After the Hunt – Oltre la maschera

Di Francesco Pozzo

They, go away. 

After the Hunt è un film denso, complesso, scomodo, spietato, importante (soprattutto): e le reazioni scomposte, perplesse, finanche indignate, perché no, che ha suscitato in seguito alla prima mondiale all’ottantaduesima Mostra del cinema di Venezia (con un bel ‘Guadagnino Boomer’ che ho intravisto passeggiando per il Lido sulla bacheca delle reazioni del talvolta becero pubblico, e che penso gli strapperà un sorriso), provano a mio avviso che la tesi su cui s’incardina il film è incontrovertibilmente corretta: cioè a dire che oggi (e questo, del resto, lo si era capito) non c’è più spazio per il dialogo, per l’analisi critica, per la (magari silenziosa, quando tutto è rumore) ponderazione: perché tutto deve sbracare puntualmente nello slogan, nella rabbia screanzata e disarticolata, nell’indignazione rumorosa e ignorante. In una parola: nel livore (concetto chiave di questi tempi). Non c’è (più) spazio, ahimè, per la necessaria riflessione. Almeno per il momento. Questo qui, invece, è un testo che ci invita a riflettere. E lo fa elegantemente, acutamente, astutamente. Meravigliosamente.

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Contemporaneo: The Voice of Hind Rajab e Remake a Venezia 82

di Giulia Pugliese

Nel cinema contemporaneo i generi non esistono più, ma sembra che ormai non esista più neanche il confine tra film di finzione e documentario. L’arte cinematografica abbraccia una nuova filosofia: reale, finzione e semi-realtà, tutto viene messo sullo stesso piano, in un mondo dove quello che ci sembra reale potrebbe essere finto e viceversa. Il cinema sceglie di non schierarsi e di giocare con la percezione dello spettatore, che ha sempre più accesso a prodotti di vario tipo, per lunghezze, piattaforme e modalità di fruizione.

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Speciale Sud America a Venezia 2025: Nuestra tierra, Aún es de noche en Caracas e Barrio Triste

di Giulia Pugliese

Un documentario, un film di finzione e un’opera d’arte visiva per parlare della violenza politica ed endemica del continente latino. In questa edizione della Mostra del Cinema di Venezia ci sono state diverse opere sudamericane (la sezione Orizzonti è stata vinta da un film messicano, En el Camino di David Pablos), segno che questi Paesi stanno investendo nel cinema. È una cinematografia varia e vitale, ricca di sperimentazioni e tentativi di fare un cinema diverso. Al Festival di Venezia si è mostrata in tante declinazioni: documentario, fiction d’indagine e video-arte, come la cultura dei paesi da cui proviene, in forma mestiza, che mescola i generi.

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Queer – Come in uno specchio

Di Francesco Pozzo


How can a man who sees and feels be other than sad?


Non è semplice parlare di questo film e non è semplice parlare dell’opera-mondo da cui è tratto.

Queer di William S. Burroughs è una delle cose più complesse e ambiziose che abbia mai letto: la storia di un uomo che vuole penetrarne un altro non fisicamente, ma psichicamente: e che per farlo le prova tutte, anche la telepatia. Per mettere in immagini questo stato, per compiere questa impresa folle e – diciamolo pure, per una volta – pressoché impossibile, ci voleva un regista come Luca Guadagnino, che non tradendo mai Burroughs fa sua completamente – e per nulla sorprendentemente, mi verrebbe da dire: perché ormai lo conosciamo – la fantasmagorica e scivolosa materia. Seguiva Burroughs fin da ragazzino, inventando sceneggiature a diciannove anni, dice. E noi ci crediamo fermamente. D’altronde, il suo primo corto (Qui) s’incentrava su un atto sessuale esplicito: la prova che tutto avrebbe condotto a questo.

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Saint Omer: La Medea naufragata

di Giulia Pugliese

NB: Questo pezzo è risultato vincitore al Concorso per giovani critici dedicato a Marco Valerio al Longtake Film Festival 2023, nella categoria over 30

Io e mia madre abbiamo sempre avuto un rapporto conflittuale, non ci siamo mai capite, la vita adulta ci ha allontanate e il contrasto è diminuito.

Saint Omer è un film che parla di un tabù, l’infanticidio e che cosa significa essere una madre tra due culture, quella africana che vede il ruolo della donna solo come madre e quella occidentale, basata sulla realizzazione lavorativa dell’individuo. È un film su un doppio: la protagonista Rama, una francese di seconda generazione, scrittrice, per il suo libro segue il processo di Laurence Coly, una donna senegalese immigrata in Francia che ha ucciso la figlia di 15 mesi. La donna, per diverse motivazioni si riconosce nell’indiziata. Laurence è pazza, è cattiva, è posseduta?

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Sussurri e grida, di Ingmar Bergman

Su Prime Premium

Di Francesco Pozzo

Verrebbe da chiedersi: ma coloro che idolatrano la bieca pornografia del dolore che è Vortex di Gaspar Noé, o – peggio – il The Whale di Darren Aronofsky, avranno mai visto Sussurri e grida del maestro Ingmar Bergman? Un film che potrebbe aver girato Dio, se Dio esistesse o fosse esistito (o forse Dio era Ingmar Bergman, semplicemente: avrebbe molto più senso), oltre che la prova concreta e tangibile che ogni grande cineasta fa un unico film per tutta la vita con qualche sottile variazione sul tema: un concetto che allo svedese si applica millimetricamente: dal Posto delle fragole a questo, dal Flauto magico a Luci d’inverno, da Sinfonia d’autunno a Fanny & Alexander, il bisogno e il senso profondo dell’amore e dell’affetto umano, del calore e della vicinanza prima di ogni cosa e prima ancora di un dialogo con un dio assente ma opprimente, è sempre stato il suo comune denominatore: e questo, si badi bene (sembrerà paradossale, ma è così), è un film medicatore: distrugge, ma purifica.

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Pasolini, il centenario del profeta terreno

Pier Paolo Pasolini, «era dappertutto con la sua passione di tutto» -  PAGINA21

Avrebbe compiuto cent’anni, lo scorso 5 marzo, l’intellettuale più eclettico, versatile e controverso del secolo scorso. Su Pier Paolo Pasolini è stato detto tanto, tutto. Celebrare il centenario della sua nascita, senza rischiare di glorificarne l’opera omnia cedendo ad un certo manierismo didascalico, è un’impresa delicata e complessa: perché in Pasolini, rispetto ad altri, non vi è ambito che non sia stato profondamente indagato, analizzato, sviscerato. Poeta (scrisse migliaia di versi), romanziere, cineasta (ventiquattro pellicole), teorico, critico, saggista, drammaturgo, pittore. Cosa ci resta da dire, dunque, su Pasolini, che non sia già edito?

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La trilogia dell’Apocalisse di John Carpenter – Parte III: Il seme della follia

Il seme della follia (1994) | MUBI

di Andrea Ravasi

1994. Siamo in un periodo particolarmente produttivo nel mondo del cinema horror, un periodo di vera e propria riflessione, di analisi e di revisione come forse mai prima era accaduto. Artisti del calibro di Sam Raimi, Wes Craven e naturalmente John Carpenter decidono, per vie totalmente differenti, di studiarne aspetti e costrutti che portano alla creazione di questo genere e alla conseguente messa in scena della paura e dei nostri incubi più profondi, senza disdegnare un pizzico di ironia nelle loro validissime analisi.

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La trilogia dell’Apocalisse di John Carpenter – Parte II: Il Signore del Male

Il signore del male - film: guarda streaming online

di Andrea Ravasi

1987. Dopo alcuni film di insuccesso al botteghino prodotti dalle major, tra cui quello de La Cosa, John Carpenter decide ed in parte è costretto a tornare a lavorare con produzioni a basso budget. Grazie all’amico Larry Franco ottiene un contratto con la Alive Pictures con cui si accorda per la realizzazione di quattro lungometraggi. Il primo di questi è appunto Il Signore del Male, secondo capitolo della Trilogia dell’Apocalisse, di cui il regista firma anche la sceneggiatura sotto lo pseudonimo di Martin Quatermass, omaggiando così la serie TV, da lui particolarmente apprezzata, scritta da Nigel Kneale.

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La trilogia dell’Apocalisse di John Carpenter – Parte I: La Cosa

La cosa - Film (1982) - MYmovies.it

di Andrea Ravasi

Tre lungometraggi, probabilmente tre capolavori, un solo regista: John Carpenter. Stiamo parlando della rinomata trilogia dell’Apocalisse del celeberrimo cineasta americano che comprende La Cosa (1982), Il Signore del Male (1987) e Il seme della follia (1994). Tre opere in cui l’autore affronta lo stesso tema apocalittico da altrettante prospettive differenti, in cui a rivelarsi è la vera natura dell’uomo, spogliato di qualsivoglia struttura sociale, capace di mostrarsi per ciò che è. Un viaggio filmico attraverso il quale ci vengono palesati prima in maniera più concreta, poi in maniera scientifico/spirituale e infine metacinematografica gli attimi che precedono il tracollo della cultura, del progresso e del benessere dell’essere umano che si ritrova a fare i conti con i propri incubi e le proprie incertezze.

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Un brindisi di sangue: festeggiamo i 25 anni del Dracula di Francis Ford Coppola

Bram Stoker's Dracula at 30: Coppola's grand, operatic, hysterical, flawed  film | Stuff

Io vi condanno alla eterna fame di vitale sangue e alla vivente morte

Dracula

Quando Francis Ford Coppola decise di riportare sullo schermo il più celebre vampiro della storia in una mega-produzione fatta di costumi sfarzosi (premiati con un Oscar), scenografie spettacolari e un cast stellare, non molti a Hollywood sembravano dargli credito. Il regista era conosciuto per i suoi problemi e ritardi in produzione (dopo la tragedia di Apocalpyse Now e le vicessitudini dei Padrini) e lo script era violento, sanguinoso, erotico, più adatto a un double feature di mezzanotte che a un blockbuster.

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TRENT’ANNI DI HELLRAISER: Clive Barker e il piacere dell’ossessione

Hellraiser, una storia d'amore di Clive Barker - N3rdcore

“Tu hai aperto la scatola e noi siamo venuti. Devi venire con noi a provare i nostri piaceri.”

Era il 1987 quando sul grande schermo uscì Hellraiser. Un film di genere, con un budget non troppo consistente, dedicato agli appassionati in senso stretto, o almeno così si pensava; un film che in realtà avrebbe rivoluzionato i codici dell’horror, aprendo nuove porte alle visualizzazione di incubi indicibili.

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Mostri che ridono: i clown più inquietanti della storia del cinema

Conrad Veidt as Gwynplaine from 1928's 'The Man Who Laughs,' the  Inspiration for Joker - METAFLIX

La cosa che in questo mondo può essere più orrida è la gioia

                                                                       Victor Hugo, L’uomo che ride

L’uscita del nuovo IT al cinema fa rivivere nei trentenni di oggi (compresa chi scrive) uno dei traumi infantili più terrificanti: la paura dei clown, quei personaggi colorati e rassicuranti che dovrebbero divertire i bambini e che il genio folle di Stephen King, con il suo Pennywise, ha trasformato per sempre in figure demoniache. Esiste addirittura un termine scientifico, coulrofobia, per definire un irrazionale terrore dei pagliacci, fenomeno che King intercettò per creare il protagonista del suo romanzo, ispirato in parte a Roland Mc Donald e alle gesta orribili di John Wayn Gacy, un serial killer americano che nel tempo libero animava le feste travestito da Pogo il Clown. Ma ben prima di Pennywise altri pagliacci hanno fatto rabbrividire gli schermi e ciascuno di loro ha portato sensazioni inquietanti, nascoste dietro la fissità impenetrabile del cerone, chi per crudeltà, chi per un tragico destino. Riscopriamo insieme alcuni tra i clown più disturbanti della storia del cinema.

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Il poeta che raccontava mostri: addio a George A. Romero

 

 

I’ve always felt that the real horror is next door to us, that the scariest monsters are our neighbors.

George A. Romero

Sono i colletti bianchi, l’ossessione capitalista, le folle che si ammassano nei centri commerciali alla ricerca compulsiva di merce, magari in saldo, i mostri dei nostri tempi. Ce l’ha insegnato George Andrew Romero, newyorkese di padre cubano, maestro dell’orrore e della riflessione sociale.

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IT – L’ORRORE SFUGGENTE DALLE PAGINE ALLO SCHERMO

It (miniserie televisiva) - Wikipedia

“Il terrore che sarebbe durato per ventotto anni, ma forse anche di più, ebbe inizio, per quel che mi è dato sapere e narrare, con una barchetta di carta di giornale che scendeva lungo un marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia. La barchetta beccheggiò, s’inclinò, si raddrizzò, affrontò con coraggio i gorghi infidi e proseguì per la sua rotta giù per Witcham Street, verso il semaforo che segnava l’incrocio con la Jackson. Le tre lampade disposte in verticale su tutti i lati del semaforo erano spente, in quel pomeriggio d’autunno del 1957, e spente erano anche le finestre di tutte le case. Pioveva ininterrottamente ormai da una settimana e da due giorni si erano alzati i venti”.

Stephen King, It

Era il 1986 quando It, romanzo cult horror, venne pubblicato. Circa 1240 pagine scritte da Stephen King, che cambiarono per sempre la concezione mainstream del genere, raggiungendo anche i non appassionati in senso stretto. Una vera e propria Bibbia, un apologo sulla perdita dell’innocenza, sul passaggio all’età adulta, sull’adolescenza come rito simbolico di appropriazione e necessaria privazione, sull’infanzia violata, sull’ombra di maligna ipocrisia propria di ogni cittadina di provincia.

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EDWARD MANI DI FORBICE compie 25 anni: la favola-capolavoro di Tim Burton

 

Perché nevica, nonna?

Una domanda semplice, posta da una bambina in una fredda notte d’inverno. E come vuole la tradizione del mito, è necessario raccontare una favola per dare una spiegazione soddisfacente ed esaustiva. Non è quindi un caso che la prima immagina sia il logo della 20th Century Fox in mezzo ad una copiosa nevicata, che da ghiaccio diventa una pioggia di biscotti, sulle meravigliose note di Danny Elfman (che con questa colonna sonora perfetta e indimenticabile raggiunge uno degli apici della sua carriera, contribuendo non poco alle emozioni che questo film regala), che introducono quello che, a tutti gli effetti, è il vero capolavoro del Tim Burton che fu, Edward mani di forbice.

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Johnny Depp, il pirata di Hollywood

Pirati dei Caraibi: Disney rivuole Johnny Depp come Jack Sparrow

Sliding doors. A volte è vero che basta solo un attimo, un incontro, per cambiare la storia per sempre. Correva infatti il 1984 quando Johnny Depp era chitarrista dei “The Kids” e Nicolas Cage, conosciutolo ad una festa, gli disse di avere un viso perfetto per fare l’attore: certo la lungimiranza a Cage non manca, visti gli oltre 40 film realizzati da Depp – più il doppiaggio in La Sposa Cadavere e Rango – e l’enorme successo planetario che lo ha catapultato nell’olimpo delle star hollywoodiane, permettendogli di lavorare con registi del calibro di Jim Jarmusch (Dead Man), Roman Polanski (La Nona Porta), Terry Gilliam (con il cult Paura e Delirio a Las Vegas), Michael Mann (Nemico Pubblico) e Tim Burton (8 collaborazioni), con cui ha stretto un’amicizia tale da divenire padrino dei suoi figli.

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Daredevil dal film alla serie: Netflix rende giustizia a Matt Murdock

 

Ben Affleck, chi? Nel 2003, in anni in cui i film di supereroi erano pochissimi, la Marvel tenta di portare sul grande schermo la storia di un outsider di Hell’s Kitchen, uno dei suoi personaggi più cupi, introversi e misteriosi: Daredevil. La scelta del protagonista cade però sull’uomo sbagliato, anche se l’accanimento verso Ben Affleck sa di capro espiatorio, perché ben altri erano i veri difetti della pellicola, a cominciare da un tono generale tutt’altro che dark, proseguendo con sequenze dalla dubbia qualità estetica e una colonna sonora per la maggior parte da action movie di seconda categoria (eccezion fatta per gli esordienti Evanescence).

Ora, a dodici anni di distanza, la redenzione: Netflix lancia Daredevil con una serie di 13 episodi, caricati in blocco sulla piattaforma lo scorso 10 aprile, sperando di riuscire a rendere giustizia all’uomo senza paura. Neanche il più roseo ottimismo poteva pensare a un risultato di questo livello, tanto che sin dal pregevole pilot si comprende che ci troviamo di fronte a un prodotto rivolto principalmente agli amanti dei supereroi, ma fruibile anche dai non appassionati.

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IL RE LEONE – L’ECO DEL RUGGITO È ANCORA FORTE 20 ANNI DOPO

Il Re Leone

Inizio degli anni ‘90: la Walt Disney Pictures è in stato di grazia, dopo aver dato vita a tre film d’animazione enormi come La Sirenetta (1989), La Bella e la Bestia (1991) e Aladdin (1992). Quello che all’epoca nessuno sapeva è che la casa di produzione del compianto zio Walt stava per regalare al mondo del cinema il suo Capolavoro, che ad ora rimane ineguagliato: Il Re Leone.

La trama è celeberrima, e narra delle vicende del piccolo Simba, futuro re della savana che, dopo la morte del padre per mano del perfido zio Scar, è costretto a fuggire convinto di essere il colpevole dell’accaduto. Anni dopo, l’arduo compito di riconquistare il regno mandato in rovina dal crudele e despota zio.

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DreamWorks: da 20 anni nel grande cinema d’animazione (tra alti e bassi)

Kung Fu Panda: i film della saga e tutto quello che c'è da sapere -  Cinefilos.it

Nel mondo del cinema d’animazione ormai è considerato il dualismo per eccellenza, una sorta di duopolio che quasi ogni anno si contende il primato a suon di incassi al botteghino: Disney/Pixar e DreamWorks Animation sono da sempre rivali, o almeno, da 20 anni a questa parte, quando la DreamWorks mosse i primi passi nel mondo del grande schermo. Quello che molte persone non sanno è che, però, questa diatriba sarebbe stata evitabile, se solo Michael Eisner, allora amministratore delegato Disney, non avesse deciso di dimostrare la sua poca lungimiranza cacciando Jeffrey Katzenberg, non ritenuto all’altezza di Frank Wells, numero due di Eisner con cui ha realizzato capolavori come La Sirenetta, La Bella e la Bestia, Aladdin e Il Re Leone, a lui dedicato. Katzenberg, quindi, con Steven Spielberg e David Geffen fondò la DreamWorks SKG.

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Saluto al Capitano

E poi c'era lui l'unico il solo Robin Williams - La valigia gialla

«Oh Capitano, mio capitano…»

Scegliere una citazione da uno dei moltissimi film e ruoli di un trasformista come Robin Williams non è semplice, e forse è giusto partire con quella più celebre, in ricordo di un attore meraviglioso scomparso prematuramente. Dopo Harold Ramis e Bob Hoskins, ecco che un altro grande caratterista e protagonista del cinema degli anni ‘80 e ‘90 se n’è andato prima del tempo, lasciando Hollywood e tutti gli amanti della settima arte sotto shock.

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75 ANNI DI BATMAN

Neue Batman Logo :: BehanceEra il 1939 quando Bob Kane ideò per la DC Comics un eroe dark, che agisce durante la notte come giustiziere mascherato da pipistrello. Da quel maggio sono passati 75 anni e Batman è diventato uno dei supereroi più amati, secondo solamente a Superman in quanto a fama. Le origini sono chiare, poi raccontate in maniera impeccabile da Christopher Nolan in Batman Begins (2005): figlio dei miliardari Thomas e Martha Wayne, il piccolo Bruce assiste alla morte dei suoi genitori all’uscita del teatro, e il trauma di quella serata lo accompagnerà per tutta la vita: decide quindi di combattere il crimine, perché atti del genere non accadano più. Burton ha invece raccontato di come l’assassino fosse un giovanissimo Jack Napier, poi divenuto Joker, ma le visioni a riguardo restano molteplici. La scelta del pipistrello, comunque, è un simbolo di paura, che possa incutere timore anche solo con la sua ombra ai malviventi, che tremino al solo pensiero di poterlo incontrare.

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C’eravamo tanto amati (il cinefilo, il diavolo e l’acquasanta)

casanovajaqix9Nei succulenti anfratti della Cineteca Nazionale si celano tesori d’inestimabile valore, degni della grotta di Alì Babà. Fra di essi, ad esempio, si cela, una “pizzetta”, un rullo che poteva rischiare di cadere nell’oblio eterno, con tutte le sequenze de Lo sceicco bianco che Fellini eliminò dopo che, in sala di montaggio, il Sommo Riminese aveva mostrato al proprio Maestro, Roberto Rossellini. Il papà del Neorealismo, infatti, già aveva subodorato verso quali esotici lidi voleva planare l’indisciplinato allievo… Ecco quindi Rossellini imporre a Fellini (scontro di Titani) di sforbiciare tutte le “extravaganze”, le schegge di grandangolare umanità: uno spaurito Leopoldo Trieste che, cercando la moglie scomparsa, spalanca tutte le porte della pensioncina ed entra in una stanza ove tre vecchine vestite solo di asciugamani-sudario stan facendo i fumenti tra vapori degni delle Terme di “Otto e mezzo”; un pazzo ghignate rinchiuso in una gabbia trascinata da una pachidermica suora.

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PULP FICTION – DOPO VENT’ANNI CI CHIEDIAMO ANCORA COSA CI SIA NELLA VALIGETTA

 

pulp2

Pulp /’pəlp/ n.1. A soft, moist, shapeless mass of  matter.

2. A magazine or book containing lurid subject matter

and being characteristically printed on rough,

unfinished paper.

American Heritage Dictionary

New College Edition

 

Da quest’introduzione già lo si poteva intuire, e molto probabilmente il genio di Tarantino sapeva benissimo a cosa andava incontro quando ha scritto questo capolavoro: Pulp Fiction era e rimane tutt’oggi, a 20 anni di distanza, un vero e proprio manifesto del postmoderno cinematografico, di cui il regista di Knoxville è forse il primo esponente, senza dubbio il maggiore: troppo studiato in tutti i suoi dettagli per essere frutto del caso, troppo preciso nelle citazioni e nella struttura per non rendersi conto di trovarsi al cospetto di una mente consapevole di ogni singolo movimento dei suoi ingranaggi. L’enormità di Pulp Fiction, però, risiede nella sua semplicità. Non è tanto il cosa (situazioni già viste), ma il come a fare la differenza, in cui a tratti sembra che la trama sia funzionale alle immagini, perché è quello il nocciolo cui Tarantino tenta di arrivare: l’immagine, l’icona, il simbolo.

«In televisione, il modo per scegliere una serie è che fanno un episodio, l’episodio chiamato “pilota”. Poi mostrano quell’episodio a gente che sceglie gli episodi e sul valore di quell’episodio decidono se vogliono fare altri episodi. Alcun vengono scelti e diventano programmi televisivi e invece altri no, e diventano niente. Lei era in uno di quelli che è diventato niente». (Jules a Vincent, Pulp Fiction, Quentin Tarantino, 1994)

 

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Cinquant’anni di Mary Poppins: dal film Disney del 1964 a “Saving Mr. Banks”

Mary Poppins – Programmazione • Cineteca di Bologna

«Vento dall’Est,
la nebbia è là…
Qualcosa di strano
fra poco accadrà…
Troppo difficile
capire cos’è…
Ma penso che un’ospite
arrivi per me…»

(Bert, Introduzione a Mary Poppins, Disney, 1964)

Sono parole che alla memoria collettiva, da 50 anni a questa parte, richiamano necessariamente qualcosa. Dopotutto, non conoscere Mary Poppins, almeno di nome, resta impossibile in una società così fortemente improntata sulla Disney come primo contatto video-didattico per l’infanzia. Quello che però non molti sanno è ciò che esiste alle spalle di questo capolavoro – 13 nominations e 5 premi Oscar –, che ha visto la luce nel 1964 ma che Walt Disney già da 30 anni sognava di portare sul grande schermo. L’ostacolo che pareva insormontabile era però la scrittrice del romanzo, Miss Pamela Travers, che lottava da anni per non cedere i diritti della “sua” Mary Poppins allo “zio Walt”, per timore che la trasformasse in qualcosa che non era, che si allontanasse dallo spirito con cui era stata scritta, anche perché l’opinione che la signora Travers nutriva nei confronti di Disney non era certo tra le più positive. Almeno questo è ciò che si evince dalla visione di Saving Mr. Banks, ultimo film Disney uscito da poco nelle sale, proprio in occasione dell’anniversario della tata più famosa del mondo: la trama ruota tutta attorno alle avances di Walt Disney (Tom Hanks) e alla resistenza ostinata di Pamela Travers (Emma Thompson), con i flashback a fare da guida per aiutarci a comprendere la sofferenza passata della donna e il dolore che l’ha portata a scrivere Mary Poppins, di fatto una zia severa arrivata a casa sua mentre suo padre era sul letto di morte, con l’intento di aiutare la mamma nel curare lei e le sue sorelle.

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Il gatto Resnais, il Trans-Anubi-Express e la Grand-Mère

l annee derniere a marienbad“In questo albergo immenso, lussuoso, barocco, lugubre. Dove corridoi senza fine succedono ad altri corridoi, silenziosi, deserti, gelidamente decorati da intarsi in legno… In sale silenziose in cui i passi di colui che le attraversa sono assorbiti da tappeti così pesanti, così spessi, che nessun rumore di passi arriva alle sue orecchie. Come se persino le orecchie di chi cammina, ancora una volta, lungo questi corridoi, attraverso questi saloni, queste gallerie, in questo palazzo d’altri tempi, in questo albergo immenso, lussuoso, lugubre. Dove corridoi senza fine succedono ad altri corridoi…” (Alain Robbe-Grillet)

Le architetture del Valhalla dei Registi si basano su regole che noi comuni mortali non passiamo capire: infinite sono le entrate. Ad attenderti possono esserci gli immaginifici elefanti alle porte di Babilonia, come uno stilizzato Ponte dei Sospiri di cartapesta, forgiato solamente per accompagnare ai Piombi un Donald Sutherland incanutito e febbricitante. Resta il fatto che, qualche giorno fa, in un fumigante vapore da sudario, ad una di queste entrate comparve un treno che gli antichi chiamano Trans-Anubi-Express: pare che, oggi, i fuochisti siano Jean-Luis Trintingnat ed Alain Robbe Grillet (che, va detto, ha il vizio di fustigare le belle passeggere). Ma ecco che, in uno stridio di freni- e di attuti gridolini orgasmici, il Trans-Anubi-Express, si blocca: giusto per far scendere, con l’elastica, eterea, grazia degna di Nijinski (prima della pazzia), un bel gattone nero.

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“WHO YA GONNA CALL?” TRENT’ANNI DI GHOSTBUSTERS

Locandina-GhostbustersLa prematura scomparsa di Harold Ramis ha intristito tutti. Perché probabilmente con lui se ne va anche un pezzo di storia di un cinema che negli anni ’80 ha spopolato, con la qualità delle riprese, con la geniale inventiva nelle situazioni comiche, con i dialoghi esilaranti. Ed è una beffa enorme pensare che l’attore-sceneggiatore sia mancato proprio nell’anno in cui i Ghostbusters, per altro inventati dallo stesso Ramis e da Dan Aykroyd, compiono 30 anni.

«Non hai provato a starne fuori tu non sai che vuol dire: io ho lavorato nel settore privato, pretendono risultati!» (Ray Stantz)

Era infatti il 1984 quando nelle sale statunitensi stava per apparire un film che sarebbe presto diventato una vera e propria opera di culto anche per le generazioni a venire. La trama, celeberrima, già di per sé era qualcosa di geniale ed inedito: tre dottori di ricerca universitari, Peter Venkman, Raymond Stantz ed Egon Spengler sono certi dell’esistenza del paranormale, ma non riescono a dimostrarlo. Fino a che non si trovano ad avere un contatto diretto con un fantasma della biblioteca della 5th Avenue di New York, e allora tutte le loro prospettive cambiano: perché non trovare un modo per catturare i fantasmi?

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Il cinema di Douglas Sirk e l’America allo specchio

 Nella percezione diffusa il nome di Douglas Sirk si associa al melodramma classico. A dispetto di una produzione vastissima, distribuita in quasi mezzo secolo di attività, è indubbio che la sua fama sia legata alla fortunata stagione del cosiddetto “Periodo Universal”, inaugurato nel 1950 e concluso nel 1959 con la realizzazione di un film-summa come Lo specchio della vita. Nell’arco di una decade tra le più fertili della storia del cinema, Sirk fu in grado di inanellare una incredibile sequenza di grandissimi film destinati a fondare il centro e il nucleo di un personale e coerente discorso cinematografico. Come spesso è accaduto per grandi autori che si sono misurati con i codici dei generi, a Sirk la rigida cornice del melodramma ha fornito l’occasione perfetta per affondare il suo sguardo di esule tedesco, fuggito all’orrore nazista per proteggere sua moglie Hilde, dentro le contraddizioni profonde insite nella società e nel costume americano. In tempi più recenti anche un altro grande tedesco esule e “sradicato” come Werner Herzog ha compiuto un itinerario simile, scandagliando con i suoi documentari (Into the Abyss, Death Row) i recessi più cupi dell’americanità.

Se Herzog sta concentrando la sua attenzione su aspetti come il rispetto dei diritti umani e la violenza giovanile, Sirk nel lontano 1950, sotto l’apparenza rassicurante e mainstream di un cinema di sentimenti, lacrime e passioni brucianti, ha innestato riflessioni di portata rivoluzionaria su integrazione, pregiudizio e uguaglianza.

In Douglas Sirk un esponente centrale del Nuovo Cinema Tedesco come Rainer Werner Fassbinder ha identificato la figura paterna capace di fare da ponte con un passato (di celluloide e non solo) sottoposto a violenti processi di rimozione ed emendazione collettiva. In una celebre dichiarazione d’amore nei confronti del cineasta di Amburgo, Fassbinder affermava: “il cinema di Douglas Sirk libera la mente”. Fermarsi alla superficie di questo straordinario testo audiovisivo significherebbe rinunciare a coglierne l’essenza più intima, osservando la splendida immagine incorniciata da uno specchio senza cercare di mettere a fuoco la forma e i contorni dell’oggetto riflesso.

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Storia dei Lego: i piccoli mattoncini sbarcano sul grande schermo

Non chiamateli “per bambini”. Ecco la frase che forse si addice maggiormente ai Lego, i mattoncini che hanno visto per la prima volta la luce il 28 gennaio 1958, grazie al genio danese Oleg Kirk Christiansen. Ciò che lui forse non si aspettava è la piega poi presa dalla sua creazione, che, da ottimo intrattenimento ludico didattico per l’infanzia, si è poi trasformato qualcosa di più serio, arrivando al collezionismo con set speciali (si pensi agli ultimi: per la prossima uscita nei cinema di Ninja Turtles, per i 25 anni di Ritorno al Futuro, un set speciale da collezione dei Simpsons e per il 30° anniversario dei Ghostbusters), passando per i videogiochi, e, negli ultimi anni, arrivando ai mediometraggi, spesso unendo i tre aspetti in una vera e propria evoluzione.

L’esempio più eclatante è senza dubbio Star Wars, una sorta di precursore o di apripista, per cui dal 1999 sono realizzato più di 125 set differenti, 60 veicoli e 80 minifigure, arrivando a portare alla luce anche la meravigliosa Morte Nera (400€ di spesa per 3803 mattoncini) e continuando tutt’oggi la produzione, vista l’imminente uscita di Star Wars: Episodio VII, per mano di J.J Abrams. E se poter montare personalmente il Millennium Falcon, far sfidare le minifigure di Luke Skywalker, Yoda e Darth Vader sembrava un sogno per gli appassionati, la vera svolta arriva nel 2005, quando l’accordo tra Lego, Lucas Arts e TT (Traveller’s Tales, che si occuperà anche di tutti i futuri prodotti videoludici Lego) permette di dare alla luce Lego Star Wars: Il Videogioco, seguito da altri 3 capitoli nel 2006 (Lego Star Wars II: La trilogia classica), 2007 (Lego Star Wars: La saga completa) e 2011 (Lego Star Wars III: The Clone Wars). Il successo di questi prodotti lo si doveva al mix di precisione nella ricostruzione degli ambienti, unito a una dose estrema di autoironia e di avventura, adatta ai più piccoli come difficoltà, ma con riferimenti che solo i più grandi possono capire. A coronamento di questo percorso è arrivata anche l’home video: sono infatti del 2011, La minaccia Padawan, e del 2013, L’Impero fallisce ancora e Le cronache di Yoda. Si tratta di corti di animazione di grandissima qualità, della durata di 30 minuti circa ciascuno, in cui vengono raccontate delle storie inedite, tra prequel e sequel dei celeberrimi 6 capitoli usciti sul grande schermo, in cui la componente comica e farsesca vince su tutto, e in cui, però, solo un conoscitore della saga originale può comprendere in pieno le potenzialità e la genialità dell’operazione.

 

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HUMBUG. Tra Edward Bloom e Phineas T. Barnum

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I wandered lonely as a cloud

That floats on high o’er vales and hills,

When all at once I saw a crowd,

A host of golden daffodils.

William Wordsworth

 

 

Edward Bloom è il Phineas T. Barnum dell’età contemporanea, dotato del potere più prezioso e raro che ci possa essere: costruire lo straordinario a partire dall’ordinario. Come il noto impresario circense, Bloom (di Joyciana memoria) prende la banalità brutta e sporca del nostro quotidiano e la rilegge, la reinventa, aggiunge e sottrae, cesella, affina, esagera: modella senza sforzi la superficie piatta in favola arzigogolata.

Barnum prendeva una scimmia impagliata, le cuciva la coda di un grosso pesce ed ecco a voi la Sirenetta, con cui incantava generazioni di spettatori ingenui, che volevano scioccamente solo sognare.

Un nano era trasformato in un bambino prodigio, due fratelli macrocefali nei mitici bambini aztechi, il pinhead William Henry Johnson nel selvaggio primitivo, anello di congiunzione tra l’uomo e la scimmia.

 

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Fargo, North Dakota: il labile confine tra demenza e orrore

Locandina FargoQUELLA CHE VEDRETE É UNA STORIA VERA – I fatti esposti nel film sono accaduti nel 1987 nel Minnesota. Su richiesta dei superstiti, sono stati usati dei nomi fittizi. Per rispettare le vittime tutto il resto è stato fedelmente riportato.

Seguito ideale (seppur climaticamente agli antipodi) di Blood Simple, Fargo è una lucida e agghiacciante riflessione sul male nascosto dietro un fittizio velo di quotidianità e semplicità. La provincia americana così fredda e asettica è specchio di una società che ha ormai passivamente accettato la violenza e l’amoralità; ed è proprio lì dove sembra che nulla fuori dall’ordinario possa succedere che si nascondo gli orrori più sconvolgenti e torbidi.

L’orrore del quotidiano provinciale viene osservato con sguardo ironico e distaccato, mentre l’umorismo nero e macabro dei due fratelli del Minnesota raggiunge nuove vette: esemplare in tal senso è una scena di lotta che vede coinvolto Carl Showalter, il personaggio interpretato da Steve Buscemi.

Nella suddetta scena viene inserita un’inquadratura in dettaglio di una gamba di Carl, che indossa pantaloni color beige e un calzino bianco. Ad una visione superficiale quell’inquadratura sembra assolutamente fuori contesto, ellittica e inutile, ma più avanti nel film rivedremo quello stesso dettaglio della gamba con i pantaloni beige e il calzino bianco e in tal modo sapremo che la gamba che Gaer Grimsrud (Peter Stormare) sta inserendo nel trituratore del legno è proprio quella del suo complice. Attraverso un semplice dettaglio i Coen hanno voluto anticipare e sottolineare con ironia la terribile sorte che spetta al personaggio di Carl.

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Riflessioni di uno spettatore sulle sale contemporanee

visioni 1In quest’ultimo periodo sono riuscito a ottenere un notevole incremento di tempo libero che ho dedicato alla visione di diversi film: sciagura alla quale ogni cinefilo, o meglio cinemaniaco, è sottoposto.

Le visioni però si sono presentate sotto diverse forme e tutto ciò mi ha stimolato a buttare giù due righe in fare scherzoso che in qualche modo raccontassero le diverse tipologie di proiezione in cui sono incappato. Di seguito il mio resoconto:

 

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Il vampirismo come dipendenza dal Male: “The Addiction” di Abel Ferrara

locandina-the-addiction“La dipendenza ha una duplice natura: da un lato soddisfa lo stimolo che scaturisce dal male ma, dall’altro, ottunde la percezione. L’esistenza diventa ricerca di sollievo dal vizio e il vizio è l’unico sollievo che possiamo trovare.”

Il vampirismo, “piaga” letteraria del XIX e XX secolo.

Oscura e affascinante, tanto da essere sfruttata, cinematograficamente, in ogni sua forma.

Nel corso degli anni la figura del non-morto si è evoluta (involuta, direbbero molti), passando da notturne e puntute sagome ammantate ad affascinanti (anti)eroi in odore di superomismo, fino ad arrivare alle etiche, vegetariane e brillanti creature twilightiane della Meyer.

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Sedare, non sedurre. L’identità ambigua del vampiro in “Martin” di George A. Romero

1976: Martin | ilgiornodeglizombi

di Camilla Maccaferri

Things only seem to magic. There’s no real magic. There’s no real magic ever.

Martin

Il mostro, il mostro umano, il replicante, l’alieno, l’ultracorpo: figure topiche dell’horror e della fantascienza, che si legano spesso a un mistero identitario. Chi o che cos’è che realmente dobbiamo temere? Dove sta veramente l’Alterità della minaccia? Si tratta di un essere umano, di un robot, di un alieno?

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Forme di vampirismo in età post-moderna: il Dracula di Guy Maddin

        «Se non avessi convinzioni intellettuali, se cercassi soltanto di ricordare il passato e di duplicare con questi ricordi l’esperienza, non mi prenderei, malato come sono, la briga di scrivere»

 

Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto

 

 

Dracula-1«Se amate il cinema fino al profondo della vostra immaginazione, dovrete fare l’esperienza di un film di Guy Maddin. Se non lo avete mai sentito nominare, non mi sorprende. Adesso lo avete sentito. Un nuovo film di Maddin non arriverà in tutti i multisala, in tutte le città o in tutti gli stati. Se sentite che verrà proiettato un suo film, segnatevi il giorno. O cercate i posti dove si possano trovare film oscuri. Vi tufferete nella mente di un uomo che pensa attraverso le immagini di vecchi film muti, di disonorevoli documentari, film che non sono mai nati, da ere che vanno oltre la comprensione umana. La sua immaginazione si libera dalle scandalose possibilità del banale. Egli riscrive la storia; quando questa viene a mancare, egli la crea»: Roger Ebert, grande critico statunitense da poco scomparso, parlava così del talento di Guy Maddin, autore canadese che ha sempre tentato di ricreare per il pubblico odierno l’esperienza meravigliosa del cinema delle origini, utilizzando forme linguistiche presenti negli anni del muto e quasi mai più riprese da altri cineasti.

Uno dei suoi film fondamentali, in questo senso e non solo, è indubbiamente Dracula: Pages From a Virgin’s Diary (id., 2002), curiosa pellicola che riprende il mito del celebre conte vampiro.

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FUMMO GATTOPARDI

L'OPERA AL CINEMA: Il Gattopardo

Dopo il realismo con echi noir e metropolitani di Rocco e i suoi fratelli, e dopo le anomale dinamiche coniugali dell’episodio de Il lavoro all’interno di Boccaccio ’70, nella filmografia di Luchino Visconti avanza Il Gattopardo. Trasposizione inevitabile di un best-seller dell’epoca il cui successo, in quei primi anni Sessanta, era sopravvissuto purtroppo anche alla morte del suo autore, quel Giuseppe Tomasi di Lampedusa che non avrebbe mai goduto del trionfo della sua opera, in quanto morto prima della pubblicazione (per i tipi di Feltrinelli dopo il rifiuto di Elio Vittorini, che ritenendolo «troppo vecchio» per la collana I Gettoni di Einaudi lo consigliò ad altre case editrici).

Il Gattopardo aveva permesso a Tomasi di Lampedusa di ispirarsi alla figura del suo bisnonno, il principe Giulio Fabrizio Tomasi di Lampedusa, per generare un bestiario di vezzi, vanità e solitudine di una certa Sicilia – quella degli aristocratici e quella degli arricchiti, della nuova borghesia – all’alba della costituzione del Regno d’Italia. Non c’è più la speranza, da parte dei protagonisti dell’opera, di migliorarsi, ma di accettare il cambiamento con la consapevolezza dell’avvento di inediti dolori – ed è poco, ché sul romanzo di Tomasi di Lampedusa si potrebbero scrivere pagine, pagine e pagine di riflessioni.

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Sleepy Hollow: la leggenda che ha ispirato Disney, diventata un capolavoro di Tim Burton

Locandina Sleepy“In seno ad una di quelle vaste anse che segnano la riva orientale dell’Hudson, dove il fiume si espande in quel vasto specchio d’acqua che gli antichi navigatori olandesi chiamarono il Tappaan Zee, e dove essi sempre ammainavano prudentemente le vele e si raccomandavano alla protezione di San Nicola, sorge una cittadina…” (Incipit a Sleepy Hollow, Washington Irwing, 1819)

 

Ci sono storie che entrano facilmente nel mito, nell’immaginario comune, tramutandosi anche in ciò che non sono, quasi fossero fiabe che si trasformano grazie all’incessante passaparola di chi le ama e desidera tramandarle. Intorno a queste storie si forma una sorta di aura di intoccabilità, quasi ammirazione idealizzante che rischia di scontrarsi poi con la realtà dei fatti: è il caso di La leggenda della valle addormentata, meglio conosciuta come Sleepy Hollow, racconto breve di Washington Irwing divenuto in poco tempo leggenda. Non è un caso, infatti, che sin dagli albori del cinema – The Legend of Sleepy Hollow è del 1908, seguito da un film omonimo nel 1912 – ci sia stato un enorme interesse per questa storia, che ha raggiunto l’apice con la trasposizione cinematografica di Tim Burton, Il mistero di Sleepy Hollow, del 1999, con Johnny Depp nei panni di Ichabod Crane e Christina Ricci come Kathrina Van Tassel. Il lavoro che Burton ha svolto sull’opera è straordinario, tanto da portare anche lo scenografo Rich Heinrichs alla conquista del premio oscar, ma procedendo con ordine è giusto partire dall’animazione, che, grazie ad un film Disney del 1949, per prima ha contribuito a divulgare tra i più piccoli il racconto di Irwing.

 

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La portai al fiume, credendo fosse ragazza, e invece era Serafino Gubbio, operatore

BlancanievesNegli anni avventurosi, eccitanti, della Residencia (studentato madrileno) un imberbe, ma già ruvido, Buñuel, pur adorandolo come amico, non sopportava le poesie di Federico Garcia Lorca, che considerava, didascaliche, “spagnole” ai limiti del folclore. Il comune amico Dalì costringeva il futuro papà di Viridiana ad assistere ai “reading” che il giovane Lorca improvvisava, con la sua calda, bellissima, voce baritonale. Ma appena le sue labbra si serravano in attesa dell’applauso, Buñuel, implacabile, esclamava: “Federico, es una mierda”…

Ora, con l’immaginifico Blancanieves– per una fumisteria degna di Méliès (quindi del Cinema) partendo dalla Goticissima Foresta Nera dei fratelli Grimm – Pablo Berger compie un miracolo: coreografare un immaginifico “paso doble” fra la Spagna “mistica, vertiginosa, commestibile” di Federico Garcia Lorca (per dirla con il coevo Dalì) con la frenetica Spagna surrealista di Don Luis, svezzata a colpi di “humor negro” ed occhi di gallina (ma pur sempre “selvaggi”).

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TIM BURTON’S NIGHTMARE BEFORE CHRISTMAS: 20 anni dopo il Re delle Zucche è sempre Jack

 ‘Twas a long time ago,
Longer now than it seems
in a place that perhaps
you’ve seen in your dreams
For the story that you are about to be told
began with the holiday worlds of old
Now, you’ve probably wondered
where holidays come from.
If you haven’t I’d say
it’s time you begun.
For the holidays are the result of much fuss
and hard work from the worlds that create them us
Well you see now, quite simply
that’s all that they do,
making one unique holiday
especially for you
But once, a calamity ever so great
occured when two holidays met by mistake

 

 

E una porta a forma di zucca si apriva, portandoci per la prima volta in mezzo a fantasmi, streghe e mostri danzanti, spaventosi, ma allo stesso tempo affascinanti, rapendo i nostri occhi, prima del nostro cuore. Questo l’incipit – già di per sé da manuale di cinema – del film che ha cambiato la storia dell’animazione stop motion, che fino ad allora si credeva morta dai tempi di Ray Harryhausen, da molti consideratone l’inventore e padre. Tim Burton, che di Harryhausen è grande estimatore sin dall’infanzia, decide di realizzare finalmente un film interamente con questa complessissima tecnica d’animazione, fino a quel momento utilizzata solo per un cortometraggio, Vincent, nel 1982, quando ancora era animatore alla Disney.

 

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La persistenza di un’ossessione: Vertigo e l’immortalità di un capolavoro

Locandina VertigoIntroduzione: “A matter of life and death”

 

In un saggio pubblicato nel 2012 lo storico Ben Alpers si è interrogato sulla differente collocazione, nell’immaginario di massa della cultura occidentale, di due grandi cineasti inglesi: Michael Powell ed Alfred Hitchcock. Al netto di due percorsi artistici e biografici che in diversi momenti si sono reciprocamente somigliati, e senza tentare di stilare impensabili graduatorie di merito o valore, la conclusione evidenziata dallo storico è stata che l’opera di Alfred Hitchcock, per una complessa combinazione di ragioni, rispetto a quella di Powell ha beneficiato di una diffusione di massa decisamente più vasta, arrivando a toccare strati di pubblico spesso anche molto lontani da una assidua frequentazione cinematografica. Il cinema di Alfred Hitchcock, con gli anni, ha acquisito le caratteristiche di un fenomeno unico nel suo genere: alcuni film della sua filmografia sono diventati parte talmente integrante della memoria collettiva da diventare patrimonio acquisito, o condiviso, anche per persone che mai hanno avuto la possibilità di vederli. Lo stile del maestro londinese è così diventato un marchio riconoscibile per intere generazioni, che hanno continuato ad associarlo ad un ben definito apparato di immagini, suoni, personaggi ed atmosfere. All’interno della sua ricchissima produzione sono tre i film che più di altri, nella percezione diffusa, hanno contribuito a definire il paradigma hitchcockiano per eccellenza: Psycho (1960), Gli uccelli (1963) e La donna che visse due volte. Tra questi, l’ultimo rappresenta per molti critici ed appassionati la vetta più alta e la sintesi più completa di tutto il cinema hitchcockiano. Come accade solo per i grandi capolavori, Vertigo è il frutto di una miracolosa e irripetibile coincidenza di situazioni, che nel 1958 concedevano al maestro londinese di girare il suo film più personale, nel momento di massima ispirazione artistica e con il più ampio controllo possibile su un sistema degli Studios ancora in grado di concedere grande libertà ai suoi autori.

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ADAM RESURRECTED di Paul Schrader (2008)

Adam ResurrectedAdam Steiner è un ebreo sopravvissuto ai campi di sterminio. Essendo un clown e un artista straordinario, si salva grazie alla perversione di uno degli aguzzini che per il suo divertimento lo costringe a vivere come fosse un cane. Alla fine della guerra Adam ha perso tutto, la sua famiglia e se stesso. Ed è così che noi lo ritroviamo nel 1961, da dove il film ha inizio: solo, internato per l’ennesima volta in una clinica israeliana per le patologie mentali che cura nello specifico i sopravvissuti. In quel luogo dove cerca di dimenticare di essere stato cane farà un incontro che lo costringerà a ricordare e imparare/insegnare a essere di nuovo umano.

Il film è bello per moltissimi motivi, ma il tratto che più colpisce è la maestria con cui il regista gestisce la complessità della storia, e della Storia, nella particolare relazione che lega il film stesso, come oggetto artistico-narrativo, al percorso intrapreso dallo stesso protagonista per elaborare quella che è la sua Storia.

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BLOCK-NOTES DI UNO SPALATORE DI NUBI

Strane figure nascono talvolta al momento del sonno e scompaiono.

Se apro gli occhi compaiono fosforescenti fioriture e

Appassiscono e rinascono come carnosi fuochi d’artificio.

(Robert Desnos)

Federico FelliniC’è chi sogna il proprio esame di maturità, solitamente come incubo lovecraftiano, chi di precipitare nel vuoto; io ho l’abitudine di sognare Federico Fellini, e questo sin dall’anno della sua morte. Col mio Maestro (così lo chiamo nella mia vita onirica) abbiamo raccolto pioppini dopo una tempesta, siamo stati a vedere Inception, s’è mangiato al Gambero Rosso senza il Gatto e la Volpe… Una volta eravamo davanti alla facciata della sontuosa cattedrale gotica costruita per l’incipit del G. Mastorna; sedevamo dinanzi a quel bidimensionale titano di cartapesta; all’improvviso Fellini faceva un gesto con la mano, come per acchiappare qualcosa nel vuoto.

Mi porgeva il pugno ben chiuso dicendomi: “Cosa ho preso?”; “Niente…”, replicavo. “Lo dici te”, rispondeva il Maestro con un accenno di sorriso… Ora però già so che la prossima volta in cui Fellini mi comparirà in sogno, vedrò il Maestro riminese piangere sincere lacrime. L’amico Ettore Scola gli ha fatto un regalo bello, commovente, orgogliosamente imperfetto, come i primi bozzetti mostrati all’eroico Vito De Bellis, il direttore del “Marc’Aurelio”, ma indubbiamente vergato con la piuma d’oca di un Poeta. E la Critica, in particolar modo la “Web-Critica” ha sentito il dovere di dissezionarlo sul tavolo operatorio del Recensore.

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La Dolce Morte

La Dolce MorteIl più grande film che non sia mai riuscito a veder la luce, il felliniano G. Mastorna, ha avuto una genesi costellata di sogni rivelatori, di oscuri segnali di morte. E questo fin da quando il Riminese, grande esperto di viaggi nell’Aldilà, ancora doveva dar forma a questa macabra fantasia dal sentore testamentario. Nella primavera del 1965 Dino Buzzati riceve una telefonata di Fellini, di passaggio a Milano, desideroso di incontrarlo. I due non si conoscevano ma il Grande Mistificatore non celava una passione per lo scrittore risalente al 1938 quando scoprì Lo strano viaggio di Domenico Molo, un romanzo breve in cui un ragazzino muore e finisce nel Regno dell’Attesa, col suo triste rosario di processi e condanne. Ed è fuori di dubbio che l’ispirazione per ciò che è (o avrebbe potuto essere? O sarà?) il Mastorna nasce da qui. I due decidono di incontrarsi in un ristorante famoso per il pesce. La serata sarà dominata dalla presenza di Domenico Molo e dalla quasi tangibile voglia di un Fellini gesticolante ed entusiasta di trarne un film… Ma ecco il primo segnale iettatorio: nella nottata sia la giovanissima Almerina, moglie di Buzzati, che il regista vengon ricoverati per una intossicazione alimentare… Nonostante questo inizio di percorso accidentato (e Fellini, come è noto, era superstiziosissimo) nasce una stagione di simbiosi, come ci ricorda Tullio Kezich: “L’affettuosa simbiosi artistica fra Buzzati e Fellini si prolunga per un anno e più, con telefonate pressochè quotidiane: l’abitudine del regista di chiamare la mattina molto presto sconvolge la vita della coppia milanese, abituata a far tardi la sera. Dai discorsi sul film ne nascono altri, spesso legati al mondo della magia e della metapsichica”. Buzzati è infatti impegnato in una indagine per Il Corriere intitolata In cerca dell’Italia misteriosa, per la quale trova la totale complicità di Fellini che ama circondarsi, al pari di un principe rinascimentale, di maghi, veggenti, medium. E qui entra in campo il secondo segnale, questa volta veramente iettatorio, anche se svelato dal timido sorriso fanciullesco di Pasqualina Pezzolla, una vecchina di Porto Civitanova Marche, che aveva fama di grande veggente: Buzzati, in quel salottino irto di immagini sacre, accettò di fare da cavia, ma quel donnino si ritrasse e, con grande imbarazzo, prese in disparte Federico pregandolo: “stia vicino al suo amico che certo non stava bene”. Buzzati, infatti, era già in cura per la terribile malattia che lo avrebbe sconfitto nel gennaio del 1972.

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Kick-Ass, dal fumetto al film

Fumetto Kick Ass HitGirlIn un panorama cinematografico/editoriale ricco di supereroi, ci sono alcuni casi che sfuggono l’inflazione, che restano affascinanti perché indipendenti, coraggiosi, senza alcun timore di rischiare di esagerare o di uscire dagli schemi predefiniti. È questo il caso di un fumetto del 2008, che in Italia è – colpevolmente? – arrivato solo nel 2010 a seguito dell’incredibile successo, frutto del passaparola, della sua trasposizione cinematografica. Kick Ass, di Mark Millar e John Romita Jr – disegnatore, tra gli altri, di alcuni episodi di Spiderman, Devil, Thor, Iron Man e Punisher – è infatti un’opera che, a modo suo, risulta unica nel contesto in cui è inserita, dove ormai i supereroi sembrano riprodotti con lo stampino, in modo seriale, senza alcuna evidente novità e dove, almeno sulla carta stampata, solo i grandi classici sembrano salvarsi dalla deriva culturale e dalla mancanza di idee nuove cui ci si sta dirigendo.

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Appuntamenti mancati con la Madonna

Cannes-2013-La-grande-bellezza-3-clip-dal-festival-e-nuove-foto-10-620x350Nel Valhalla dei Registi (sì, c’è, ma non vi svelerò mai le vette di quale pianeta domina) è un giorno importante assai, perché nella sala più bella (del resto, nel Valhalla, ogni saletta è serra esotica e galleria degli specchi al tempo stesso) hanno proiettato La Grande Bellezza ai registi italiani. Ma proprio tutti, eh. O almeno quelli che han trovato, esalato il sospiro estremo, la bellissima Brunilde sul proprio destriero. Ora la proiezione si è conclusa: migliaia di candele si riaccendono come per magia (ma perché parlar di magia in un luogo che già di per sé è umbratile Mito sognante?) e ci è possibile veder le reazioni dei Nostri Eroi: c’è chi se ne è andato a metà (Rossellini), c’è chi russa scompostamente sul proprio Trono (Carmelo Bene); ma i più sono lì, silenti e meditabondi, fino a quando una vocina spezza quelle nebbie metafisiche: “Oi, a me è piaciuto”, dice Fellini, a cui sembra (ma forse è solo colpa delle sigarette divorate un po’ da tutti) che una lacrima gli solchi la guancia. Gli fa eco, in uno sbuffo di fumo, dal suo Trono, il conte Luchino Visconti di Modrone: “Ma era ovvio!- poi, smuovendo le nebbie con un plateale gesto della mano- c’est tout très “fellinien”! E la nana, e la magia della giraffa, e la Roma da Basso Impero…”; “Che due maroni, Luchino”, sbuffa l’amico: “Te devi ancora vendicarti di quando definii, quello lì, come si chiama, quello di Io sono l’amore, Il Visconti Dimezzato…”.

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Chi ha incastrato Roger Rabbit? compie 25 anni!

1363528489 chi20ha20incastrato20roger20rabbit20-02-Il suo ultimo film, Flight, uscito nelle sale lo scorso inverno, ha lasciato senza dubbio un senso di malinconia in chi ha ricordo del Robert Zemeckis touch, capace di dare vita ad opere grandiose, entrate nell’immaginario comune con la delicatezza prorompente dei capolavori, del calibro di Forrest Gump, Ritorno al Futuro o… Chi ha incastrato Roger Rabbit?, che quest’anno compie il suo primo quarto di secolo. 25 anni, eppure a rivederlo oggi possiede ancora una modernità e uno sguardo così innovativo che si potrebbe quasi pensare che sia un prodotto dei nostri giorni. La storia di un detective alcolizzato e depresso (Bob Hoskins) che si rifiuta di lavorare per i cartoni animati dopo che uno di loro ha assassinato suo fratello, prende una piega improvvisamente diversa quando si imbatte nel coniglio Roger, cercando di salvare cartoonia dalle mani del perfido giudice Morton (Christopher LLoyd). Una trama da noir, con tutti i leitmotiv del genere – mistero, proibizionismo, interessi, una femme fatale molto particolare e proprompente (Jessica Rabbit) – ma con la spensieratezza e le risate che solo i cartoni animati sanno regalare, benché questo sia uno degli esempi più eclatanti di come non siano solo una faccenda per bambini.

 

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LA DOLCE BELLEZZA

la grande bellezza stillL’acceso dibattito scatenato da La grande bellezza di Paolo Sorrentino è stato un segnale importante non solo per il cinema italiano, ma anche per coloro che quotidianamente ne scrivono. Nella giungla di commenti, recensioni e articoli di approfondimento, alcuni più di altri hanno saputo riassumere le sensazioni che ho provato non appena le luci si sono riaccese in sala. La proiezione di una pellicola tanto attesa non poteva lasciarmi indifferente, ciò nonostante esprimere un mio giudizio netto e sintetico è apparso da subito impossibile. Stordito ed emozionato ho perciò letto compulsivamente qualsiasi parola venisse scritta sul film di Sorrentino appuntato sull’agenda le parti che ritenevo particolarmente argute. Sul foglio come per magia è apparsa questa recensione pastiche:

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Dal fumetto al grande schermo: storia dei supereroi al cinema

poster-italiano-l-uomo-d-acciaioOrmai bisogna farci i conti, è inutile negarlo o pensare che siano solo episodi passeggeri: i supereroi al cinema sono diventati un genere a stante, rischioso (chiedete ai fan di Spiderman e Batman dopo che hanno avuto a che fare con Mark Webb e Joel Schumacher), ma anche affascinante, che nel tempo ha saputo regalare anche dei capolavori. Per trovare il primo film sui supereroi bisogna tornare al 1978 (il Batman con Adam West, del 1966, è infatti più considerabile come una sintesi della serie tv, più che un vero e proprio film), quando Richard Donner portò sul grande schermo il primo Superman – che vedeva Gene Hackman nel ruolo di Lex Luthor e Christopher Reeve nei panni di Clark Kent – cui poi seguirono Superman II (1980) e Superman III (1983). Il supereroe, creato nel 1938 da Jerry Siegel e Joe Schuster per la DC Comics, ha da sempre il pregio/difetto della perfezione, una sorta di patina buonista e impeccabile che, se da un lato desta ammirazione, dall’altro rende difficile qualsiasi tipo di immedesimazione. Il primo film, comunque resta di ottima fattura, con effetti speciali premiati con un Oscar e grazie anche a una colonna sonora inconfondibile, creata dal grandissimo John Williams, il celeberrimo compositore dei film di Steven Spielberg.

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UP o la conquista dello spazio

“Visibilità? Illimitata”

Ellie in Up

 

“Un uomo è vecchio solo quando i rimpianti, in lui, superano i sogni”

A. Einstein

Verrebbe da chiedersi che cosa vedono Carl ed Ellie bambini quando scrutano l’orizzonte a occhi stretti dalla finestra della loro casa-dirigibile. Prendendo proditoriamente in considerazione il punto di vista di un personaggio digitale, è lecito pensare che il suo sguardo finisca per infrangersi sulla superficie liscia e cristallina dell’immagine, senza poter superare il rettangolo in cui ogni forma cinematografica è incastonata: il campo.

Al contrario, alla base di ogni logica visuale del cinema “dal vero” bisogna ammettere l’esistenza di un fuoricampo che ne definisca i limiti concettuali prima ancora che spaziali. L’assenza di fuoricampo sembra essere una delle caratteristiche proprie del cinema d’animazione. Almeno fino a ora.

Up (USA, 2009) di Pete Docter è uno dei capolavori della Pixar che genera un nuovo pensiero dell’immagine digitale. Il film è capace di donare all’animazione l’incanto del fuoricampo attraverso un costante lavorio di svuotamento del campo stesso, che, con intensità crescente, si porta in alto sino alla sua metaforica cancellazione.

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THE STORY OF FILM: AN ODISSEY di Mark Cousins – II parte

Gli anni ’70 hanno rappresentato una nuova Età dell’Oro per la settima arte. Mark Cousins sceglie di raccontarli mettendo a fuoco due differenti tagli prospettici: quello degli autori emergenti, in America e nel resto del mondo, e quello dell’industria cinematografica, rinnovata grazie al decisivo apporto creativo di alcuni grandi registi. Nel primo gruppo Cousins inserisce tra gli americani nomi fondamentali come quelli di Altman, Coppola, Scorsese, Allen, Peckinpah e Malick e tra gli europei i tedeschi Fassbinder e Wenders, l’inglese Ken Russell, il curdo Yilmaz Guney e il cileno Jodorowsky. Nel secondo gruppo, quello dei registi main-stream o “di massa” Cousins colloca gli orientali John Woo e Tsui Ark e gli americani Spielberg, Friedkin e Lucas, autori rispettivamente di tre pellicole considerate da Cousins cruciali per il cinema di quegli anni: Lo squalo, L’esorcista e Guerre Stellari: Una nuova speranza. Il taglio delle scelte che Cousins compie, invece, per raccontare il decennio successivo, quello degli anni ’80, è più marcatamente politico.

La sua attenzione si concentra sui quei cineasti che, in giro per il mondo, hanno dato voce a proteste e istanze sociali negli anni dell’edonismo reaganiano e del tatcherismo imperante: il cinese Zhang Yimou, l’americano Spike Lee, lo spagnolo Almodovar e gli inglesi Stephen Frears, Terence Davies e Peter Greenaway. Non può infine non destare grande curiosità tra i cinefili la direzione che le scelte del documentario di Cousins impongono al racconto dei 20 anni di cinema a noi più vicini. L’evento cruciale, autentico spartiacque tra un prima e un dopo, è l’avvento del digitale, e la conseguente transitoria perdita di consistenza e distanza dalla “realtà” che, come una vertigine, sembra aver accompagnato l’introduzione di questa fondamentale novità.

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VEDO PAPERINO CROCIFISSO AI CONFINI DELL’UNIVERSO

Quella carogna dalle ali spiegate era la carogna d’un Dio; senza aureola, senza nimbo, semplicemente cinto da quella grottesca corona arruffata, impreziosita solo da stille di sangue, Gesù appariva nella sua celeste Superessenza, tra la Vergine schiantata, ebbra di pianto, e il San Giovanni i cui occhi calcinati non riuscivano più a effondere lacrime” (Joris-Karl Huysmans da “Nell’Abisso”)

Roman Polanski- Devi assolutamente tornare a Disneyland!”; Federico Fellini- Cosa c’è di nuovo?; Roman Polanski- Dei pirati, mi pare…Ci sono andato tre o quattro volte, ma ero troppo sballato per ricordarmi qualcosa…” (da “Ciao, Federico!” di Gideon Bachman)

 

Stigma Diaboli

 

E Dio, annoiandosi, da un costola di tungsteno, creò i fratelli Lumière che, dietro sue indicazioni, inventarono il Cinema. Ma Dio non si aspettava di annoiarsi ulteriormente nel vedere treni in stazioni ed operai all’uscita dalla fabbrica.Quindi, non senza rimorsi, Dio telefonò a Lucifero, ci cui, manco al suo psicanalista, confidava l’invidia l’esibita Bellezza. E Dio disse: “Mi sto annoiando”. Lucifero sputò un ossicino, rise, e disse: “Anche io. Ma ho delle idee”. Dio replicò: “Di te non mi fido, ma ascolto, senza proferir parola”. E Lucifero disse: “Non ti tedierò più di tanto: ma prima devo chiederti di inventarmi almeno un paio di teste di rotolanti, una nave spaziale e la cartapesta”, e Dio disse: “Consideralo fatto. Ma di te continuo a non fidarmi”. E Lucifero rispose: “Io ti dico solo due parole: Georges Méliès. Ma poi a regnare sarà il Caos.” E Dio chiuse la telefonata dicendo: “Io non ne so niente. E spero che il tuo telefono non sia intercettato”.

 

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THE STORY OF FILM: AN ODYSSEY di Mark Cousins – I PARTE

Pochissimi, coraggiosi cineasti hanno tentato di racchiudere l’intera storia del cinema in un film. Ci hanno provato, nel corso degli ultimi anni, due autori che con le loro opere hanno segnato profondamente l’evoluzione stilistica del “testo” audiovisivo: Godard con le sue Histoire(s) du Cinema e Scorsese con i Viaggi nel cinema americano e italiano. Due soggettive, due sguardi che rivendicano la loro piena parzialità nello scegliere, assemblare, scomporre e ricomporre frammenti di storia del cinema secondo personalissime visioni del mezzo cinematografico. Mai nessuno aveva tentato di raccordare l’intero percorso evolutivo della settima arte dentro i confini di una narrazione documentaria che coniugasse completezza (storica, ma anche geografica), competenza e passione. Ci ha provato Mark Cousins, critico e documentarista irlandese, con la sua monumentale Story of film: an Odyssey, presentata a Toronto, Telluride e Berlino nel 2012. 15 ore di film e 7 anni di lavorazione per raccontare 120 anni di storia del cinema.

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Il mondo nel mondo. La limousine in Cosmopolis, Holy Motors e Wrong

 Il 2012 è stato l’“anno della limousine”. Sembrerà assurdo, ma è così. Al cinema, le immagini di questo lungo veicolo non hanno fatto altro che sfilare davanti ai nostri occhi. È mera casualità, coincidenza, o è l’espressione, magari anche inconscia, di qualcosa di più profondo, ancorato e radicato nel nostro essere? Perché in tre film diversi come Cosmopolis di Cronenberg, Holy Motors di Carax e Wrong di Dupieux, la limousine funge da perno nella loro narrazione e nella loro estetica?

 

Si consideri, per iniziare, quanto scritto dai Cahiers n°678 di giugno 2012 da Vincent Malousa [t.d.a]: “Una delle questioni che ossessionano lo spirito tormentato di Eric Packer in Cosmopolis – dove si recano a dormire le limousine la notte? – trova una risposta letterale nel finale di Holy Motors, nel quale scopriamo una folla immobile di limousine parcheggiate e intente a conversare con complicità in un parcheggio, mentre fuori la città è addormentata. Al di là di ciò […] le limousine […] si legano fra di loro a un altro livello. I due personaggi [Eric Packer e Monsieur Oscar] lavorano nell’alta finanza (almeno la prima incarnazione di Monsieur Oscar) e il primo come il secondo rappresentano l’immagine di un capitalismo apprezzato in dolcezza, ovattato e insonorizzato in un salotto in movimento. La semplice giornata lavorativa serve da quadro temporale ai due film; soprattutto, nell’uno come nell’altro, i personaggi scorrono verso il nulla e la morte […]. Nei due casi, la limousine non è solamente un ritornello: produce delle forme e scrive la sceneggiatura.”


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WATCHMEN: ADATTAMENTO O REMAKE?

Riflessioni sul concetto di adattamento hanno coinvolto gli studi sul cinema fin quasi dalle sue origini. Se prendiamo l’importante libro di André Gaudreault sull’argomento[1], ci accorgiamo che i testi che hanno trattato il tema dell’adattamento sono più di centocinquanta, dimostrando così come la teoria del cinema abbia, fra i suoi percorsi di studi privilegiati proprio l’adattamento e, più in generale, il rapporto fra testi. Leggi tutto

Don Chisciotte a New York: convergenze tra “Un uomo da marciapiede” e il capolavoro di Cervantes

A colui che cerca l’impossibile, è giusto che sia negato anche il possibile

 

Miguel de Cervantes

 

 

 Due uomini camminano fianco a fianco per le strade di un paesaggio desolato. Uno è alto e prestante, indossa i panni dell’eroe senza macchia e paura e ha un incedere sicuro, petto in fuori e pancia in dentro, passo scanzonato e sorriso a trentadue splendidi denti. L’altro è piccolo e sporco, pavido e sospettoso come chi non si fida di se stesso, prima che degli altri, e traballa sghembo sulle sue gambe storpie.

Sono in cerca di avventure fantastiche, di ricchezze immaginate, di un riscatto edenico e definitivo, di un luogo dove dare finalmente forma ai propri sogni. Il primo uomo, quello alto, vagheggia di un amore perduto, di una donna angelicata e demoniaca a un tempo, i cui sussurri appassionati permeano i suoi ricordi sfocati e riscritti come una ragnatela d’argento.

Una classica coppia humpsy bumpsy, contrapposti prima di tutto fisicamente e poi, impareremo, nel temperamento e nell’atteggiamento verso la vita. Don Quijote e Sancho Panza. Oppure John Buck (Jon Voight) ed Enrico Salvatore Rizzo (Dustin Hoffman), detto “Sozzo”, in Un uomo da marciapiede di John Schlesinger (1968).

Le differenze sono sottili: poco importa che alla desolazione desertica della Mancha assolata si sostituisca la solitudine assoluta ed ermetica della Grande Mela quasi al culmine della propria marcescenza (che ora, a furia di riqualificazioni e operazioni di pulizia di dubbia moralità, sembra lontana. Ma che tra i Sessanta e i Novanta l’aveva resa una delle città meno ospitali e più pericolose d’America).

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Il fenomeno JAMES BOND, 50 anni di un mito

 

JamesBondIan Fleming dà vita al personaggio di James Bond nel 1952 con il romanzo Casinò Royale, a cui fa seguire, con cadenza quasi annuale, una decina di altri romanzi fino al 1964, anno della prematura morte dell’autore stesso.

Il folgorante esordio sul grande schermo è invece del 1962 e, dopo cinquant’anni esatti dalla prima apparizione, la saga di 007 è giunta ora al ventitreesimo episodio, la cui trama è ancora top-secret: è certo, comunque, che Skyfall uscirà nelle sale il 9 Novembre 2012.

La popolarità su vasta scala di James Bond è sicuramente merito del cinema che, nella prima metà degli anni ’60, lo consacra a vero e proprio fenomeno culturale. Nel corso degli anni, l’hanno interpretato sei attori diversi, ognuno dei quali è riuscito a mettere in evidenza un particolare aspetto della personalità del personaggio. Al servizio segreto di Sua Maestà si sono alternati nell’ordine: Sean Connery, George Lazenby, Roger Moore, Timothy Dalton, Pierce Brosnan ed infine Daniel Craig. I film dell’ era Craig, attraverso l’espediente, peraltro abbondantemente sfruttato anche in altre saghe, di proporre la genesi del personaggio, ci mostrano un James Bond dal grilletto facile, la cui esuberante violenza è solo in parte ammorbidita da un fosco romanticismo di fondo.

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Eccezione Tognazzi. Stile della recitazione nella Vita agra

 La figura attoriale di Ugo Tognazzi è stata negli anni sottovalutata all’interno degli studi sulla recitazione, nonché abbondantemente diluita nella schiera di grandi attori che tra gli anni ’50 e gli anni ’60 s’incarica di rappresentare le caratteristiche degli italiani del boom e del post-boom.

Sarebbe invece interessante lavorare sull’eccezione Tognazzi – pur non isolandola dal gruppo formato almeno da Gassman, Manfredi, Sordi e Mastroianni –, studiando non solo le modalità d’impiego di una recitazione peculiare, ma anche analizzando le caratteristiche dei ruoli per cui l’attore cremonese è scelto, e le loro modalità di rappresentazione.

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