Saint Omer: La Medea naufragata

di Giulia Pugliese

NB: Questo pezzo è risultato vincitore al Concorso per giovani critici dedicato a Marco Valerio al Longtake Film Festival 2023, nella categoria over 30

Io e mia madre abbiamo sempre avuto un rapporto conflittuale, non ci siamo mai capite, la vita adulta ci ha allontanate e il contrasto è diminuito.

Saint Omer è un film che parla di un tabù, l’infanticidio e che cosa significa essere una madre tra due culture, quella africana che vede il ruolo della donna solo come madre e quella occidentale, basata sulla realizzazione lavorativa dell’individuo. È un film su un doppio: la protagonista Rama, una francese di seconda generazione, scrittrice, per il suo libro segue il processo di Laurence Coly, una donna senegalese immigrata in Francia che ha ucciso la figlia di 15 mesi. La donna, per diverse motivazioni si riconosce nell’indiziata. Laurence è pazza, è cattiva, è posseduta?

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Sussurri e grida, di Ingmar Bergman

Su Prime Premium

A cura di Francesco Pozzo

Verrebbe da chiedersi: ma coloro che idolatrano la bieca pornografia del dolore che è Vortex di Gaspar Noé, o – peggio – il The Whale di Darren Aronofsky, avranno mai visto Sussurri e grida del maestro Ingmar Bergman? Un film che potrebbe aver girato Dio, se Dio esistesse o fosse esistito (o forse Dio era Ingmar Bergman, semplicemente: avrebbe molto più senso), oltre che la prova concreta e tangibile che ogni grande cineasta fa un unico film per tutta la vita con qualche sottile variazione sul tema: un concetto che allo svedese si applica millimetricamente: dal Posto delle fragole a questo, dal Flauto magico a Luci d’inverno, da Sinfonia d’autunno a Fanny & Alexander, il bisogno e il senso profondo dell’amore e dell’affetto umano, del calore e della vicinanza prima di ogni cosa e prima ancora di un dialogo con un dio assente ma opprimente, è sempre stato il suo comune denominatore: e questo, si badi bene (sembrerà paradossale, ma è così), è un film medicatore: distrugge, ma purifica.

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Ariaferma di Leonardo Di Costanzo: un’analisi

Ariaferma: la recensione di Paolo Mereghetti del film con Toni Servillo e  Silvio Orlando - iO Donna

C’è una canzone di De Andrè che racconta di un carcerato che siccome non vuole respirare la stessa aria dei secondini decide di rinunciare all’ora d’aria, in Ariaferma succede l’opposto, i secondini e i carcerati si sfidano in una gara d’umanità dove lo sfiorarsi sembra determinare quanto in fondo tra criminali e guardie non ci sia una grande differenza.

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Pasolini, il centenario del profeta terreno

Pier Paolo Pasolini, «era dappertutto con la sua passione di tutto» -  PAGINA21

Avrebbe compiuto cent’anni, lo scorso 5 marzo, l’intellettuale più eclettico, versatile e controverso del secolo scorso. Su Pier Paolo Pasolini è stato detto tanto, tutto. Celebrare il centenario della sua nascita, senza rischiare di glorificarne l’opera omnia cedendo ad un certo manierismo didascalico, è un’impresa delicata e complessa: perché in Pasolini, rispetto ad altri, non vi è ambito che non sia stato profondamente indagato, analizzato, sviscerato. Poeta (scrisse migliaia di versi), romanziere, cineasta (ventiquattro pellicole), teorico, critico, saggista, drammaturgo, pittore. Cosa ci resta da dire, dunque, su Pasolini, che non sia già edito?

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La trilogia dell’Apocalisse di John Carpenter – Parte III: Il seme della follia

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1994. Siamo in un periodo particolarmente produttivo nel mondo del cinema horror, un periodo di vera e propria riflessione, di analisi e di revisione come forse mai prima era accaduto. Artisti del calibro di Sam Raimi, Wes Craven e naturalmente John Carpenter decidono, per vie totalmente differenti, di studiarne aspetti e costrutti che portano alla creazione di questo genere e alla conseguente messa in scena della paura e dei nostri incubi più profondi, senza disdegnare un pizzico di ironia nelle loro validissime analisi.

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La trilogia dell’Apocalisse di John Carpenter – Parte II: Il Signore del Male

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1987. Dopo alcuni film di insuccesso al botteghino prodotti dalle major, tra cui quello de La Cosa, John Carpenter decide ed in parte è costretto a tornare a lavorare con produzioni a basso budget. Grazie all’amico Larry Franco ottiene un contratto con la Alive Pictures con cui si accorda per la realizzazione di quattro lungometraggi. Il primo di questi è appunto Il Signore del Male, secondo capitolo della Trilogia dell’Apocalisse, di cui il regista firma anche la sceneggiatura sotto lo pseudonimo di Martin Quatermass, omaggiando così la serie TV, da lui particolarmente apprezzata, scritta da Nigel Kneale.

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La trilogia dell’Apocalisse di John Carpenter – Parte I: La Cosa

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Tre lungometraggi, probabilmente tre capolavori, un solo regista: John Carpenter. Stiamo parlando della rinomata trilogia dell’Apocalisse del celeberrimo cineasta americano che comprende La Cosa (1982), Il Signore del Male (1987) e Il seme della follia (1994). Tre opere in cui l’autore affronta lo stesso tema apocalittico da altrettante prospettive differenti, in cui a rivelarsi è la vera natura dell’uomo, spogliato di qualsivoglia struttura sociale, capace di mostrarsi per ciò che è. Un viaggio filmico attraverso il quale ci vengono palesati prima in maniera più concreta, poi in maniera scientifico/spirituale e infine metacinematografica gli attimi che precedono il tracollo della cultura, del progresso e del benessere dell’essere umano che si ritrova a fare i conti con i propri incubi e le proprie incertezze.

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Un brindisi di sangue: festeggiamo i 25 anni del Dracula di Francis Ford Coppola

 

Io vi condanno alla eterna fame di vitale sangue e alla vivente morte

Dracula

Quando Francis Ford Coppola decise di riportare sullo schermo il più celebre vampiro della storia in una mega-produzione fatta di costumi sfarzosi (premiati con un Oscar), scenografie spettacolari e un cast stellare, non molti a Hollywood sembravano dargli credito. Il regista era conosciuto per i suoi problemi e ritardi in produzione (dopo la tragedia di Apocalpyse Now e le vicessitudini dei Padrini) e lo script era violento, sanguinoso, erotico, più adatto a un double feature di mezzanotte che a un blockbuster.

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TRENT’ANNI DI HELLRAISER: Clive Barker e il piacere dell’ossessione

 

“Tu hai aperto la scatola e noi siamo venuti. Devi venire con noi a provare i nostri piaceri.”

Era il 1987 quando sul grande schermo uscì Hellraiser. Un film di genere, con un budget non troppo consistente, dedicato agli appassionati in senso stretto, o almeno così si pensava; un film che in realtà avrebbe rivoluzionato i codici dell’horror, aprendo nuove porte alle visualizzazione di incubi indicibili.

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Mostri che ridono: i clown più inquietanti della storia del cinema

 

La cosa che in questo mondo può essere più orrida è la gioia

                                                                       Victor Hugo, L’uomo che ride

L’uscita del nuovo IT al cinema fa rivivere nei trentenni di oggi (compresa chi scrive) uno dei traumi infantili più terrificanti: la paura dei clown, quei personaggi colorati e rassicuranti che dovrebbero divertire i bambini e che il genio folle di Stephen King, con il suo Pennywise, ha trasformato per sempre in figure demoniache. Esiste addirittura un termine scientifico, coulrofobia, per definire un irrazionale terrore dei pagliacci, fenomeno che King intercettò per creare il protagonista del suo romanzo, ispirato in parte a Roland Mc Donald e alle gesta orribili di John Wayn Gacy, un serial killer americano che nel tempo libero animava le feste travestito da Pogo il Clown. Ma ben prima di Pennywise altri pagliacci hanno fatto rabbrividire gli schermi e ciascuno di loro ha portato sensazioni inquietanti, nascoste dietro la fissità impenetrabile del cerone, chi per crudeltà, chi per un tragico destino. Riscopriamo insieme alcuni tra i clown più disturbanti della storia del cinema.

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Il poeta che raccontava mostri: addio a George A. Romero

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I’ve always felt that the real horror is next door to us, that the scariest monsters are our neighbors.

George A. Romero

Sono i colletti bianchi, l’ossessione capitalista, le folle che si ammassano nei centri commerciali alla ricerca compulsiva di merce, magari in saldo, i mostri dei nostri tempi. Ce l’ha insegnato George Andrew Romero, newyorkese di padre cubano, maestro dell’orrore e della riflessione sociale.

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IT – L’ORRORE SFUGGENTE DALLE PAGINE ALLO SCHERMO

  

Il terrore che sarebbe durato per ventotto anni, ma forse anche di più, ebbe inizio, per quel che mi è dato sapere e narrare, con una barchetta di carta di giornale che scendeva lungo un marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia. La barchetta beccheggiò, s’inclinò, si raddrizzò, affrontò con coraggio i gorghi infidi e proseguì per la sua rotta giù per Witcham Street, verso il semaforo che segnava l’incrocio con la Jackson. Le tre lampade disposte in verticale su tutti i lati del semaforo erano spente, in quel pomeriggio d’autunno del 1957, e spente erano anche le finestre di tutte le case. Pioveva ininterrottamente ormai da una settimana e da due giorni si erano alzati i venti.

Stephen King, It

Era il 1986 quando It, romanzo cult horror, venne pubblicato. Circa 1240 pagine scritte da Stephen King, che cambiarono per sempre la concezione mainstream del genere, raggiungendo anche i non appassionati in senso stretto. Una vera e propria Bibbia, un apologo sulla perdita dell’innocenza, sul passaggio all’età adulta, sull’adolescenza come rito simbolico di appropriazione e necessaria privazione, sull’infanzia violata, sull’ombra di maligna ipocrisia propria di ogni cittadina di provincia.

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EDWARD MANI DI FORBICE compie 25 anni: la favola-capolavoro di Tim Burton

 

Perché nevica, nonna?

Una domanda semplice, posta da una bambina in una fredda notte d’inverno. E come vuole la tradizione del mito, è necessario raccontare una favola per dare una spiegazione soddisfacente ed esaustiva. Non è quindi un caso che la prima immagina sia il logo della 20th Century Fox in mezzo ad una copiosa nevicata, che da ghiaccio diventa una pioggia di biscotti, sulle meravigliose note di Danny Elfman (che con questa colonna sonora perfetta e indimenticabile raggiunge uno degli apici della sua carriera, contribuendo non poco alle emozioni che questo film regala), che introducono quello che, a tutti gli effetti, è il vero capolavoro del Tim Burton che fu, Edward mani di forbice.

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Johnny Depp, il pirata di Hollywood

 

Sliding doors. A volte è vero che basta solo un attimo, un incontro, per cambiare la storia per sempre. Correva infatti il 1984 quando Johnny Depp era chitarrista dei “The Kids” e Nicolas Cage, conosciutolo ad una festa, gli disse di avere un viso perfetto per fare l’attore: certo la lungimiranza a Cage non manca, visti gli oltre 40 film realizzati da Depp – più il doppiaggio in La Sposa Cadavere e Rango – e l’enorme successo planetario che lo ha catapultato nell’olimpo delle star hollywoodiane, permettendogli di lavorare con registi del calibro di Jim Jarmusch (Dead Man), Roman Polanski (La Nona Porta), Terry Gilliam (con il cult Paura e Delirio a Las Vegas), Michael Mann (Nemico Pubblico) e Tim Burton (8 collaborazioni), con cui ha stretto un’amicizia tale da divenire padrino dei suoi figli.

 

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Daredevil dal film alla serie: Netflix rende giustizia a Matt Murdock

 

Ben Affleck, chi? Nel 2003, in anni in cui i film di supereroi erano pochissimi, la Marvel tenta di portare sul grande schermo la storia di un outsider di Hell’s Kitchen, uno dei suoi personaggi più cupi, introversi e misteriosi: Daredevil. La scelta del protagonista cade però sull’uomo sbagliato, anche se l’accanimento verso Ben Affleck sa di capro espiatorio, perché ben altri erano i veri difetti della pellicola, a cominciare da un tono generale tutt’altro che dark, proseguendo con sequenze dalla dubbia qualità estetica e una colonna sonora per la maggior parte da action movie di seconda categoria (eccezion fatta per gli esordienti Evanescence).

Ora, a dodici anni di distanza, la redenzione: Netflix lancia Daredevil con una serie di 13 episodi, caricati in blocco sulla piattaforma lo scorso 10 aprile, sperando di riuscire a rendere giustizia all’uomo senza paura. Neanche il più roseo ottimismo poteva pensare a un risultato di questo livello, tanto che sin dal pregevole pilot si comprende che ci troviamo di fronte a un prodotto rivolto principalmente agli amanti dei supereroi, ma fruibile anche dai non appassionati.

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IL RE LEONE – L’ECO DEL RUGGITO È ANCORA FORTE 20 ANNI DOPO

IL RE LOENE 1Inizio degli anni ‘90: la Walt Disney Pictures è in stato di grazia, dopo aver dato vita a tre film d’animazione enormi come La Sirenetta (1989), La Bella e la Bestia (1991) e Aladdin (1992). Quello che all’epoca nessuno sapeva è che la casa di produzione del compianto zio Walt stava per regalare al mondo del cinema il suo Capolavoro, che ad ora rimane ineguagliato: Il Re Leone.

La trama è celeberrima, e narra delle vicende del piccolo Simba, futuro re della savana che, dopo la morte del padre per mano del perfido zio Scar, è costretto a fuggire convinto di essere il colpevole dell’accaduto. Anni dopo, l’arduo compito di riconquistare il regno mandato in rovina dal crudele e despota zio.

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DreamWorks: da 20 anni nel grande cinema d’animazione (tra alti e bassi)

dreamworks kung fu panda 2Nel mondo del cinema d’animazione ormai è considerato il dualismo per eccellenza, una sorta di duopolio che quasi ogni anno si contende il primato a suon di incassi al botteghino: Disney/Pixar e DreamWorks Animation sono da sempre rivali, o almeno, da 20 anni a questa parte, quando la DreamWorks mosse i primi passi nel mondo del grande schermo. Quello che molte persone non sanno è che, però, questa diatriba sarebbe stata evitabile, se solo Michael Eisner, allora amministratore delegato Disney, non avesse deciso di dimostrare la sua poca lungimiranza cacciando Jeffrey Katzenberg, non ritenuto all’altezza di Frank Wells, numero due di Eisner con cui ha realizzato capolavori come La Sirenetta, La Bella e la Bestia, Aladdin e Il Re Leone, a lui dedicato. Katzenberg, quindi, con Steven Spielberg e David Geffen fondò la DreamWorks SKG.

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Saluto al Capitano

E poi c'era lui l'unico il solo Robin Williams - La valigia gialla

«Oh Capitano, mio capitano…»

Scegliere una citazione da uno dei moltissimi film e ruoli di un trasformista come Robin Williams non è semplice, e forse è giusto partire con quella più celebre, in ricordo di un attore meraviglioso scomparso prematuramente. Dopo Harold Ramis e Bob Hoskins, ecco che un altro grande caratterista e protagonista del cinema degli anni ‘80 e ‘90 se n’è andato prima del tempo, lasciando Hollywood e tutti gli amanti della settima arte sotto shock.

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75 ANNI DI BATMAN

Batman LogoEra il 1939 quando Bob Kane ideò per la DC Comics un eroe dark, che agisce durante la notte come giustiziere mascherato da pipistrello. Da quel maggio sono passati 75 anni e Batman è diventato uno dei supereroi più amati, secondo solamente a Superman in quanto a fama. Le origini sono chiare, poi raccontate in maniera impeccabile da Christopher Nolan in Batman Begins (2005): figlio dei miliardari Thomas e Martha Wayne, il piccolo Bruce assiste alla morte dei suoi genitori all’uscita del teatro, e il trauma di quella serata lo accompagnerà per tutta la vita: decide quindi di combattere il crimine, perché atti del genere non accadano più. Burton ha invece raccontato di come l’assassino fosse un giovanissimo Jack Napier, poi divenuto Joker, ma le visioni a riguardo restano molteplici. La scelta del pipistrello, comunque, è un simbolo di paura, che possa incutere timore anche solo con la sua ombra ai malviventi, che tremino al solo pensiero di poterlo incontrare.

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C’eravamo tanto amati (il cinefilo, il diavolo e l’acquasanta)

casanovajaqix9Nei succulenti anfratti della Cineteca Nazionale si celano tesori d’inestimabile valore, degni della grotta di Alì Babà. Fra di essi, ad esempio, si cela, una “pizzetta”, un rullo che poteva rischiare di cadere nell’oblio eterno, con tutte le sequenze de Lo sceicco bianco che Fellini eliminò dopo che, in sala di montaggio, il Sommo Riminese aveva mostrato al proprio Maestro, Roberto Rossellini. Il papà del Neorealismo, infatti, già aveva subodorato verso quali esotici lidi voleva planare l’indisciplinato allievo… Ecco quindi Rossellini imporre a Fellini (scontro di Titani) di sforbiciare tutte le “extravaganze”, le schegge di grandangolare umanità: uno spaurito Leopoldo Trieste che, cercando la moglie scomparsa, spalanca tutte le porte della pensioncina ed entra in una stanza ove tre vecchine vestite solo di asciugamani-sudario stan facendo i fumenti tra vapori degni delle Terme di “Otto e mezzo”; un pazzo ghignate rinchiuso in una gabbia trascinata da una pachidermica suora.

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PULP FICTION – DOPO VENT’ANNI CI CHIEDIAMO ANCORA COSA CI SIA NELLA VALIGETTA

 

pulp2

Pulp /’pəlp/ n.1. A soft, moist, shapeless mass of  matter.

2. A magazine or book containing lurid subject matter

and being characteristically printed on rough,

unfinished paper.

American Heritage Dictionary

New College Edition

 

Da quest’introduzione già lo si poteva intuire, e molto probabilmente il genio di Tarantino sapeva benissimo a cosa andava incontro quando ha scritto questo capolavoro: Pulp Fiction era e rimane tutt’oggi, a 20 anni di distanza, un vero e proprio manifesto del postmoderno cinematografico, di cui il regista di Knoxville è forse il primo esponente, senza dubbio il maggiore: troppo studiato in tutti i suoi dettagli per essere frutto del caso, troppo preciso nelle citazioni e nella struttura per non rendersi conto di trovarsi al cospetto di una mente consapevole di ogni singolo movimento dei suoi ingranaggi. L’enormità di Pulp Fiction, però, risiede nella sua semplicità. Non è tanto il cosa (situazioni già viste), ma il come a fare la differenza, in cui a tratti sembra che la trama sia funzionale alle immagini, perché è quello il nocciolo cui Tarantino tenta di arrivare: l’immagine, l’icona, il simbolo.

«In televisione, il modo per scegliere una serie è che fanno un episodio, l’episodio chiamato “pilota”. Poi mostrano quell’episodio a gente che sceglie gli episodi e sul valore di quell’episodio decidono se vogliono fare altri episodi. Alcun vengono scelti e diventano programmi televisivi e invece altri no, e diventano niente. Lei era in uno di quelli che è diventato niente». (Jules a Vincent, Pulp Fiction, Quentin Tarantino, 1994)

 

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Cinquant’anni di Mary Poppins: dal film Disney del 1964 a “Saving Mr. Banks”

«Vento dall’Est,
la nebbia è là…
Qualcosa di strano
fra poco accadrà…
Troppo difficile
capire cos’è…
Ma penso che un’ospite
arrivi per me…»

(Bert, Introduzione a Mary Poppins, Disney, 1964)

Sono parole che alla memoria collettiva, da 50 anni a questa parte, richiamano necessariamente qualcosa. Dopotutto, non conoscere Mary Poppins, almeno di nome, resta impossibile in una società così fortemente improntata sulla Disney come primo contatto video-didattico per l’infanzia. Quello che però non molti sanno è ciò che esiste alle spalle di questo capolavoro – 13 nominations e 5 premi Oscar –, che ha visto la luce nel 1964 ma che Walt Disney già da 30 anni sognava di portare sul grande schermo. L’ostacolo che pareva insormontabile era però la scrittrice del romanzo, Miss Pamela Travers, che lottava da anni per non cedere i diritti della “sua” Mary Poppins allo “zio Walt”, per timore che la trasformasse in qualcosa che non era, che si allontanasse dallo spirito con cui era stata scritta, anche perché l’opinione che la signora Travers nutriva nei confronti di Disney non era certo tra le più positive. Almeno questo è ciò che si evince dalla visione di Saving Mr. Banks, ultimo film Disney uscito da poco nelle sale, proprio in occasione dell’anniversario della tata più famosa del mondo: la trama ruota tutta attorno alle avances di Walt Disney (Tom Hanks) e alla resistenza ostinata di Pamela Travers (Emma Thompson), con i flashback a fare da guida per aiutarci a comprendere la sofferenza passata della donna e il dolore che l’ha portata a scrivere Mary Poppins, di fatto una zia severa arrivata a casa sua mentre suo padre era sul letto di morte, con l’intento di aiutare la mamma nel curare lei e le sue sorelle.

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Il gatto Resnais, il Trans-Anubi-Express e la Grand-Mère

l annee derniere a marienbad“In questo albergo immenso, lussuoso, barocco, lugubre. Dove corridoi senza fine succedono ad altri corridoi, silenziosi, deserti, gelidamente decorati da intarsi in legno… In sale silenziose in cui i passi di colui che le attraversa sono assorbiti da tappeti così pesanti, così spessi, che nessun rumore di passi arriva alle sue orecchie. Come se persino le orecchie di chi cammina, ancora una volta, lungo questi corridoi, attraverso questi saloni, queste gallerie, in questo palazzo d’altri tempi, in questo albergo immenso, lussuoso, lugubre. Dove corridoi senza fine succedono ad altri corridoi…” (Alain Robbe-Grillet)

Le architetture del Valhalla dei Registi si basano su regole che noi comuni mortali non passiamo capire: infinite sono le entrate. Ad attenderti possono esserci gli immaginifici elefanti alle porte di Babilonia, come uno stilizzato Ponte dei Sospiri di cartapesta, forgiato solamente per accompagnare ai Piombi un Donald Sutherland incanutito e febbricitante. Resta il fatto che, qualche giorno fa, in un fumigante vapore da sudario, ad una di queste entrate comparve un treno che gli antichi chiamano Trans-Anubi-Express: pare che, oggi, i fuochisti siano Jean-Luis Trintingnat ed Alain Robbe Grillet (che, va detto, ha il vizio di fustigare le belle passeggere). Ma ecco che, in uno stridio di freni- e di attuti gridolini orgasmici, il Trans-Anubi-Express, si blocca: giusto per far scendere, con l’elastica, eterea, grazia degna di Nijinski (prima della pazzia), un bel gattone nero.

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“WHO YA GONNA CALL?” TRENT’ANNI DI GHOSTBUSTERS

Locandina-GhostbustersLa prematura scomparsa di Harold Ramis ha intristito tutti. Perché probabilmente con lui se ne va anche un pezzo di storia di un cinema che negli anni ’80 ha spopolato, con la qualità delle riprese, con la geniale inventiva nelle situazioni comiche, con i dialoghi esilaranti. Ed è una beffa enorme pensare che l’attore-sceneggiatore sia mancato proprio nell’anno in cui i Ghostbusters, per altro inventati dallo stesso Ramis e da Dan Aykroyd, compiono 30 anni.

«Non hai provato a starne fuori tu non sai che vuol dire: io ho lavorato nel settore privato, pretendono risultati!» (Ray Stantz)

Era infatti il 1984 quando nelle sale statunitensi stava per apparire un film che sarebbe presto diventato una vera e propria opera di culto anche per le generazioni a venire. La trama, celeberrima, già di per sé era qualcosa di geniale ed inedito: tre dottori di ricerca universitari, Peter Venkman, Raymond Stantz ed Egon Spengler sono certi dell’esistenza del paranormale, ma non riescono a dimostrarlo. Fino a che non si trovano ad avere un contatto diretto con un fantasma della biblioteca della 5th Avenue di New York, e allora tutte le loro prospettive cambiano: perché non trovare un modo per catturare i fantasmi?

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Il cinema di Douglas Sirk e l’America allo specchio

 Nella percezione diffusa il nome di Douglas Sirk si associa al melodramma classico. A dispetto di una produzione vastissima, distribuita in quasi mezzo secolo di attività, è indubbio che la sua fama sia legata alla fortunata stagione del cosiddetto “Periodo Universal”, inaugurato nel 1950 e concluso nel 1959 con la realizzazione di un film-summa come Lo specchio della vita. Nell’arco di una decade tra le più fertili della storia del cinema, Sirk fu in grado di inanellare una incredibile sequenza di grandissimi film destinati a fondare il centro e il nucleo di un personale e coerente discorso cinematografico. Come spesso è accaduto per grandi autori che si sono misurati con i codici dei generi, a Sirk la rigida cornice del melodramma ha fornito l’occasione perfetta per affondare il suo sguardo di esule tedesco, fuggito all’orrore nazista per proteggere sua moglie Hilde, dentro le contraddizioni profonde insite nella società e nel costume americano. In tempi più recenti anche un altro grande tedesco esule e “sradicato” come Werner Herzog ha compiuto un itinerario simile, scandagliando con i suoi documentari (Into the Abyss, Death Row) i recessi più cupi dell’americanità.

Se Herzog sta concentrando la sua attenzione su aspetti come il rispetto dei diritti umani e la violenza giovanile, Sirk nel lontano 1950, sotto l’apparenza rassicurante e mainstream di un cinema di sentimenti, lacrime e passioni brucianti, ha innestato riflessioni di portata rivoluzionaria su integrazione, pregiudizio e uguaglianza.

In Douglas Sirk un esponente centrale del Nuovo Cinema Tedesco come Rainer Werner Fassbinder ha identificato la figura paterna capace di fare da ponte con un passato (di celluloide e non solo) sottoposto a violenti processi di rimozione ed emendazione collettiva. In una celebre dichiarazione d’amore nei confronti del cineasta di Amburgo, Fassbinder affermava: “il cinema di Douglas Sirk libera la mente”. Fermarsi alla superficie di questo straordinario testo audiovisivo significherebbe rinunciare a coglierne l’essenza più intima, osservando la splendida immagine incorniciata da uno specchio senza cercare di mettere a fuoco la forma e i contorni dell’oggetto riflesso.

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Storia dei Lego: i piccoli mattoncini sbarcano sul grande schermo

Non chiamateli “per bambini”. Ecco la frase che forse si addice maggiormente ai Lego, i mattoncini che hanno visto per la prima volta la luce il 28 gennaio 1958, grazie al genio danese Oleg Kirk Christiansen. Ciò che lui forse non si aspettava è la piega poi presa dalla sua creazione, che, da ottimo intrattenimento ludico didattico per l’infanzia, si è poi trasformato qualcosa di più serio, arrivando al collezionismo con set speciali (si pensi agli ultimi: per la prossima uscita nei cinema di Ninja Turtles, per i 25 anni di Ritorno al Futuro, un set speciale da collezione dei Simpsons e per il 30° anniversario dei Ghostbusters), passando per i videogiochi, e, negli ultimi anni, arrivando ai mediometraggi, spesso unendo i tre aspetti in una vera e propria evoluzione.

L’esempio più eclatante è senza dubbio Star Wars, una sorta di precursore o di apripista, per cui dal 1999 sono realizzato più di 125 set differenti, 60 veicoli e 80 minifigure, arrivando a portare alla luce anche la meravigliosa Morte Nera (400€ di spesa per 3803 mattoncini) e continuando tutt’oggi la produzione, vista l’imminente uscita di Star Wars: Episodio VII, per mano di J.J Abrams. E se poter montare personalmente il Millennium Falcon, far sfidare le minifigure di Luke Skywalker, Yoda e Darth Vader sembrava un sogno per gli appassionati, la vera svolta arriva nel 2005, quando l’accordo tra Lego, Lucas Arts e TT (Traveller’s Tales, che si occuperà anche di tutti i futuri prodotti videoludici Lego) permette di dare alla luce Lego Star Wars: Il Videogioco, seguito da altri 3 capitoli nel 2006 (Lego Star Wars II: La trilogia classica), 2007 (Lego Star Wars: La saga completa) e 2011 (Lego Star Wars III: The Clone Wars). Il successo di questi prodotti lo si doveva al mix di precisione nella ricostruzione degli ambienti, unito a una dose estrema di autoironia e di avventura, adatta ai più piccoli come difficoltà, ma con riferimenti che solo i più grandi possono capire. A coronamento di questo percorso è arrivata anche l’home video: sono infatti del 2011, La minaccia Padawan, e del 2013, L’Impero fallisce ancora e Le cronache di Yoda. Si tratta di corti di animazione di grandissima qualità, della durata di 30 minuti circa ciascuno, in cui vengono raccontate delle storie inedite, tra prequel e sequel dei celeberrimi 6 capitoli usciti sul grande schermo, in cui la componente comica e farsesca vince su tutto, e in cui, però, solo un conoscitore della saga originale può comprendere in pieno le potenzialità e la genialità dell’operazione.

 

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HUMBUG. Tra Edward Bloom e Phineas T. Barnum

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I wandered lonely as a cloud

That floats on high o’er vales and hills,

When all at once I saw a crowd,

A host of golden daffodils.

William Wordsworth

 

 

Edward Bloom è il Phineas T. Barnum dell’età contemporanea, dotato del potere più prezioso e raro che ci possa essere: costruire lo straordinario a partire dall’ordinario. Come il noto impresario circense, Bloom (di Joyciana memoria) prende la banalità brutta e sporca del nostro quotidiano e la rilegge, la reinventa, aggiunge e sottrae, cesella, affina, esagera: modella senza sforzi la superficie piatta in favola arzigogolata.

Barnum prendeva una scimmia impagliata, le cuciva la coda di un grosso pesce ed ecco a voi la Sirenetta, con cui incantava generazioni di spettatori ingenui, che volevano scioccamente solo sognare.

Un nano era trasformato in un bambino prodigio, due fratelli macrocefali nei mitici bambini aztechi, il pinhead William Henry Johnson nel selvaggio primitivo, anello di congiunzione tra l’uomo e la scimmia.

 

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Fargo, North Dakota: il labile confine tra demenza e orrore

Locandina FargoQUELLA CHE VEDRETE É UNA STORIA VERA – I fatti esposti nel film sono accaduti nel 1987 nel Minnesota. Su richiesta dei superstiti, sono stati usati dei nomi fittizi. Per rispettare le vittime tutto il resto è stato fedelmente riportato.

Seguito ideale (seppur climaticamente agli antipodi) di Blood Simple, Fargo è una lucida e agghiacciante riflessione sul male nascosto dietro un fittizio velo di quotidianità e semplicità. La provincia americana così fredda e asettica è specchio di una società che ha ormai passivamente accettato la violenza e l’amoralità; ed è proprio lì dove sembra che nulla fuori dall’ordinario possa succedere che si nascondo gli orrori più sconvolgenti e torbidi.

L’orrore del quotidiano provinciale viene osservato con sguardo ironico e distaccato, mentre l’umorismo nero e macabro dei due fratelli del Minnesota raggiunge nuove vette: esemplare in tal senso è una scena di lotta che vede coinvolto Carl Showalter, il personaggio interpretato da Steve Buscemi.

Nella suddetta scena viene inserita un’inquadratura in dettaglio di una gamba di Carl, che indossa pantaloni color beige e un calzino bianco. Ad una visione superficiale quell’inquadratura sembra assolutamente fuori contesto, ellittica e inutile, ma più avanti nel film rivedremo quello stesso dettaglio della gamba con i pantaloni beige e il calzino bianco e in tal modo sapremo che la gamba che Gaer Grimsrud (Peter Stormare) sta inserendo nel trituratore del legno è proprio quella del suo complice. Attraverso un semplice dettaglio i Coen hanno voluto anticipare e sottolineare con ironia la terribile sorte che spetta al personaggio di Carl.

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Riflessioni di uno spettatore sulle sale contemporanee

visioni 1In quest’ultimo periodo sono riuscito a ottenere un notevole incremento di tempo libero che ho dedicato alla visione di diversi film: sciagura alla quale ogni cinefilo, o meglio cinemaniaco, è sottoposto.

Le visioni però si sono presentate sotto diverse forme e tutto ciò mi ha stimolato a buttare giù due righe in fare scherzoso che in qualche modo raccontassero le diverse tipologie di proiezione in cui sono incappato. Di seguito il mio resoconto:

 

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