scena che, anche se non sappiamo nulla dei personaggi, ci sembra molto chiara e che poi ci verrà spiegata e scardinata diverse volte. Il film si basa sulla ricostruzione del suicidio/omicidio del marito di Sandra (l’incredibile Sandra Huller), Samuel (Samuel Theis), ma con il termine caduta ci si riferisce anche alle cadute metaforiche dei personaggi: una moglie insoddisfatta del rapporto con il marito, un marito che cova rancore per il successo della moglie e un senso di colpa nei confronti della disabilità del figlio.

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Il mio amico robot di Pablo Berger, la recensione

di Valeria Morini

Se Philip K. Dick si domandava se “gli androidi sognano pecore elettriche”, Pablo Berger non ha dubbi e ci mostra il mondo onirico di un automa nel tenerissimo Il mio amico robot (decisamente più calzante è il titolo originale, per l’appunto Robot Dreams), presentato già a Cannes 2023 e fuori concorso al 41° Torino Film Festival. Il regista spagnolo conferma il suo eclettismo a undici anni da Blancanieves (anch’esso passato sotto la Mole), che era una curiosa e sperimentale rilettura della fiaba dei Grimm girata come un film muto contemporaneo.

Il mio amico robot è la sua incursione nell’animazione, un cartoon per adulti e bambini che stupisce per la sua estrema delicatezza e poesia. In una New York degli anni 80 abitata da animali antropomorfi, un cane si sente così solo da acquistare un robot da compagnia, ma la loro amicizia è messa a dura prova da un beffardo destino.

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Mary e lo spirito di mezzanotte, la recensione del film di Enzo D’Alò

Nome per eccellenza dell’animazione italiana, Enzo D’Alò incontra Roddy Doyle, scrittore irlandese noto per “The Commitments” o “Una stella di nome Henry”. Il regista napoletano, da sempre aperto all’adattamento delle fonti più disparate (da Rodari a Sepulveda, da Ende a Collodi), ci trasporta nelle atmosfere irlandesi con Mary e lo spirito di mezzanotte, una fiaba per bambini e adulti presentata in anteprima italiana al Lucca Comics & Games 2023.

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Napoleon, la recensione del film di Ridley Scott

A cura di Francesco Pozzo

Anche sforzandosi, è impresa ardua trovare qualcosa di buono da dire su questo film.

Per nulla entusiasmante, sconclusionato e rozzo come pochi, Napoleon è la prova provata che l’ormai ottantacinquenne Ridley Scott (che ha inanellato un paio di titoli divenuti presto e giustamente cult, ma che grande cineasta, in tutta franchezza, non è mai stato) è divenuto manifestamente la copia della copia di sé stesso.

Anzitutto, questo è un film vetusto, che fa sfoggio del digitale e di (spesso pessimi) effetti ultra-moderni ma che è nato vecchio se non già morto; è difatti più che legittimo domandarsi, guardandolo, in che modo questa nuova, esangue e letargica versione delle imprese del condottiero illustre dialogherebbe col presente, e chi mai potrebbe interessarsi, oggi, ad un’operazione di questo tipo.

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The Old Oak di Ken Loach, la recensione

Mirta Tealdi

T.J Ballantyne (Dave Turner) è il proprietario del The Old Oak, l’unico pub e unico punto di ritrovo degli abitanti di un piccolo paese del nord dell’Inghilterra (un tempo località mineraria). In paese serpeggia il malcontento da quando le autorità vi hanno spostato dei profughi siriani. Durante uno di questi arrivi, si è già riunita una piccola folla di persone che dimostrano con urla animate, anche T.J è presente e assiste alle incalzanti recriminazioni. Prima di scendere dal pulmino, una ragazza siriana fa delle foto e la persona fotografata, un tipo particolarmente aggressivo, le strappa di mano la macchina (per cancellare le immagini), che nel trambusto cade a terra e si rompe.

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Kafka a Teheran di Ali Asgari e Alireza Khatami, la recensione

“Il Grande Fratello ti osserva”

1984 di George Orwell


Siamo abituati a pensare al male come qualcosa di eclatante, eccesivo, come un boato senza fine, una tortura continua e un dolore che non lascia spazio a niente, ed è proprio così. Ma se invece fosse un picchiettio, un sussurro, una goccia e qualcosa che striscia intorno a noi, che è sempre presente?

Kafka a Teheran nasce da una tesi chiara: cosa vuol dire vivere in un regime adesso, nel presente, dove comunque sappiamo cosa succede all’esterno, dove gli echi da altri Paesi ci arrivano? Il film vuole farci vivere una quotidianità, vuole farci scoprire gli aspetti più assurdi, a tratti ridicoli, vessatori, kafkiani e senza senso del regime islamico iraniano, senza però sminuire il dolore delle persone. Il regime e chi lo perpetua sono ridicoli, il popolo e chi lo subisce non lo sono mai, per questo chi lo perpetua non merita neanche di essere visto mentre chi lo subisce non solo deve essere visto, ma sentito, investigato ed mpatizzato. Il film è il tentativo riuscito di far sentire a chi non vive in Iran cosa prova il popolo iraniano.

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Killers of the Flower Moon, la recensione del film di Martin Scorsese

A cura di Francesco Pozzo

Nascita di una nazione, Scorsese Edition.

Che possiamo dire, di Martin Scorsese? Tanto per cominciare, come ricordato giorni fa via social dall’illustre collega che non necessita d’introduzioni Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, semplicemente, è il più grande regista vivente. E già qui, potrebbe chiudersi la questione. Ma sarebbe ingiusto, perché il da poco ottantenne genio italoamericano, a differenza della stragrande maggioranza dei colleghi che s’affaccia non di rado malamente alle porte della terza età (almeno per quanto concerne la loro arte), riesce puntualmente in quel miracolo elettrizzante che accomuna invero una quantità estremamente sparuta di filmmakers: a superarsi. A far sì che noi, spettatori d’ogni latitudine, possiamo immancabilmente confidare che il film migliore sia quello che deve ancora venire.

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Il male non esiste di Ryûsuke Hamaguchi, la recensione

di Tommaso De Rai

Se incontri un cervo ferito insieme al suo genitore, ti potrebbe attaccare.
In Il male non esiste (Evil Does Not Exist) Takumi è il tuttofare di un piccolo paese immerso nei boschi. La comunità di cui fa parte vive in equilibrio con la natura ma è chiamata ad affrontare le criticità della costruzione di un glamping che rischia di destabilizzare questo rapporto.

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Asteroid City di Wes Anderson, la recensione

È un alieno-folletto Wes Anderson, proprio come uno dei personaggi del suo ultimo film Asteroid City che rappresenta un altro tassello di una filmografia così unica e personale, fatta di sfumature retro, rapporti famigliari sghembi, scenografie di cartapesta e sentimenti inespressi. Texano che vive a Parigi, re dell’estetica hipster, radunatore di cast stellari numerosi come le comparse di un kolossal, ambienta nel deserto americano questa curiosa storia di elaborazione del lutto, confronti genitori-figli, adolescenti plusdotati e microvillaggi visitati dagli Ufo, passata in concorso al Festival di Cannes 2023.

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Green Border di Agnieszka Holland

di Giulia Pugliese

Non morirai, devi essere convinto che tu stai bene e non morirai!” The Secret Garden

Agnieszka Holland è una regista che sempre voluto raccontare la storia con un occhio atipico, a volte la Storia passata come in Europa Europa (1990) e Raccolto amaro (1985) o la Storia che scorre proprio sotto i nostri occhi A Woman Alone (1956), facendolo in maniera molto cruda e mai voltandosi dall’altra parte. In Green Border, la regista ci vuole proprio parlare di questa Storia che ci scorre vicino, senza che noi ce ne accorgiamo.

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Priscilla di Sofia Coppola, la recensione

“Il mio posto è qui affianco al Re…” Marie Antoniette (2006)

di Giulia Pugliese

A 20 anni dall’arrivo in sala di Lost in Traslation e dopo il molto sottotono On the Rocks del 2020, Sofia Coppola torna a Venezia con una storia al femminile sull’ex moglie di Elvis Presley: Priscilla.
Il film, che prende spunto dal libro Elvis and Me scritto dalla stessa Priscilla, più che narrare di lei parla soprattutto della sua relazione con il re del rock, seguendo in maniera pedissequa tutti i momenti salienti della loro relazione: il loro incontro, il trasferimento di Priscilla a Graceland, il matrimonio e la nascita della loro figlia, Lisa Marie. Ma anche gli aspetti più turbolenti: le litigate, l’abuso di pillole e i tradimenti. Il film si inoltra così tanto nella loro relazione per finire a parlare anche della loro vita sessuale in maniera morbosa e di cattivo gusto.

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Ferrari di Michael Mann, la recensione

di Valeria Morini

Uno dei registi più americani di sempre, tra i simboli stessi del cinema a stelle e strisce, racconta una storia italiana. Lui è Michael Mann e il film è Ferrari, biopic dedicato al Drake di Maranello che si concentra sulla tragica Mille Miglia del 1957 e sulla complessa vita personale poco dopo la morte prematura del figlio Dino, con Enzo Ferrari diviso tra la moglie Laura e l’amante Lina (da cui ha avuto Piero, riconosciuto anni dopo).

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Dogman di Luc Besson, la recensione

Il ritorno di Luc Besson dopo anni di cinema blockbuster e di controverse vicende personali con accuse di abusi (e relativo proscioglimento) è un film che strizza l’occhio all’età d’oro del regista francese, al noir mélo dei suoi film anni 90 più contenuti nei budget ma divenuti cult, come Léon e Nikita. Dogman, presentato in concorso alla 80esima Mostra di Venezia, è ancora la storia di un antieroe solitario e outsider, ancora un lampo di tenerezza in un universo marcio e violento.

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Comandante di Edoardo De Angelis, la recensione

La Mostra del cinema di Venezia numero 80 si è aperta nel segno del tricolore: dopo la cancellazione di Challengers di Guadagnino dal programma per lo sciopero di attori e sceneggiatori di Hollywood, a inaugurare il festival è toccato a Comandante di Edoardo De Angelis, emblema perfetto di un’edizione forzatamente poco internazionale almeno dal punto di vista degli ospiti (per il suddetto sciopero) e con una forte componente italiana tanto da avere ben sei titoli nostrani in concorso. produttivo rispetto alla media. Il regista partenopeo de Il vizio della speranza si confronta con la vera storia di Salvatore Todaro, comandante del sottomarino Cappellini durante la Seconda guerra mondiale, militare pluridecorato ma soprattutto fiero uomo di mare che in più occasioni salvò i naufraghi delle stesse navi nemiche che affondava. 

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